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Elogio del dubbio
di Riccardo Triolo   
sokurov.jpgAnche se siamo ancora lì, dentro il magnifico Faust di Sokurov (meritatissimo Leone d'Oro di quest'anno), in compagnia del mefistofelico e straordinario Anton Adasinsky, a decidere se proseguire il nostro faustiano, oltreumano viaggio di scoperta o lasciarci lapidare insieme a lui, il diavolo in persona, tornando alla terra, alla materia, alla carne, il cinema corre, cresce, vive. C'è chi lo vorrebbe grande, enorme, e prospetta la proliferazione delle sale Imax anche in Italia.

C'è chi lo vorrebbe tascabile, distribuito su iPad via web. Così mentre raccogliamo le nostre cose al termine di quest'ultima, vorticosa Mostra e torniamo al quotidiano, mentre le immagini continuano a scorrere su schermi grandi e piccoli, con il loro carico di tensioni, significati e vibrazioni, l'Italia affonda sotto gli occhi del mondo e per mano di una classe politica che da vent'anni (salvo poche, penose, parentesi rosa) ha deliberatamente deciso di ridurci in miseria, senza nemmeno offrirci uno spiraglio di crescita. Amelio vince il premio della critica a Toronto traducendo Camus per il grande schermo. Non basta. Roberto Castelli si dichiara povero in senso marxiano. E questo può bastare, grazie.

 

Michelle Yeoh viene espulsa dalla Birmania in quanto interprete al cinema dell'attivista e pacifista Suu Kyi. Tant'è. Il mondo, al di là dello schermo, esiste e spesso ci disgusta, ci fa desiderare di incontrare il diavolo e partire a braccetto con lui per l'Islanda. «Il diavolo, probabilmente», direbbe Robert Bresson, i cui fotogrammi, rigorosi, materici, ci ricordano la possibilità di un riscatto in un tempo altro, metafisico. krzysztofkieslowski.jpgPerché quanto nella vita ci è concesso di buono è una pura fatalità. Ce lo ricorda Krzystof Kieslowski (alla Casa del Cinema una bella rassegna a settant'anni dalla nascita) con il suo cinema che di Bresson conserva il rigore, stemperato però in un calore bergmaniano e in una tensione hitchcockiana che sono la sintesi di molto cinema contemporaneo. E se a queste tre qualità - rigore, calore e tensione - Enrico Ghezzi aggiunge - a ragione - l'acutezza rohmeriana e i ritmi visivi spielberghiani, allora dobbiamo considerare il cinema di questo straordinario auteur polacco, scomparso nel 1996, la summa di molte delle istanze del migliore cinema dalla nouvelle vague in poi.

La tensione che di fatto si respira in opere di straordinaria presa emotiva e morale, quali i mediometraggi del Decalogo, stemperata nel ritmo solenne e interrogativo di intensi primi piani che sempre intervallano il racconto minuzioso e affettuoso di esistenze quotidiane, conduce inevitabilmente alla presa di coscienza dell'inalienabilità del dubbio. Il mistero, questo sì dipinto con potenza spielberghiana, che non trascura di travolgere le esistenze pacifiche di molti dei personaggi dei suoi film (pensiamo alla trilogia Tre colori) non è svelato. Aleggia, si palesa, ricorre. Ma non si svela, mai. Semmai si rivela, si illumina di bagliori improvvisi, specie se riusciamo a seguire il filo dei rimandi interni, dei simbolismi che tracciano una via interpretativa non razionale, ma immediata e simultanea, come ne La doppia vita di Veronica. Non è lo spessore sostanziale che si cerca nei film di Kieslowski: non ci regalerà che una stanca serie di intellettualismi. Piuttosto la leggerezza, l'acutezza, la spiritualità che sempre albergano in tutti i discorsi per immagini. Così come nei pensieri, dei quali, salvo rare e spesso erronee focalizzazioni e puntualizzazioni, è bene non fidarsi troppo.

«Il cinema di Krysztof Kieslowski»
I martedì e giovedì di ottobre La Casa del Cinema-Venezia
Info tel. 041-2356111