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Furor Photologicus. Italo Zannier nel racconto diretto di una vita al servizio della fotografia
di Redazioneweb   

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«Una storia dell’ottica e di tutte le ipotesi che hanno servito
a spiegare il meccanismo della visione, di tutti gli errori,
di tutti gli artifizi, e degli strumenti, potrebbe essere un’opera
istruttiva per tutti, filosofi, fisici, poeti, pittori, architetti, fotografi.
Io penso che una nuova scienza nascerà un giorno,
non una scienza della vista, ma delle visioni, che spieghi i sogni,
le immagini le apparizioni, gl’incantesimi della pupilla
e della memoria...»

(Leonardo Sinisgalli, Furor mathematicus, Mondadori, 1950, p. 171)

 

Libri, libri, libri...
Mia nonna Lucia, quando da ragazzino malinconico leggevo troppo a lungo sotto un grande gelso sulla collina, mi diceva, ma non troppo preoccupata, nel dialetto arcaico di Pradis, pressappoco cosi: «No sta lej mase, co tu deventis stupit... [Non leggere troppo, che diventi stupido]». Forse aveva qualche ragione!

 

Fotografie, fotografie, fotografie...
Dopo qualche anno, libri e fotografie si incontrarono, e si accumularono nella mia passione per le immagini; prima la pittura con qualche ambizione (ho esposto casualmente anche in una mostra con Afro, a Udine, ed ero ovviamente l’ultimo, non soltanto per l’ordine alfabetico del cataloghino!), poi il cinema (avevo letto tutti i libri “rossi” di Einaudi, dal Sadoul al Balazs, da Eisenstein, a Chaplin... E l’amico fraterno Elio Bartolini, che poi sarà anche cineasta con Antonioni, allora mi ‘invidiava’!).
Infine la Fotografia, come mistero e magia e ideologia, una passione nuova arricchita con i dialoghi per strada, dell’indimenticabile amico, il filosofo Agostino Zanelli. Dalla passione al furore; una fede profana, che per me è stata però fondamentale, e lo è tuttora. Mi aiuta a ‘credere’, perlomeno a qualcosa, a una passione. Sono un fortunato! Che senso ha vivere senza passione? Senza una Fede, che nemmeno il collegio dai salesiani al San Luigi di Gorizia e al Don Bosco di Pordenone, aveva avuto effetto? Non ho risposte, se non la mia persuasione autarchica, che «la Fotografia non è il gioco delle bocce e nemmeno quello degli scacchi» a chi pensa che sia invece una pratica ludica, edonistica, secondaria e comunque irrilevante, come vado spesso (inutilmente?, ma con furor persino ridicolo) ripetendo.zannier5.jpg
E comunque il mio ‘diletto’: il piacere di un libro, di una fotografia, una fotografia e un libro, e cosi via. I libri, come contenitori di storia, sono pareti di pietra cartacea, che si aprono allo sfoglio delle pagine, più o meno rapidamente, dalla prima all’ultima, dall’ultima alla prima, con soste e sospiri. Ho avviato presto questo piacere, quando in collegio a Gorizia e poi a Pordenone, istituti che frequentavo precocemente nella scuola media (mia madre maestra mi aveva iscritto in prima elementare a cinque anni, ed ero il più mingherlino della classe) con gli spiccioli della paghetta acquistavo di seconda o terza mano tutti i libri di geografia del classico Gribaudi, anche in varie edizioni. Chissà perché, mi piacevano! Forse perché erano ricchi di immagini, di fotografie sui costumi, i paesaggi, gli oggetti, le popolazioni. Mah!
Comunque i libri hanno un corpo, un ‘peso’, una struttura, una texture nella superficie della carta, un profumo... E la polvere anche. Fattori che infine formano la bellezza del libro, in continuum con le parole, la loro dimensione grafica, formando un’entità concreta, tattile, ben diversa dalla sua immagine effimera sullo schermo di un computer, utile certamente, ma senza il fascino dell’oggetto, che molti della mia generazione amano, ed esigono ancora. Fra cento o mille anni, forse, il libro-oggetto si troverà soltanto in un museo, o a casa di qualche ‘matto’. Ma i libri sono stati per me oltretutto una necessità di studio, cercando, quando possibile, sulle fonti gli arcani misteri dell’invenzione e dell’Idea della fotografia, e del suo ‘progredire’ tecnologico e culturale, come medium fondamentale della nostra epoca, che chiamo “Era dell’Iconismo”, nella quale viviamo da centosettant’anni circa, ossia perlomeno dal giorno di Daguerre, 7 gennaio 1839 (ma si legga il mio libretto Il sogno della fotografia!) che da quel momento ha suscitato e preteso tutto il resto: il cinema, il colore che descrive oltre il primitivo bianco e nero, la televisione, internet ecc.
12.000 titoli della mia “biblioteca-archivio” dedicata alla fotografia, ora affidata alla Fondazione di Venezia, che ne ha compreso subito l’importanza, favorendone e programmando la conoscenza e lo studio, oltre che con questa rassegna promozionale, offrendola in comodato allo IUAV, dove tra l’altro sono stato docente di Storia della Fotografia, l’unico allora in Italia, per decine d’anni e con migliaia di studenti, passando poi a Ca’ Foscari, per un contributo anche nel settore della conservazione e tutela di questo fondamentale bene culturale contemporaneo.
Tra queste migliaia di gioielli editoriali, si trova anche un’edizione dell’Ottica di Newton, o il raro saggio dell’‘alchimista’ Marco Antonio Cellio, che nel 1680 realizzava precoci, scherzose ‘fotografie’ con il fosforo, e poi dall’Albertotti, al Vidal, al Monckhoven, dal Sella, al Bonacini, al Gioppi, agli Alinari, dal Borlinetto al Roster all’Eder al Namias... C’e anche “Le Geant” di Nadar con una sua dedica autografa a un amico; e c’e anche il catalogo Paparazzi, con le dediche di Fellini e di Secchiaroli, fino ai contemporanei volumi di Carlo Mollino o di Helmut Gernsheim, gli annuari di «The Studio», di Scopinich, Croci , Bossoli..., e cataloghi e riviste, da «La fotografia artistica» (1904-1917) a «Ferrania»... Compresa la pionieristica «Rivista Fotografica Universale», edita negli anni Settanta dell’Ottocento a Mesagne di Brindisi dallo studioso-mecenate Antonio Montagna, e cosi via. […]

 

E poi tanti manuali e manualetti introvabili, da quello di Giacomo Caneva del 1855 , il primo ‘trattato’ edito in Italia, di un anno in anticipo sul Plico di Sella, al Paolozzi, al Santoponte al Sassi, al Muffone al Pellerano, e a tutti i manuali Hoepli e alcuni del pioniere editore francese Roret.
E poi l’anastatica completa di «La Lumiere» (la prima specializzata in Europa); mi risulta che siamo stati soltanto in tre ad averla a suo tempo acquistata in Francia. Gli annuari «Luci ed Ombre», una “storia” illustrata della fotografia italiana tra il 1923 e il 1934, che continua con altre raccolte, fino all’emblematico «Fotografia» della Domus del 1943, e al Bellavista del 1948, e cosi via. Si aggiungono nel mio ricordo attuale, le ‘cartelle’ di Cavalli, Vender, Finazzi, dalla stampa raffinata come fotografie originali, che sintetizzano l’evoluzione amatoriale del dopoguerra in Italia. Gli altri titoli, oltre diecimila, occuperebbero cinquecento pagine; ma abbiano ‘l’occhio’, i curiosi e gli studiosi e gli studenti, anche verso gli esili manualetti e rendiconti scientifici, spesso di sole otto pagine, ma un tesoro di informazioni e di testimonianze d’epoca.
Migliaia di titoli che spesso sfuggono alle regole e all’interesse delle grandi biblioteche o finiscono nelle cosiddette “miscellanee”, considerati poca cosa, mentre invece offrono notizie preziose, non solo per la microstoria, ma per la storia della Fotografia in generale, che necessita di un sostegno filologico serio, anche dal punto di vista della cosiddetta tecnica, nella sua continua evoluzione che, fino a oggi, ci ha (felicemente?) condotto dal dagherrotipo al “digitale” e non sappiamo del futuro.
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[…] Ed ecco che nell’offrire la mia prima biblioteca ho inteso aggiungere a corollario una sequenza di fotografie, circa un migliaio, perché nella nuova collocazione dell’archivio fosse possibile rintracciare le immagini corrispondenti alla letteratura specifica, dall’Ottocento a oggi; dalle acquetinte ricavate manualmente dai dagherrotipi del Lerebours Excursions daguerriennes, (1841-1842), ai dagherrotipi autentici (con l’assoluta rarità del perfetto “ritratto di gentiluomo” a mezza lastra di Carlo Naya, del quale la raccolta propone anche un sublime “chiaro di luna” veneziano), e così via, con le varie tipologie: ambrotipi, ferrotipi, cianotipi, autochrome... Stampe in varie tecniche, rintracciabili anche all’interno dei volumi (c’é anche un’immagine originale ottocentesca della Luna in “primo piano”, di Warren De la Rue), un album giapponese con la copertina in lacca nera e un drago di avorio inciso, con cinquanta fotografie all’albumina colorate a mano, di Kusankabe e Farsari, e un altro sulla casa di Byron, in interni ed esterni, e poi Nadar, Petit (un raro ritratto di Adelaide Ristori, con dedica) e Sommer, Poppi, Alinari... Fino ai contemporanei, alcuni esemplari, come Mario Castagneri, amico di D’Annunzio e Marinetti, fotografo emergente negli anni Venti del Novecento a Milano, qui presente con sei grandi ritratti di artisti, tra i quali i veneziani Milesi e Cadorin, o Antonio Boggeri, maestro della grafica, qui fotografo con un’elettrizzante Trottola, e Franco Grignani “optical” storico. E fino agli amici nostrani: Veronesi, Moncalvo, Roiter, Monti, Giacomelli, Borghesan, Bevilacqua, Gasparini, Secchiaroli, Migliori, Branzi, Berengo Gardin, Cagnoni, Catalano, Merisio, Cesare Colombo, Lasalandra, Lotti, De Biasi, Jodice, Fontana, Ghirri, Samugheo, Vaccari , Patella, Sillani, Cresci, Basilico, sfumando sulle ultime schiere, da Battistella ad Ascolini, Radino, Gerolimetto, Marialba Russo, Salbitani, i Bassotto, e ancora Campigotto, Raffaelli, Zanta, Semeria, Arici, l’emergente giovane Barasciutti, il redivivo Ramello, Nonino, Biasiucci, Anelli, Zummo, Ginammi... Alcuni sono nuovi talenti, e infine gli emblematici, ormai storici, Guidi e Gioli, che per ora chiudono la mia avventura, affettuosa spero, di ‘archivista’, mentre sto pero continuando il mio lavoro, coltivandone con furor la passione.
Molte tra queste fotografie sono anche spettacolari, ma non vanno sottovalutate neppure le “fotocopie” o le “fotografie di fotografie”, spesso storiche e documentarie, perché ogni immagine allude e testimonia un uso, un lavoro, una necessità di illustrazione, in libri o riviste.
Pubblicazioni specifiche, come la “mia” «Fotologia», a suo tempo curata con l’indimenticabile Paolo Costantini, e che l’editrice Alinari di Claudio de Polo ha lungamente, generosamente sostenuto (ventiquattro numeri) in un’alta qualità editoriale e culturale. Un corpus qui presente assieme ad altre numerose riviste - tra le quali «Fotostorica», edita a Treviso dall’Archivio storico della Provincia -, che consentono di rivedere e studiare obsolete vicende della nostra storia, non soltanto fotografica.


zannier7.jpgQuesto è stato ed è il mio impegno, cercando sempre immagini da usare, persino da “scarabocchiare”, se necessario sul retro, per la loro pubblicazione in un saggio (ne ho scritti seicento) o in un libro (un centinaio), alcuni presenti in questa mostra, a corredo bibliografico, non per il mio narcisismo, ma per la segnalazione di opere, seppure modeste, di difficile riscontro in libreria, ma utili per aggiungere nuovi capitoli alla storia della nostra fotografia.
La passione, soprattutto per i libri, non è svanita con la cessione del mio archivio alla Fondazione di Venezia, quale positiva “salvezza” di un corpus certamente raro, confidando nella sua futura conservazione unitaria e in un’ulteriore promozione degli studi “sulla fotografia”, che a Venezia, allo IUAV e a Ca’ Foscari, ha avuto in Italia il primo, e lungamente unico, riconoscimento ufficiale universitario a questa nobile disciplina della contemporaneità. […]

Ho avviato in questi ultimi tempi un altro archivio di libri, un insieme di rarità, che spero in futuro possa integrare quello attuale, con titoli sempre più introvabili, che però riesco ancora fortunatamente a rintracciare e ad acquistare in questo affascinante antiquariato, che purtroppo in passato e stato spesso trascurato, va detto, anche per incompetenze.
Alcune biblioteche d’autore sono state addirittura disperse nei mercatini, come quella di Luigi Gioppi, tra i maggiori studiosi in Italia tra Otto e Novecento, libri che sono riuscito in piccola parte a rintracciare, riassemblandone una ventina, tra cui l’esemplare personale del grande trattato di Gioppi del 1891, ricco di annotazioni e correzioni di suggestivo interesse, presente nell’Archivio della Fondazione.

[…] Con il mio, quasi patologico, furor photologicus tuttora cerco e trovo: libri, libri, libri... fotografie, fotografie, fotografie... […]

L’altro ieri ho rintracciato la prima annata (1863) della prima rivista di fotografia in Italia, «La camera oscura» di Ottavio Baratti, e a Vienna una raccolta del «Kunstblatt» tedesco del 1841-1842, con notizie inedite anche sulla fotografia italiana dei pionieri; buon lavoro! Caro Sinisgalli, grazie per il prestito del titolo Furor, che per me è Photologicus.

 

Lignano Pineta, 7 gennaio 2010
(Alcuni estratti tratti da:
Il furore delle immagini. Fotografia italiana dall’archivio Italo Zannier nella collezione della Fondazione di Venezia, a cura di Denis Curti, catalogo della mostra alla Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, 15 aprile - 19 luglio 2010, Marsilio Editore