VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow ZOOM arrow Archivio
Immaginifica normalità
di Raffaele Avella e Vera Mantengoli   

michaelcunningham.jpgLo scrittore che sta dalla parte degli esclusi scopriamo essere un perfetto insider: a 57 anni assomiglia a uno dei personaggi dei suoi romanzi, giovani uomini scampati miracolosamente all’anestesia emotiva del quotidiano. L’occasione per fissare un appuntamento con Michael Cunningham è stata la sua Lectio Magistralis, Linguaggio e arte: dire l’indicibile, tenuta il 28 ottobre a Palazzo Grassi, nell’ambito della rassegna «Storie dell’Arte: incontri con gli scrittori al museo».

 

L’autore ha letto, superbamente, un brano sul senso della bellezza, circondato dalla stessa aurea artistica che fa da cornice ai turbamenti di Peter Harris, protagonista del suo ultimo romanzo Al limite della Notte, edito da Bompiani. Dopo aver atteso pazientemente la lunga fila di ammiratori, in coda per un autografo o una fotografia, siamo riusciti a raggiungerlo e a darci appuntamento il sabato successivo all’Hotel Bauer.

Il giorno dell’incontro si respira una certa fibrillazione nella hall dell’albergo, affollata di viaggiatori in partenza e in arrivo, quando, dagli affascinanti corridoi un po’ retrò del Bauer, un uomo alto, dal portamento elegante, avanza. Riconosciamo subito i tratti salienti di Michael Cunningham: capelli corvini, viso quasi completamente lineless e una certa aria regale, ma allo stesso

tempo sbarazzina. È bello Michael Cunningham, di quella bellezza che strega chiunque incroci il suo  sguardo, mettendo comunque a proprio agio chi gli sta di fronte. Lo stile bohemienne si palesa subito  dal modo in cui sta seduto sulla poltrona, rigorosamente trasversale con l’incavo delle gambe e la  schiena aderenti ai braccioli, ma anche dall’entusiasmo spontaneo che esprime alla vista dei  pasticcini veneziani, portati da noi per colazione da una delle più antiche pasticcerie di Venezia.

Osservandolo, pare che la sensibilità, le emozioni, gli stupori che aleggiano nei suoi romanzi si  siano addensati nel suo volto e anche sul corpo. Sarà perché abbiamo vissuto i suoi libri  visceralmente o per via di quell’atmosfera familiare che si è andata a creare, ma sembra quasi di  trovarsi a parlare con un amico, a lungo tempo atteso.

 

coverallimitedellanotte.jpgLa prima domanda riguarda il tuo ultimo libro, By Nightfall (Al limite della notte). Perché una persona dovrebbe leggere questo romanzo, quali sono le differenze e le analogie rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Questa sì che è una bella domanda! Perché qualcuno dovrebbe leggerlo? Perché spero sia interessante e  pieno di emozioni familiari in cui è possibile riconoscersi. E ovviamente perché mi servono dei soldi  (ride, n.d.r.): devo vendere il mio appartamento e sarà una scocciatura incredibile. Al limite della  notte è simile agli altri libri perché è sempre la mia voce e il mio modo di vedere il mondo.  Assomiglia agli altri perché parla sempre di qualcuno che è alla ricerca della bellezza e del senso  della vita, ma è anche molto differente dagli altri, come è giusto che sia un nuovo libro ogni volta,  non può certo ridursi a essere una mera variazione dei precedenti. Spero che chi ha letto uno degli  altri miei libri sia quindi interessato a vedere che cosa stia facendo ora, cosa ci sia di nuovo. Io  stesso, con gli scrittori che mi piacciono, sono sempre curioso di sapere dove stanno andando, cosa stanno facendo di simile o differente rispetto a quello che hanno scritto prima.

 

È tutto?
Sì, ma dite alla gente che ho bisogno di soldi (ride, n.d.r.)! Guardate questo pullover liso che ho addosso, si capisce chiaramente che non navigo in buone acque! Quindi il libro deve vendere molto (ride, n.d.r.)!

 

Però sei in ottima forma…
Sì, perché faccio molto esercizio. Scrivere è un’attività sedentaria, sto seduto sulla sedia tutto il giorno, e quando sono le 5 ho bisogno di fare qualcosa di fisico. Corro e faccio yoga per risvegliarmi dal torpore.

 

E in palestra sanno chi sei?
Alcuni sì e altri no. Un romanziere non è tanto riconoscibile e in America gli scrittori non sono così  famosi. Non è come essere una star televisiva. La cosa bella di avere una certa visibilità come  scrittore è che le persone che si avvicinano sono lettori che appositamente vogliono parlare con te,  quindi persone con le quali hai piacere di scambiare due chiacchiere. Ho un paio di amici che sono  delle vere celebrities e, quando vengono riconosciuti, è difficile per loro gestire la situazione  perché li fermano in continuazione. Io, invece, vengo avvicinato solo da persone che solitamente sono  molto felice di incontrare: sono soprattutto lettori, il mio grande metro dell’umanità.

 

Abbiamo letto molte interviste che hai rilasciato recentemente. Spesso dici che in ogni personaggio  c’è una parte di te, ma noi vorremmo sapere chi è il tuo vero alter ego e qual è il tuo eroe o la tua  eroina?
A dire il vero, quando sono pronto a scrivere di un personaggio lo sento sempre come se fosse qualcosa  di autobiografico. Ho bisogno di identificarmi talmente tanto con lui, da sentirmi come se scrivessi  di me stesso. Così alcuni dei personaggi, come ad esempio Peter Harris, mi assomigliano più di altri  anche se, in realtà, la donna lucertola di Giorni memorabili e Cassandra in Carne e sangue sono in  ogni loro aspetto autobiografici. Devo arrivare al punto in cui sento che sto scrivendo di me stesso, come drag-queen, come donna lucertola, come qualsiasi altro personaggio.

 

Chi di loro vorresti veramente essere?
E un po’ come chiedere a un padre di scegliere tra i suoi figli. Credo che Bobby e Jonathan del mio  primo romanzo (Una casa alla fine del mondo) siano i più vicini a me in termini di alter ego. Come per  molti scrittori, il mio primo romanzo è il più ispirato dalla mia vita rispetto a quelli successivi.

 

Nei tuoi libri sembra che ci sia una sorta di reincarnazione e che la vita vada al di là della morte; c’è qualcosa di così forte che anima i tuoi protagonisti che non si ferma mai, nonostante tutto. Per esempio, in Specimen Days (Giorni Memorabili, ed. Bompiani) Simon diventa Lucas. Come ci puoi spiegare questa visione della vita? Credi nel fato o semplicemente ti piace pensare che ci sia un destino?

Non sono particolarmente religioso e non so se credo nella reincarnazione vera e propria. Mi piacerebbe, sarebbe bello, ma io sono molto agnostico. Credo nella vita e al fatto che noi continuiamo a vivere nelle persone che abbiamo amato e nei figli, se li abbiamo. Nei tarocchi c’è una carta, quella della Morte, che non è in realtà una brutta carta, di solito rappresenta la fine di un modo di vivere e l’inizio di un altro. Nei miei libri può essere la fine di una vita, ma anche l’inizio di un’altra. Suppongo che la mia qualità più ottimista di scrittore sia percepire che ogni storia possa avere un lieto fine, perché la vita va sempre avanti in qualche modo, non necessariamente con tutti i personaggi con cui è iniziata.

 

Parliamo del ruolo delle madri. Nei tuoi libri ci sono delle figure di madri molto intense rispetto, per esempio, ai padri. Perché queste madri fanno sempre così tante torte, come per esempio il personaggio di Julian Moore in The Hours? Straordinaria!

coverleore.jpgMeravigliosa, vero? Sospetto che molti di noi abbiano delle madri molto intense. Nella famiglia tradizionale americana i padri sono via tutto il giorno, e le madri stanno a casa. Sei tu e tua madre. Può quindi essere molto intenso questo rapporto, qualsiasi sia la madre in questione. Sto pensando molto, soprattutto nel personaggio di Julianne Moore, a mia madre, che era un po’ troppo intelligente e un po’ troppo dotata per essere solo una moglie e una madre, ma era ‘solo’ quello. Così ha incanalato le sue frustrazioni nell’avere una casa perfetta, nel cucinare dei pasti perfetti, nell’idea che tutto doveva essere perfetto perfetto perfetto. C’è da impazzire! Quando stavo pensando al personaggio di Laura de Le ore, pensavo a mia madre. Prendiamo due tipologie di donne: una stile Virginia Woolf, una grande artista senza figli di cui occuparsi, l’altra come una madre casalinga tuttofare, costretta a stare a casa con i figli da accudire. Nonostante il risultato del rispettivo modo di vivere sia nel primo caso il grande libro e nell’altro la torta perfetta, entrambe queste donne sono spinte da ambizioni simili. Vogliono entrambe produrre qualcosa di straordinario, di perfetto. In un certo senso Laura ne Le ore è un’immagine speculare di Virginia Woolf: donne che cercano di produrre qualcosa di magnifico. Nel caso di Laura è qualcosa di caduco, è solo una torta, nell’altro è qualcosa di eterno, ma capite ciò che intendo? È lo stesso impulso, quello di trascendere se stessi. Dietro le finestre delle case ci sono donne che cercano sia di essere grandi artiste che di tenere case perfette.

 

Perché così spesso apri i tuoi romanzi con delle scene di morte? Si può dire che per vivere appieno le emozioni e per raggiungere la vita bisogna attraversare il dolore e la sofferenza?

Quello che faccio di proposito è una sorta di rovesciamento dell’ordine tradizionale perché le storie vere iniziano con una nascita e finiscono con la morte. Io penso di fare il contrario, inizio con la morte e finisco con qualche tipo di nascita. Non una nascita in senso letterale: ciò a cui miro è liberami della morte al più presto per muovermi nel corso del romanzo dalla morte verso la vita.

 

michaelcunningham2.jpgSpesso parli di bellezza, ma qual è la tua vera idea di bellezza? È qualcosa di tangibile o di irraggiungibile?

La bellezza per me assume un sacco di forme. Da voi che mi state intervistando a questo dolcetto che ho davanti. Io credo che la bellezza sia un termine più semplice per ricercare un certo tipo di trascendenza, un significato nel mondo. Il tipo di cose che molta gente cerca, perché magari in quel determinato momento siamo sopraffatti, perché ad esempio il nostro capo è orribile con noi: uno scopo nella vita, la comunione con la terra, l’ordine perfetto del mondo che a volte è difficile da apprezzare, la bellezza di Dio, se Dio esiste. Credo che possiamo sostituire la parola bellezza con la parola trascendenza.

 

A volte nei tuoi libri c’è la sensazione di una specie di giovinezza o di bellezza ormai perdute…

Credo che la mortalità sia sempre presente. In America, parlo dell’America in quanto scrittore americano, c’è una sorta di nervosismo nei confronti della mortalità. Non sapete quanta gente mi dice di non aver voluto all’inizio leggere i miei libri perché aveva paura di deprimersi. Credo sia diverso rispetto all’Europa. Gli americani non vogliono niente di triste, non vogliono sentir parlare della morte; credo sia uno dei compiti dello scrittore esprimersi sulle cose di cui la gente non vuole parlare. La morte è semplicemente un fatto della vita, sarebbe sciocco sentirsi depressi per causa sua. Siamo qui, questa è la nostra vita. Ho 57 anni, che non sono 25, e sono felice di essere qui. Dall’altro lato sarebbe superficiale pensare che tutto questo sparirà per sempre. Certamente ci pensiamo, perché non dovremmo? Il tempo continua ad andare avanti. Fa parte delle vita.

 

Le tue storie sono così emozionanti! Come puoi creare delle storie così belle, Michael, qual è il tuo segreto?

Mi piacerebbe avere un segreto, mi renderebbe molto più interessante di quello che sono! In realtà la mia vita è molto normale: sto con lo stesso uomo da 25 anni, mi sveglio tutte le mattine alla stessa ora, tranne la domenica, e vado nel mio studio a lavorare. No, non sono affatto diverso dalla maggior parte delle persone. Le nostre vite viste da fuori sono piuttosto convenzionali, ma le nostre vite interiori possono essere le più diverse. Siamo pieni di pulsioni incontrollabili, anche se ci vestiamo tutte le mattine per andare a lavorare. Mi sento di scrivere semplicemente di quello che la maggior parte di noi, in un momento o nell’altro, prova, ma non ho una vita segreta. Mi piacerebbe averla!

 

Parlaci dei tuoi esordi…

Ho cominciato a scrivere quando avevo 20 anni, ma non ho iniziato a pubblicare prima dei 30. Ci sono 10 anni di mezzo. Il mio primo libro in assoluto, Golden State, è stato un lavoro bruttissimo. L’ho scritto in circa tre settimane: vivevo in una sorta di panico per l’idea di diventare trentenne senza aver scritto un romanzo. Ho passato i miei 20 anni dicendo a tutti che stavo scrivendo, ma in realtà non lo stavo facendo veramente. Prima avevo scritto solo un paio di racconti brevi per delle riviste. Ho cominciato al college, ma non riuscivo a finire nulla. «Questo non è buono», dicevo, e lo buttavo via. Continuavo a innamorarmi, andavo in posti lontani, e ho cominciato a prendere delle cattive abitudini, diciamo così. Poi all’improvviso i miei 20 anni hanno cominciato a volgere verso la fine e io ho pensato di aver buttato via un decennio. «Forse farei meglio a finire qualcosa prima di compiere i 30», mi sono detto. Ed è così che è nato Golden State, giusto un esercizio. Non credo che la gente dovrebbe preoccuparsi di leggerlo dato che abbiamo tutti poco tempo nella vita e così tanti libri da leggere: piuttosto di leggere Golden State direi alla gente di leggere Faulkner o Kavafis, qualcosa insomma che dia più di quel libro.

 

C’è un evento nella tua vita che hai sentito l’urgenza di tradurre in qualche romanzo?

In realtà uno dei misteri di molti di noi scrittori è che un evento catartico del genere non esiste. Ciascuno di noi ha sperimentato avvenimenti catartici. La prima volta in cui ci siamo innamorati, la prima volta in cui la persona di cui ti sei innamorato ti ha piantato, e così via. Nessuna vita è libera da catarsi: questo è vero anche per molti degli altri scrittori che conosco e la mia vita non è stata molto diversa da quella di chiunque altro. Non ho avuto un’infanzia molto esotica, ma assai normale. Ho fatto quello che hanno fatto tutti, sono stato al college, ho avuto storie d’amore, niente di più drammatico di altri. Alcuni di noi hanno in più solo una fervida immaginazione.

 

L’ultima domanda: hai ancora un sogno?

Il mio sogno più grande è quello di arrivare a vivere fino a 110 anni, mantenendo la lucidità e continuando a scrivere. In realtà non voglio una vita migliore di questa che ho. Voglio scrivere altri libri. Ne ho già iniziato un altro a cui sto lavorando...