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Il Senso della Memoria
di Renato Jona   

tracce.jpgLa Shoah è stata un evento storico così intenso, di una portata così estesa e così unico per la sua efferata metodologia che le parole a suo tempo esistenti non erano sufficienti a descriverla: è stato addirittura necessario coniare parole nuove e correggere le terminologie inizialmente utilizzate. Il termine genocidio, infatti, è stato ‘inventato’ dall’avvocato Lemkin, polacco, e la Convenzione sul Genocidio è stata adottata solo il 9 dicembre 1948. Tale convenzione ha il grande merito di aver definito il termine genocidio, distinguendolo da ogni altro tipo di massacro di esseri umani. La necessità del ricordo di tale evento e il timore che con il tempo il suo ricordo potesse sbiadirsi sono stati avvertiti in modo così intenso in Italia da richiedere l’emanazione di una apposita legge (l. 20.7.2000 n. 211) per l’istituzione della Giornata della Memoria. Con essa, anzitutto, è mutata la parola Olocausto, a suo tempo in uso, del tutto sbagliata, (Olocausto significa “sacrificio cruento sull’altare in onore della divinità”) in Shoah (termine ebraico che significa “catastrofe”). In secondo luogo ha inteso stabilire un momento di ricordo, riflessione, conoscenza.

 

Ma nonostante l’esistenza della legge, un grande problema si ripresenta in modo ricorrente: è come ricordare. Ci si è resi conto che, con il passare degli anni deve cambiare la forma utile e corretta per il ricordo. L’operazione ripetitiva di ricordare, infatti, sempre nella stessa forma costituisce un momento in cui, malgrado le migliori intenzioni, si ‘imbalsama’ la memoria, la si chiude nei musei, si neutralizza il suo potenziale critico, come ha notato lo storico Enzo Traverso. In fin dei conti - osserva Saul Friedlander - si corre il pericolo di narrare gli eventi in modo standardizzato, organizzato come se si trattasse di una recita.

 

tracce1.jpgProprio allo scopo di raccontare la Shoah nella forma più utile ed efficace, circa quattro anni fa si è costituita, in seno all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, una Commissione Informale di riflessione della Shoah, finalizzata anche a permettere una valutazione plurale e a largo spettro, su come viene percepito il Giorno della Memoria, evitando in tal modo pericoli di disaffezione o saturazione. Da tale Osservatorio è emerso un quadro interessante, che indica i rapporti con le scuole soddisfacenti, mentre sono da intensificare quelli con il mondo universitario. Viceversa quelli con i mass media sono da sensibilizzare, estendendoli a periodi più lunghi rispetto a quelli attuali e stimolando, da questi, pratici suggerimenti. Occorre inoltre adoperarsi affinché si possa modificare il concetto di  dovere, derivante dalla legge, in concetto di interesse culturale per l’argomento. l Giorno della Memoria è un importante appuntamento, ma non deve esaurirsi nei pochi giorni attorno al 27 gennaio: in pratica sarebbe opportuno che, nelle dovute forme, potesse durare tutto l’anno. È interessante sapere che esiste addirittura un Comitato Interministeriale per il Giorno della Memoria, presieduto da Gianni Letta, che tra i suoi scopi ha anche quello di dare un taglio uniforme e coerente alle iniziative per il Giorno della Memoria. Victor Magiar, Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha con molta soddisfazione notato l’impegno profuso a questo proposito dal Quirinale e ha osservato che il Giorno della Memoria è «diventato di fatto uno dei pochi momenti unificanti, uno dei pochi pezzi di memoria condivisa del Paese».

 

Da più parti si sono sentite critiche per il termine “gita” ad Auschwitz, quasi si trattasse di un viaggio di piacere. D’altro canto è stato chiarito che, in effetti, si tratta di “gita di Istruzione” quindi un’esperienza di notevole contenuto culturale, emotivo e formativo. La materia, come sappiamo, è assai delicata. Una delle grosse difficoltà, ad esempio, consiste anche nell’utilizzare terminologie differenti perché devono essere adatte ai diversi destinatari, non solo per essere comprese, ma per suscitare le corrette reazioni emotive, le legittime, anzi molto utili domande su come tutto ciò ha potuto accadere e, ha notato David Bidussa, «se è possibile uscire da Auschwitz».

 

tracce2.jpgL’opinione pubblica a suo tempo, non ha vigilato, non ha reagito. E il fatto di vigilare non è soltanto compito delle potenziali vittime, ma di ciascun cittadino. Si tratta di creare e mantenere vive le condizioni culturali per una sensibilità sociale. È stato affermato che non basta ‘vedere’ l’inferno dei campi di sterminio, non è sufficiente testimoniare. Occorre sapere, capire, riflettere, insegnare, addirittura ‘abitare’ le emozioni, per ricordare. E proprio perché, come diceva Emanuele Kant, «l’uomo è fatto di un legno storto», occorre riconoscere il nostro ruolo nella società civile, ruolo che consiste, come indicava La Pira, «nell’indignarci, protestare, non smettere di censurare, criticare i crimini, la sofferenza o la coartazione della libertà degli altri, dovunque avvenga». E, aggiunge Antonio Cassese, «reagire alle vessazioni e alle crudeltà quotidiane in tutte le loro forme e manifestazioni». Solo allora potremo dire di aver interpretato correttamente lo spirito della legge sul Giorno della Memoria e, come ha scritto Elie Wiesel, eviteremo che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli.