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Incontro con Marco Paolini | Quaderni veneziani. In laguna, tra campi e mestieri
di Marisa Santin   

paolini2.jpgA 13 anni dalla messa in scena alle Gaggiandre, in Arsenale, Marco Paolini torna a Venezia con Il Milione, quaderno veneziano. Lo farà il 25 e 26 agosto nei pressi dello Squero di Tramontin & Figli a San Trovaso e, l’1 e 2 settembre, da un’imbarcazione tradizionale della Laguna,  il “topo chioggiotto”, ormeggiata presso l’officina fabbrile Fratelli Zanon a Madonna dell’Orto (e in quei giorni sarà anche sugli schermi lidensi della 68. Mostra Internazionale del Cinema). Il nuovo progetto, che aggiunge un prolungamento al titolo originale, Ritorno a Venezia, tra campi e mestieri, mette in relazione lo spettacolo alle attività artigianali e all’imprenditoria nautica veneziana cogliendo, al tempo stesso, il senso e la vocazione millenaria della città.

Come nasce questo progetto e perché ha deciso di riportare a Venezia uno spettacolo di repertorio?
Sono già stato a Venezia quest’anno con uno spettacolo nuovo, il Galileo, al Teatro Goldoni. Facendo delle stagioni teatrali nazionali, è normale che passino almeno un paio d’anni prima di ritornare nella stessa città. Ma il senso di riproporre Il Milione non è certo quello di prendere un pezzo dal mio repertorio per riallestirlo e riportarlo in giro. L’idea mi è venuta questo inverno parlando con i veneziani, quelli che mi salutano per la strada o al bar e mi chiedono del “Marco Polo”. Così lo chiamano quasi tutti, come l’aeroporto, ma va bene lo stesso [ride]. Sono molto affezionato al Milione, l’ho fatto mille volte in tutte le salse: l’ho fatto anche in mezzo al deserto [del Sahara, in Tunisia (n.d.r.)]. Mi chiedono la cassetta, il DVD. Ma dell’edizione all’Arsenale, che è stata trasmessa in diretta su RaiDue, non c’è nessuna registrazione in commercio. Quella - proprio quella - non c’è. Mi è venuta allora la voglia di riproporre, ma solo a Venezia e in un modo più naturale, uno spettacolo popolare, in campo, semplice, senza orpelli e senza tutta la messa in scena che avevo all’Arsenale, anzi con un palco ridotto all’essenziale, formato dagli elementi scenici che la città offre naturalmente. In un caso una barca, il topo chioggiotto ormeggiato presso il campo della Madonna dell’Orto, nell’altro caso un ponte, il Ponte della Scossera di Campo San Trovaso; ma sempre in qualche modo sul confine tra l’acqua e la terra e sempre con quella storia, forse con qualche aggiornamento, o forse no… non è detto, ma non è così importante. Ciò che invece è importante per me è la voglia di fare una festa, e l’idea di trovarmi in campo con il teatro già mi piace.



 

Uno scenario quindi più popolare. Ci sarà qualcosa di diverso nei contenuti e nei modi della narrazione?
Sinceramente ancora non lo so. Rifare lo spettacolo mi dà sicuramente l’occasione di asciugarlo, di vedere che cosa mi calza ancora addosso a distanza di anni, di ricalibrarlo tenendo presente le rappresentazioni successive. La messa in scena originale era molto lunga e non ho ancora deciso se mantenere tutto o recuperare solo il corpo principale, o se togliere delle cose per aggiungerne delle altre. Ci tengo però a dire che non sarà uno spettacolo nuovo. Sarà proprio quello. Forse con degli aggiornamenti, ma non perché io senta il bisogno di dire qualcosa di nuovo. Come succede per un libro quando lo si riprende in mano a distanza di anni, ci saranno delle cose che piacciono ancora e altre da cambiare.

 

 

paolini3.jpgDurante la conferenza stampa di presentazione ha parlato del momento in cui il pubblico delle Gaggiandre ha alzato i remi in un omaggio finale. Altre volte ha dichiarato che l’attore deve ascoltare, perché le reazioni del pubblico possono indicare una strada per la narrazione. Cosa significa “parlare” con il pubblico e cosa in particolare ha sentito dal pubblico di Venezia?
Ho un ricordo forte delle giornate all’Arsenale. Il messaggio che mi arriva tuttora dal pubblico veneziano è la voglia di rivedere lo spettacolo e questa è la ragione principale che mi ha spinto a riproporlo. Quello che ho sentito allora, e che sento ancora adesso nel ripensarci, è che non è facile per uno come me, che viene da fuori, mettersi a raccontare Venezia. Non ho la pretesa di raccontarla tutta io, naturalmente, ma di dialogare con persone che, con il loro lavoro, contribuiscono a far sì che questa città non sia soltanto una fabbrica del turismo, ma una città reale che sa esprimere di sé altre cose importanti. Dialogare con le persone è un modo per immaginare un futuro, per allontanare l’immagine di città sopravvissuta, di città che ha solo un passato. Il futuro di Venezia può essere pesantemente segnato da chi la considera unicamente come capitale del turismo mondiale e quindi condizionata da questa opprimente monocoltura. Ho detto non a caso “coltura” e non “cultura”, come lo era il mais nella pianura padana nei primi del Novecento. Le monocolture sono deleterie perché di solito producono un appiattimento e provocano malattie. In quel sistema economico la conseguenza della monocoltura fu la pellagra. Noi non rischiamo la pellagra, ma rischiamo altri tipi di danni. Nel Milione urlo più di una volta «Turismo, industria pesante. Inquina, inquina, inquina», perché quando è l’unica risorsa, il turismo può appesantire e schiacciare. In gran parte questo forse dipende dal fatto che ci si arrende alla domanda senza nemmeno provare a generare un’offerta più ragionevole, un’offerta fatta di pensieri e di cose dedicate non soltanto all’industria principale della città, ma anche a un’idea di futuro, di contaminazione o, come ho sentito dire da Gianfranco Bettin, di “meticciato culturale”. Io non sono uno specialista e non ho la pretesa di dare lezioni a nessuno. Meno che mai a chi questa città la amministra, a chi ci vive, a chi la sente sua. Non sono veneziano, ma ho con Venezia un legame a distanza, di osservazione attenta e vigile. Mi piace credere che quando ho fatto il Milione tante persone si siano riconosciute e divertite e ne abbiano tratto degli spunti per  riflettere. Non che il teatro possa generare di per sé dei cambiamenti, ma sicuramente aiuta a vedere le cose in maniera diversa. Se si può con il teatro cambiare l’immagine di Venezia agli occhi di un turista? Non lo so, ma almeno ci si può provare.

 

 

Ogni messa in scena sarà preceduta dalle “Conversazioni”, ovvero degli incontri con alcuni artigiani di Venezia. Che cosa succederà durante questi incontri?
Abbiamo scelto le botteghe artigiane più vicine e rappresentative dei campi dove faremo gli spettacoli per incontrare le persone che abitano e lavorano lì. Lo faccio in primis perché sono curioso io stesso. Con alcuni c’era già un rapporto precedente. Si va per conoscersi meglio, si va per vedere se davvero si può, da un incontro fatto al pomeriggio con qualche ora a disposizione e magari anche un po’ di imbarazzo iniziale, imparare qualcosa. Non certo un mestiere, ma il senso di un lavoro, il senso del fare. Saranno dei dialoghi, delle ‘conversazioni’, appunto; il ritrovarsi a ragionare con le mani e intorno alle mani su quello che le mani fanno, su ciò che possono realizzare. E anche per farsi mostrare qualcosa in ‘bottega’, chissà se si può... [sorride sornione. Certo che potrà! (n.d.r.)].

paolini4.jpgIl linguaggio è un elemento fondamentale del suo teatro. Lei parla spesso di musicalità e ritmo. Che cosa significa raccontare in dialetto e che ritmo dà?
È vero, è proprio una scelta di sound, di “parole-cose” che permettono delle grandi economie nella comunicazione. Le “parole-cose” sono quei modi di dire che hanno, nel dialetto, una sintesi che mi permette di cadenzare, di completare una frase con un  gesto, di dire delle cose senza troppo giri. Difficile da spiegare, più facile da fare. Spesso utilizzo non dei testi compiuti, ma dei canovacci nei quali inserisco delle variazioni. Seguo una traccia, ma ho la possibilità di aggiungere e di allungare delle parti, di metterle insieme come fossero un mazzo di fiori. Oppure al contrario posso asciugare e togliere delle cose che non sembrano più avere il significato iniziale. Con il dialetto sento che questo lavoro di composizione può venire meglio. Mi sembra di poter  inventare, dare una ricchezza alle cose, aggiungere. È come per un pittore lavorare con le terre anziché le tempere, che sono più chimiche. Con le terre basta variare di poco la quantità e le combinazioni per ottenere dei colori che non sono sulla tavolozza. Le parole del dialetto usate in teatro sono un po’ come dei colori che ti sei fatto da solo. D’altro canto, però, io faccio teatro nazionale. Ci sono degli spettacoli nei quali uso dei frammenti in dialetto, come ad esempio il pezzo di Commedia dell’Arte nel Galileo, che rimane identico anche di fronte a qualsiasi pubblico. Bisogna fidarsi della comunicatività che può avere. Altre cose invece hanno una loro ovvia e più facile comunicatività in italiano.

Cosa significa essere da soli su un palco. Qual è l’importanza del corpo in scena?
Stare solo sul palco significa per me libertà compositiva. Scrivo storie per me, non sono capace di scriverne per altri, quindi la mia è una scelta funzionale. Sto sul palco da solo perché riesco a farmi capire benissimo, posso moltiplicarmi. A volte penso che sia anche un limite pesante, con il rischio di abituarsi troppo alla solitudine. So che devo stare attento a non cadere in questo tipo di solipsismi, a non produrre, per così dire, ‘vecchiezza’ e quindi faccio spesso delle cose fuori programma, delle collaborazioni con altri artisti. Ma, detto questo, stare soli sul palco è una meravigliosa sfida. Sai che devi reggere mediamente due ore e che non esistono mezze misure. Devi avere una condizione psicofisica per cui devi “dare come un condannato” e, se non lo fai, si vede subito. Se non ti dai fino in fondo non hai nessuna possibilità di cavartela. Da questo punto di vista fare teatro da solo è tonico!

paolini1.jpgMolti dei suoi spettacoli sono racconti legati alla storia, anche se attraverso la storia emergono delle realtà attuali. È difficile raccontare il presente attraverso il teatro?
C’è la satira che lo fa in un certo modo, un modo sicuramente meraviglioso, ma diverso dal mio. Raccontare una storia richiede del tempo, e intanto il presente è già diventato passato. Non è possibile inseguire l’attualità o essere giornalista in teatro perché, anche se si lavora su materiali di inchiesta, nel frattempo le cose si sono ‘raffreddate’. Per quanto riguarda la comunicazione di notizie, uno strumento come il teatro ha necessariamente un limite che va considerato. Io non racconto per fare informazione o controinformazione, non mi sento tenuto a farlo e posso quindi mettere insieme dei pezzi, degli aspetti che sfuggono inizialmente e risultano invece evidenti dopo un po’. Il tempo per starci a pensare io ce l’ho e questo mi sembra un enorme vantaggio. Mi permette di capire quali storie sopravvivono e quali invece sembrano interessanti solo nel momento in cui succedono.

 

Il tempo è un bel filtro che lascia alcuni abbozzi nel cassetto e fa sì che altri diventino invece degli spettacoli. Le storie hanno bisogno di un periodo di decantazione e se poi senti ancora il bisogno di raccontarle significa che in qualche modo sono attuali e che ascoltarle fa fare dei cortocircuiti sul presente. Con Ausmerzen, [racconto-monologo sullo sterminio dei disabili attuato dai nazisti (n.d.r.)] ad esempio, non ho aggiornato ma solo raccontato una storia degli anni ’40, e in tanti ci hanno visto delle preoccupazioni per il tempo che viviamo. È ovvio che oggi nessuno pensa di sterminare dei disabili, però ragionare su come quella cosa sia potuta accadere ha scatenato in molte persone delle riflessioni sul presente. Persone che me ne hanno parlato direttamente, che mi hanno scritto. Il teatro, del resto, è fatto di storie antiche e noi continuiamo a guardarci dentro perché ci troviamo qualcosa che ci riguarda.