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Fattore T. Biennale Teatro 2011: ne parla └lex Rigola
di Andrea Perissinotto   
alexrigola.jpgDal 10 al 16 ottobre va in scena a Venezia il 41.Festival Internazionale del Teatro, un festival-laboratorio fortemente caratterizzato dalla carica innovativa del neodirettore catalano Àlex Rigola. Sue le riscritture di grandi classici quale la trilogia shakespeariana Giulio Cesare, Tito Andronico, Riccardo III, la messa in scena di testi della drammaturgia contemporanea e di testi letterari come Il processo di Franz Kafka e il romanzo incompiuto di Roberto Bolaño, 2666. Ampi e del massimo livello i riconoscimenti e i premi della critica. A Venezia ha pensato a un festival come “agorà del teatro”, chiamando i migliori nomi della scena internazionale - registi, coreografi, artisti, architetti e scenografi, esperti di video-scrittura e creatori di luci - perché la città e la Biennale non siano soltanto mero palcoscenico per la presentazione di spettacoli, ma anche e soprattutto il luogo dell’incontro, dell’apprendimento, della formazione pratica e della discussione delle arti teatrali a livello internazionale, coinvolgendo pubblico e professionisti da tutto il mondo per un’approfondita riflessione sul fare teatro oggi. Ecco, quindi, laboratori, conferenze, incontri, tavole rotonde, e, naturalmente, spettacoli, con in media 5 messe in scena al giorno per un totale di oltre 40 appuntamenti. Che il Festival cominci, allora: entra in scena Àlex Rigola.

 

41. edizione della Biennale Teatro: l’idea, il progetto e ora la forma. Qual è il processo creativo che ha seguito per plasmare questa edizione del Festival?

Il processo è strettamente legato alla parola “ambizione”: collocare il Festival della Biennale di Venezia al posto che gli corrisponde e in tal modo fare di Venezia, e della selezione di teatro della Biennale, un’occasione irripetibile e unica.

 

 

Credo che ciò che si è cercato è stata la forma per giungere al compimento di questo obiettivo. Venezia, a differenza di altre città, non è una città che appartiene a una regione, a un paese o ad un continente; è una città del mondo. Chiunque possa

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permettersi un viaggio a Venezia, ci va almeno una volta nella vita. Alcuni lo fanno a trent’anni, altri invece a settanta. Venezia è una città mondiale e ciò le dà un carattere molto speciale. È una città con relativamente pochi abitanti ma, d’altra parte, possiede due università. Venezia, dunque, è un luogo di accoglienza, non solo dal punto di vista del turismo culturale, ma anche come polo per attività accademiche. Per questo abbiamo lavorato su una formula che non fosse già presente in altri festival e soprattutto nei festival italiani. Da qui l’idea di uno spazio di formazione, un campus, non universitario ma scenico, dove vi sia un incontro tra diversi maestri, i quali non si limitano solo a presentare i propri spettacoli. Qui lo spettacolo in sé è ‘solo’ una delle parti del festival; il fattore più interessante è probabilmente il laboratorio. Ciascuno di questi grandi maestri internazionali sta dirigendo un laboratorio. Si tratta di una serie di sessioni di investigazione che permettono al maestro di sperimentare, sia con materiale scenico che attraverso la formazione e la collaboriazione degli artisti che partecipano al laboratorio. L’unicità di questi incontri è dettata dal fatto che sono occasioni uniche per coloro che desiderano lavorare a fianco di queste grandi figure del teatro contemporaneo, grandi maestri, i quali hanno già proprie compagnie e interpreti, fatto, di per sé, che rende estremamente difficile accedere a una formazione di questo genere. Lavorare, per esempio, con Thomas Ostermeier (che in questo momento è uno dei grandi del teatro contemporaneo, oltreché Leone d’Oro 2011) rappresenta per gli artisti un’occasione più unica che rara. E di occasioni così uniche ce ne saranno dieci in questi giorni! In definitiva si tratta di condividere ciò che la vita e l’Arte ti ha dato con artisti che desiderano rendersi parte integrante della tua forma di lavorare.

 

janfabre.jpgPer organizzare un apparato così fortemente orientato al laboratorio creativo, e per dare la possibilità a tutte queste persone di condividere l’unicità di una città così speciale, quasi onirica, come Venezia, qual è stato il processo di selezione di questi grande maestri? Perché proprio questi?

Questa decisione può essere ricondotta a un profilo razionale della mia personalità ma al contempo manifesta anche il mio lato artistico. Mentirei se non dicessi che ho scelto le persone che mi piacciono. Sono le persone in cui credo e, non casualmente, tutta la programmazione che ho avuto modo di mettere in scena a Barcellona in questi anni è stata fatta assieme a questi artisti. Credo siano i “Grandi” di oggi e, guarda caso, sono proprio gli artisti che stanno lavorando in tutti i teatri e festival internazionali.

 

Come nella Biennale Arte, anche qui ogni artista, ogni maestro rappresenta un ‘padiglione’, in cui la gente può entrare e condividere esperienze. Spetta a loro, quindi, il compito di definire la Biennale Teatro?

È il gruppo che disegna la forma finale del Festival e il gruppo è formato dai maestri, dagli artisti che presenteranno i propri spettacoli e dai partecipanti. L’intenzione, infatti, è di offrire l’opportunità a duecento persone di trascorrere un periodo di apprendimento assolutamente ‘unico’ nel proprio percorso artistico.

 

janlauwers.jpgTutti gli artisti che partecipano ai laboratori matureranno un’esperienza formativa e umana eccezionale, ma crede che questa sorta di scambio possa essere propositiva anche per i grandi maestri?
Sicuramente sì, i processi vanno nelle due direzioni, sempre. La forza di questo Festival sta nella condivisione di esperienze sceniche.

 

Qual è il futuro del teatro?
Il teatro, come arte di rappresentazione, si colloca tra il cinema e la letteratura. Credo sia proprio questo il suo punto di forza. La sua forza è poetica; il realismo non necessariamente dev’essere la sua componente più importante, perché, sotto questo aspetto, la spunta il cinema. La sua forza peculiare è l’intrinseca vocazione all’astrazione pur mantenedo elementi visivi molto forti, a differenza della letteratura. Io credo che nel teatro ci sia sempre stato un unico tema, da sempre. Perché andiamo a
teatro o perché facciamo teatro? Perché vogliamo sapere più cose sull’essere umano. Perché vogliamo sapere più cose sull’essere umano? Perché sicuramente vogliamo sapere molto di più su noi stessi. La nostra prima reazione è cercare una condizione ‘altra’ da noi e credo che l’interesse egoista del teatro, sia per gli artisti che per gli spettatori, rappresenti il riavvicinamento a noi stessi. Il teatro non è altro che un riflesso di ciò che siamo, come uno specchio, più concavo o convesso, ma in fondo niente più di uno specchio.