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"Bugie" di carnevale
di Fabio Marzari   

galani.jpgAnche se si volesse dar corso al salutismo allo stato puro, impossibile in questo periodo fingersi calvinisti e ignorare le profferte gastronomiche che da ogni vetrina invitano i ‘poveri’ passanti a commettere peccati di gola. Il vocabolo “crostoso” deriva dal latino crusta, che indicava una sorta di biscottino, e nel crostolo i venditori ambulanti un tempo mettevano il gelato prima che fosse inventato il cono. Il crostolo è il dolce tipico delle feste di carnevale, di probabile origine veneziana, sono diffusi in molte regioni con nomi diversi come chiacchiere, cenci, bugie.

 

A Venezia si chiamano galani senza alcun riferimento al past president della Regione Veneto (!), e hanno la caratteristica di essere molto più sottili dei crostoli, che invece hanno la pasta più grossa e meno ricoperta di bolle nella superficie esterna, derivate dalla frittura nell’olio bollente.

Questi dolci, legati al periodo dell’anno tra l’Epifania e la Quaresima, hanno la prerogativa di essere irresistibilmente buoni e di lasciare tracce del loro passaggio non solo sui tessuti adiposi dei consumatori, ma anche sui maglioni, cappotti e indumenti in genere, che per una sorta di contrappasso inevitabile, più sono declinati verso i toni del bleu o del nero, più attirano come una calamita lo zucchero a velo che va a distribuirsi in modo evidente sugli indumenti, creando un sottile strato di dolcezza tra noi e il mondo, una sorta di aura zuccherina che divide in maniera netta chi ama la vita e chi pratica la rinuncia, legittima, ma poco condivisibile. Le fauci golose accolgono con gratitudine quel sottile pezzo di pasta dolce, friabilissimo e molto appetitoso, uno sfizio, che è molto più che nutrimento: un superfluamente indispensabile apporto calorico…