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Industry, audience... Biennale. Al via la 12. Mostra Internazionale di Architettura
di Brett Steele   
apertura.jpgCome qualsiasi guida culturale vi avrà sicuramente spiegato, la Biennale di Venezia è un pezzo grosso; perlomeno nel mondo ordinato e ben connesso dell’architettura, i cui diari di viaggio offrono ampie prove (se non ovvi propositi) per questo punto fisso nell’agenda della contemporaneità. Nonostante le difficoltà che solleone veneziano, fritti misti e tassi di umidità tardo-estivi possano infliggere ad un pugno di menti creative, meglio conosciute per la loro inclinazione a vestire di nero e rinchiudersi in studioli scuri come vampiri, tutto ciò che gravita intorno alla Biennale di Venezia è piacere e delizia per i delicati occhi architettonici (chi avrebbe mai immaginato, ad esempio, che completi di lino, cappelli di paglia, occhiali da sole e barche a motore avrebbero donato tanto ai nostri corpi larvali?). Per una disciplina come l’architettura, che tempo fa adottò il Grand Tour come imperativo categorico (ebbene sì, Venezia figurava spesso nel passato Goethiano e Faustiano dell’architettura), il formato della Biennale sembra così naturale ed inevitabile che ci si chiede: perché è apparso così tardi? Specialmente se si considera che la prima Biennale d’Arte sbarcò a Venezia nel diciannovesimo secolo, decenni prima di Peggy Guggenheim, e che le opere di Frank Capra apparvero alla Mostra del Cinema tra le due guerre.

 

polonia_catalogue2.jpgÈ pertanto indicativo che l’arte più vecchia del mondo sia stata contagiata dalla ‘biennalite’ solo di recente (indicativo soprattutto alla luce dell’abitudine persistente dell’architettura moderna di fare uso dei turisti come autentico materiale architettonico: pensiamo al Palazzo di Cristallo di Paxton e al Padiglione di Barcellona di Mies).


Se l’architettura è sia il soggetto che l’oggetto di tutto questo affaccendarsi, se ne deduce che la forma architettonica più durevole, elastica e convincente dei nostri giorni è la Biennale; un formato così robusto, flessibile e disposto a reinventarsi che ci ritorna in mente la lezione di Adorno, sussurrata per la prima volta decenni orsono. Nel definire l’industria della cultura, bisogna fare attenzione alla parola “industria”. E Venezia è sicuramente questo: una conferma dell’architettura industrializzata (e a misura d’industria) attualmente in mostra.


La Biennale di Venezia è l’incarnazione architettonica dello strapotere curatoriale contemporaneo. Un evento che funge sia da registro sia da infrastruttura che sostiene la contaminazione architettonica, e non solo il talento. Nel 2010, il compito panottico di investigare nuove forme di entrambe è stato svolto con soddisfacente modestia (o perlomeno con una minima parte di autopromozione) dall’architetto giapponese Kazuo Sejima, Pritzker Prize di quest’anno. La mano ferma e l’occhio severo di Sejima dimostrano la chiara volontà di evitare ciò che molti dei suoi predecessori hanno invece inseguito: la fabbricazione di falsi temi globali dominanti, nel tentativo di etichettare una convenzione il cui proposito primario è molto più semplice e architettonico di qualsiasi tema la mente curatoriale potrà mai partorire: il processo di fabbricazione delle masse.


Se in questo mondo di verità sconvenienti il destino dell’architettura è di realizzarsi come principale ed influente mezzo di diffusione della conoscenza a livello popolare, allora la sua immediata priorità dovrà essere la costruzione di un tipo di struttura prima di ogni altra: vale a dire una platea devota, interessata e intelligente, che lasci le idee (idee architettoniche comprese) libere di vivere, fiorire e contribuire alla creazione di un’arte pubblica, non pubblicitaria. Mettete in mostra platee come questa e a quel punto ci sarà davvero qualcosa di speciale da vedere per gli architetti e i loro fan. Fino ad allora, mi tengo Venezia. Andate, divertitevi e non perdetevi il panorama dall’altra parte della laguna. E fate in modo di guardare attentamente la folla, perché in essa troverete molto di più che nelle cose inchiodate ai muri. Perché il futuro dell’architettura è ancora tutto da immaginare, non soltanto da esibire. 
Brett Steele
(Director of Architectural Association School of Architecture, London)