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In viaggio con Paco. A Pordenone la magia acustica di De Lucia
di Giovanni Greto   

pacodelucia1.jpg[Recensione] Novanta minuti ininterrotti di musica, canti e danze hanno dato vita ad uno spettacolo memorabile per il pubblico del teatro Verdi di Pordenone, accorso numeroso per ascoltare (forse) il più grande musicista di flamenco. Francisco ‘Paco’ Sanchez Gomez, nato ad Algeciras, Cadice, il 21 dicembre 1947, entra da solo in palcoscenico, accolto da un caloroso applauso. Le luci si attenuano, cala il silenzio in sala. Il pubblico attende che l’artista incominci, trattenendo il respiro. Paco, elegante e tranquillo, affina l’accordatura dello strumento prima di iniziare una malinconica Rondina a mi nino curro.

Il tocco inconfondibile, la tecnica chitarristica che non ha uguali cominciano a conquistare gli spettatori. Quando poi nel secondo pezzo, Solea por buleria “Antonia”, fa il suo ingresso in scena il percussionista Piranha, il concerto comincia lento e inesorabile a prender quota. Entrano i cantaores, Davide de Jacoba e Duquende, uno dei cantanti di flamenco più acclamati di Spagna, considerato il nuovo Camaron de la Isla, i quali si alterneranno alla voce solista, e Farruco.

 

Fu proprio con Camaron de la Isla, morto prematuramente nel 1991, che Paco de Lucia portò ad una conoscenza più estesa un genere elitario come il flamenco, a rischio di venir confinato in un ghetto. In seguito entrano l’armonicista Antonio Serrano, il chitarrista Antonio Sanchez, nipote del leader e il bassista elettrico Alain Perez, che spesso esegue all’unisono col celebre virtuoso le varietà tematiche dei diversi pezzi.

 

La platea percepisce cflamenco.jpghe Paco è in stato di grazia, in grado di impressionare e strabiliare per tecnica, ritmo e creatività. La mano destra sembra letteralmente prendere il volo, facendo apparire semplici acrobazie virtuosistiche dalla complessità estrema, eseguite con eleganza e senza un minimo accenno di fatica. Duquende, dal canto nervoso e dal timbro roco, ben si intreccia con le lamentazioni calde di David de Jacoba. Poi, finalmente, Farruco si alza dalla sedia dirigendosi verso il centro del palco per dar vita, in Calle Municion e soprattutto in Luzia, a una ‘Sigueriya’, forma del canto flamenco intensamente nostalgica e drammatica, dal repertorio coreografico basato oltre che sulla gestualità sul taconeo, potente percussione con gli arti inferiori sulle tavole del palco, opportunamente ‘microfonate’.

La velocità e il ritmo che impressi mediante gli stivaletti di cuoio e lo sguardo intenso ed ispirato lasciano tutti in un silenzio mozzafiato, che dopo ogni trama significativa e soprattutto alla fine del brano, in perfetto sincronismo con i compagni, esplode in un’ovazione. L’ottetto si dispone abbracciato sul proscenio, ringraziando e soffiando baci, dirigendosi dietro le quinte. Il pubblico rimasto in piedi ad applaudire, però, esige un bis, che arriva con Rumba “entre dos aguas”.

 

È una vera e propria passerella per dar modo ad ogni musicista di ricevere un applauso. Tra il gruppo merita un cenno Piranha, motore pulsante soprattutto attraverso il cajon, strumento di legno a forma di parallelepipedo percosso con le mani, sopra il quale siede l’esecutore.

Paco de Lucia, chitarra; Antonio Sanchez, chitarra, Alain Perez, basso elettrico; Antonio Serrano, armonica cromatica, tastiere; Piranha, percussioni; Duquende, voce; David de Jacoba, voce; Farruco, voce, danza