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I-pad. Il Padiglione Italia di Luca Molinari
di Redazioneweb   
lucamolinari.jpgLuca Molinari fa parte di quella squadra di quarantenni, definita la nuova generazione di curatori, guardati con ‘sospetto interesse’ dai padri della cultura e con curiosa attesa dai giovani ‘globetrotters’ italiani. Il suo Ipad è il tavolo di lavoro, la sua valigia da viaggio, l'archivio impossibile, il libretto per gli appunti e il registratore silenzioso di pensieri, immagini e parole. Architetto, Professore Associato di Storia dell'architettura Contemporanea presso la Seconda Facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli di Napoli, ora affronta la sfida della curatela del Padiglione Italiano, mettendo in campo in primo luogo la passione, quella vera, per l'architettura.

Luca Molinari, dunque, si offre al pubblico con un viaggio nell'architettura italiana del presente che a partire dalle idee di oggi lancerà visioni per il domani. Entriamo nel vivo del Padiglione.

Questo è un Padiglione con una dimensione critica e di selezione molto curatoriale, tagliata e digerita, con la tesi di fondo di riportare l’idea di un’architettura troppo somigliante ad un’arte decorativa per pochi ad essere quello che è sempre stata, ossia un’arte civile al servizio di un mondo che sta cambiando profondamente. La mia ambizione è far percepire che in Italia l’architettura di qualità è uno strumento che deve essere usato per registrare i cambiamenti che la nostra società sta vivendo. La mia lettura del passato è totalmente visiva e molto elementare, fatta per piccole immagini, una selezione suddivisa per famiglie tematiche proprio per provare a leggere per la prima volta questi ‘vent’anni’ che nessuno ha mai voluto approfondire. La sezione del presente è la spina centrale della mostra. È tutto tranne che un’antologia, è una selezione di quaranta progetti, divisi anch’essi per gruppi tematici, che tentano di rappresentare un Paese in profonda mutazione. Per la selezione dei materiali ho scelto in maniera molto chiara, selezionando solo opere costruite negli ultimi tre anni, inviando volutamente un messaggio molto diretto: anche in Italia è possibile costruire. In questo caso l’architettura di qualità rappresenta un fenomeno in corso d’opera e, soprattutto, la capacità di essere opera di resistenza in un Paese che purtroppo rifiuta la qualità con autolesionistica persistenza.
Altra scelta molto forte è il titolo della mostra, AILATI, ottenuto ribaltando la parola “Italia”, sintomatico di una volontà di cambiare punto di vista e prospettiva sulle cose.

Cosa salvare e cosa buttare di quest'ultimo ventennio? Una lettura matura e sofisticata della realtà italiana permette di ‘sdoganare’ definitivamente la nostra architettura?
Questi ultimi vent’anni per l’architettura sono veramente una metamorfosi in fase di sviluppo; più ci penso e più mi viene in mente il cambio di muta. Nell’ultimo ventennio sono morti alcuni grandi maestri riconosciuti a livello internazionale come Aldo Rossi, Giancarlo De Carlo, Manfredo Tafuri, Ettore Sottsass, tutti protagonisti della cultura architettonica italiana degli ultimi cinquant’anni. Sono venute così a mancare fondamenta culturali e teoriche di primissimo spessore, e lo dimostra la quasi totale assenza di teorizzazioni di livello, negli ultimi vent’anni, di libri in grado di spostare le idee attraverso forti contributi teorici da parte dei grandi progettisti. L’architettura italiana, dunque, alla fine degli anni Ottanta era completamente diversa da quella di oggi, con autori che venivano dal Dopoguerra e che possedevano un’idea della modernità molto più orgogliosa, praticamente un altro mondo. In seguito, con l’avvento degli anni Novanta, l’architettura italiana ha riconosciuto di essere profondamente in crisi cominciando a mutare pelle faticosamente e, dopo quattro generazioni di progettisti e tante altre ‘cose’ in mezzo, si può dire che stia ricominciando lentamente a ricostruirsi un’identità che è ad ogni modo tutt’altro che risolta.

 

Il futuro, ossia la sezione Italia 2050.
Del Padiglione è il vero laboratorio aperto, che io definisco il nostro playground. In questa sezione abbiamo voluto fortemente ‘gridare’ l’idea che l’Italia è un luogo dove è possibile fare sperimentazione senza avere paura del futuro. Per questo ho coinvolto la rivista «Wired», che mi ha aiutato a selezionare 14 tra scienziati, fisici, ricercatori, new media e artisti, tutti sui 40 anni, quindi portatori di futuro in tempo reale, che hanno redatto dei ‘microtesti’ individuando delle parole chiave, poi elaborate da alcuni architetti chiamati a produrre delle vere e proprie installazioni - scenari possibili intorno a temi molto realistici - dove il pubblico dovrà immergersi. Niente a che fare con Star Trek o Guerre Stellari!