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Back to Infidels? A Padova Dylan e Knopfler insegnano rock
di Massimo Bran   
bob.jpgPer quelli della mia generazione, 45enni o giù di lì, nati troppo tardi per formarsi in diretta quando tutto si formava a quantità industriali e a qualità siderali, da Elvis al punk, nati troppo presto per farsi abbindolare dal neo-romantic di plastica proto-new wave degli 80’s, l’apparizione di un album come Infidels rimane un segno emozionale difficilmente cancellabile.

Dylan usciva da uno dei suoi periodi più oscuri, con quel trittico della cosiddetta svolta cristiana alla fine degli anni ’70, mentre il nichilismo punk infiammava Londra, New York, Detroit e un pezzo di California. Street Legal, Slow Train Coming, Saved, una trilogia che sembrava davvero l’atto finale dimenticabile, salvo il primo dei tre giustamente rivalutato, di un autore essenziale come nessuno nella storia della cultura e del costume giovanili. Sermoni cristiani a go-go, arrangiamenti ampollosi, improbabili fughe misticheggianti. Insomma, da un ebreo intellettuale come lui la cosa suonava davvero poco credibile. Lui per primo decise così di prodursi in un balzo acrobatico dei suoi, non certo paragonabile alla svolta elettrica dei Sixties, ok, però comunque uno scarto, perlomeno verso il recupero della qualità assoluta della sua arte.

 

knopfler.jpgInfidels, titolo paradigmatico, come a dire ok, abbiamo dato fiato a una fede un po’ sopra le righe, rioccupiamoci ora dell’animo mai lineare dell’individuo, con le sue debolezze, mediocrità, emozioni. Il sound è subito un colpo al cuore, con quella chitarra inconfondibile di Knopfler a disegnare ballad elettriche memorabili, con quel blues minimale al servizio della voce che non è una voce, ma un lamento abrasivo, uno scandire in sottrazione, un rumore che è il Novecento. Era l’83, la plastica del decennio da bere era nella sua fase ascendente, il post-punk ancora aveva qualcosa da dire con il ruggito finale dei Clash, tutto era così confuso e mescolato, con però piena l’onda della tensione a vivere leggeri, a-tutto, stanchi di eroina, politica, di riff, di assoli.


Ero lì, sdraiato in poltrona a maneggiare un giurassico telecomando, finendo come sempre su Videomusic, sì, perché da noi col cavolo che MTV era arrivata in orario… Tra uno sgangherato Adam Ant e un Kid Creole buono per le sue Coconuts, tra dei Duran imberbi e un Billy Idol caricaturale, ecco a un tratto una faccia altra, sorta di sfinge in penombra, che accarezza la sua chitarra in un’atmosfera sospesa da club vuoto a fine serata. Una chitarra di notturna, lancinante pienezza, e poi quell’attacco, «Well the pressure’s down, the boss ain’t here…». Sweetheart like you, straordinaria ballata senza tempo, quindi sideralmente al di sopra di qualsiasi tempo. Un disco bellissimo, con l’incalzante Jokerman, la sincopata Neighborhood Bully, la scarnificata e commovente I and I, la dolente Licence To Kill. Un’epifania per un sedicenne rocker, ‘battezzato’, tra l’altro, dal primo video mai fatto da Mr. Zimmerman, che da lì a qualche settimana si costruirà, tra prestiti e qualche raro acquisto, l’intera discografia del nostro.


dylan.jpg

 

Bisognava studiare seriamente per il primo concerto di un tale mostro sacro all’Arena di Verona nell’84, con un altro chitarrista da niente, un certo Carlos Santana. Ricordo questo video, assieme a quello di Bruce per Atlantic City visto per la prima volta a Telecapodistria (mai TV sarà troppo lodata…), come un momento topico per la mia immersione nel miglior r’n’roll a stelle e strisce. Ognuno ha i suoi, per carità, però sono convinto che molti dei quarantenni che si ritroveranno il 9 novembre a Padova per rivedere in coppia Bob con la chitarra degli Straits avranno in comune questa apparizione. Inutile dire che, ammesso e stra-non–concesso che farà almeno una delle canzoni di quell’album, le versioni di quei pezzi che ci folgorarono saranno prevedibilmente imprevedibili. Neverending surprise, forever!

Bob Dylan + Mark Knopfler
9 novembre PalaFabris-Padova
Info www.zedlive.com