VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ARTE arrow Archivio
L’Era s-glaciale. A Bolzano, ritratto di un antenato da giovane
di Vera Mantengoli   
mummia.jpgLa mostra Mummie. Sogno di vita eterna si è conclusa con molto dispiacere, data la curiosità che aveva suscitato nel vasto pubblico di visitatori che, da marzo a ottobre, hanno riempito le sale del Museo Archeologico di Bolzano, ininterrottamente. Rimane come testimonianza dell’esposizione il famoso uomo venuto dal ghiaccio, Ötzi, con un’intera sala dedicata soltanto a lui, ricca di documentari che raccontano lo straordinario ritrovamento avvenuto nel 1991 da parte di due scalatori, Erika ed Helmut Simon, i quali, scendendo dalla cima del Similaun, intravidero tra i ghiacciai la sagoma di un essere umano.
Vissuto tra il 3350 e il 3100 a.C. (600 anni prima che sorgessero le piramidi di Giza in Egitto) Ötzi rappresenta un nostro antenato (homo sapiens sapiens) di ben 46 anni che, all’alba dell’età del rame, si accingeva ad attraversare le Alpi Ötztaler munito di frecce e pelliccia.

 

Per il visitatore l’emozione non sta soltanto nel partecipare, attraverso la documentazione esposta, alla scoperta sensazionale di un essere umano di migliaia di anni fa, ma anche nel constatare quanto le nuove tecnologie possano fare luce sulla storia dell’umanità, a partire dalle nostre ossa. Infatti dagli esami effettuati si può addirittura conoscere il colore degli occhi del nostro antenato (occhi azzurri mummia2.jpgincorniciati da una folta chioma scura!) e quello che era solito mangiare, arrivando addirittura a dedurre (grazie al ritrovamento di piccolissimi pezzi di carbonio nell’intestino) che riscaldasse il cibo prima di assumerlo; inoltre si conosce anche il look del nostro sapiens composto niente meno che di strati vari di stoffe e degli attualissimi e diffusissimi leggins… altro che ultima moda! 
La mostra si è distinta per le precise e chiare didascalie realizzate in tre lingue, inglese, tedesco e italiano e per la scientificità dell’esposizione, espressa però in una maniera comprensibile e diretta. Si comincia con la spiegazione di cosa sia la mummificazione, fenomeno che si sviluppa naturalmente quando viene inibito il processo di decomposizione in un cadavere. Questo evento può realizzarsi in diversi ambienti (palustre, montuoso, desertico, salino) in maniera del tutto spontanea ed è grazie ad alcune favorevoli condizioni geografiche che la scienza può ripercorrere i passi degli esseri umani dell’antichità.

 
Le mummie esposte sono giunte dall’Egitto, dall’Asia e dall’America meridionale dove sono state ritrovate, alcune ancora provviste di lunghissimi capelli, una addirittura intenta ad allattare un piccolo. La familiarità di tale azione porta inevitabilmente lo spettatore a riflettere sull’essere umano: per noi, infatti, migliaia di anni sembrano un tempo lunghissimo, ma se ci soffermiamo a pensare all’età del pianeta (circa quattro miliardi e mezzo di anni) dobbiamo ammettere di essere probabilmente una minuscola parte di un processo molto più grande e che, forse, le mummie, al di là del loro aspetto un po’ ossuto, sono pur sempre parenti nostri abbastanza recenti. Il percorso si sviluppa mostrando come da mummificazione naturale si passi a vari tipi di mummificazione artificiale, fino ad arrivare ai nostri giorni e al progetto, un po’ alla Frankenstein per i conservatori e alla Star Trek per i progressisti, della cosiddetta plastificazione, un processo per sostituire i liquidi corporei con silicone o il congelamento di un cervello per conservare il DNA della materia grigia. Se tutto questo avverrà ora non lo sappiamo, però possiamo domandarci se ci piacerebbe davvero risvegliarci tra seimila anni o se sia più bello sognare di poterlo fare e vivere meglio ogni momento, ricordando le parole di Walt Whitman in As the Time Draws Nigh quando sussurra: «O soul, we have positively appear’d - that is enough».