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Archeologia del Natale
di Fabio Marzari   
xmaslunch.jpgL’abbondanza e ricchezza di cibo nelle festività dovrebbero propiziare un anno favorevole, la profusione di carni farcite e di dolci mielati, che in situazioni di povertà significavano uno stacco netto dagli stenti quotidiani, si contrapponeva alla normale frugalità dei farinacei e sottolinea la separazione fra alimento rituale e cibo nutritivo. I pranzi delle Festività sono d’abitudine curati in ogni dettaglio, la tavola diviene un momento rituale, in cui le abitudini del quotidiano vengono stravolte con la preparazione dei piatti della tradizione, con un’attenzione quasi ‘maniacale’ al dettaglio e alle modalità e tempi di assunzione del cibo. Ovunque, il calendario alimentare delle feste natalizie è estenuante nel suo alternare digiuni, funzioni religiose cui seguono grandi abbuffate e poi ancora altre privazioni. Caratteristici del Natale sono i pani ricchi, conosciuti già al tempo degli antichi Romani, quando vigeva l'abitudine di donare il sigillarium, un impasto di farina impreziosito con miele e frutta secca.

Da allora, lo scambio di pani sia dolci che salati, nelle infinite varietà presenti in tutti i Paesi, è consuetudine mai caduta in disuso; compare anzi in molte cerimonie offertorie dirette alle divinità. Le carni, farcite o in crosta, sono un'ulteriore costante dei pasti di fine ed inizio anno, così come i pesci interi. In ogni Paese vi sono particolari regole che guidano il consumo verso l'uno o l'altro animale: ad esempio, in molti luoghi l'agnello, simbolo di Cristo, è bandito dalle tavole natalizie. Legumi, granaglie e frutta secca indicano il desiderio di prosperità e fecondità e si ritrovano in tutti i menu tradizionali.