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Irriducibile Wajda! Riflettori puntati sul cinema polacco
di Riccardo Triolo   
wajda.jpgPolanski, Kieslowski, Skolomowski, Sthur. E ancora, in rigoroso ordine sparso, Munk, Zanussi, Wajda. Il cinema polacco ci ha regalato autori tra i più significativi della storia del cinema europeo. Conclusasi da poco la bella personale dedicata a Krzystof Kieslowski, Circuito Cinema, in un'ideale quanto fortuita linea di continuità che pare omaggiare la produzione cinematografica della Polonia, propone a novembre un’interessante retrospettiva dedicata a uno dei maggiori registi polacchi viventi: Andrzej Wajda.

Allestita con grande successo qualche mese fa a Genova, in occasione di un articolato omaggio al regista polacco e alla cultura ebraica in Polonia, la rassegna «“Ho sentito la voce del dottor Korczak”. Andrzej Wajda e le radici ebraiche del cinema polacco» propone alla Casa del Cinema sei titoli distribuiti in tre giorni di proiezioni, dal 22 al 29. Regista cinematografico e teatrale, oggi più che ottantenne, Wajda è una delle figure chiave della cultura europea del dopoguerra. Quattro tra i suoi film sono stati nominati dall'Academy come miglior film straniero. Tra questi, L'uomo di ferro ha vinto la Palma d'Oro a Cannes nel 1981.

 

andrzej.jpgMa di Wajda, presenza costante nel mondo cinematografico e teatrale - eppure ‘oscura’, quando non sconosciuta, ai più - si è tornato a discutere quattro anni fa, quando il suo tesissimo e fervido Katyn (2007) ha rispolverato un episodio controverso della Seconda Guerra Mondiale, quello del massacro di soldati e civili polacchi da parte dell'Armata Rossa. Testimone e cantore tragico della storia della Polonia, Wajda ha combattuto contro i nazisti e, a partire dal 1955 con Generazione, ha espresso tutto l'orrore per la guerra e per ogni forma di nazionalismo e patriottismo. Sebbene spesso allegorica e simbolista, come molto cinema dell'Europa orientale, l'opera di Wajda mantiene un dialogo costante con la realtà e con la storia, quasi mossa dall'estetica del rispecchiamento cara al filosofo ungherese Gyorgy Lucàks, dove dramma e fatto storico concorrono a dar vita a una materia artistica non indifferente e anzi critica e propulsiva.

Così nei secondi anni Sessanta, ferito dalla morte del suo alter ego attoriale, Zbigniew Cybulski, sorta di James Dean polacco, Wajda espresse il suo cordoglio con Tutto in vendita (1969), canto personale di tragico splendore, per poi entrare appieno all'impegno al fianco di Solidarnosc con due film politici, nel senso più alto del termine: L'uomo di marmo (1976) e L'uomo di ferro, dove il leader del movimento libertario Lech Walesa recita nel ruolo di se stesso. Negli anni Ottanta diresse Gérard Depardieu nel celebre, pluripremiato Danton (1983), racconto storico e allusivo di come ogni rivoluzione possa trasformarsi nel suo contrario. Tema riproposto per certi versi in Les possédés (1988), tratto da Dostoevskij.

 

Gli anni Ottanta sono anche gli anni del teatro e dell'allestimento del dramma tradizionale ebraico Dybbuk. Crollato il regime, nei primi anni Novanta Wajda fu eletto senatore e nominato direttore artistico del Teatro Powszchny di Varsavia. Lungi dal perdere smalto, rigore e tensione civile, il cinema di Andrzej Wajda ha affrontato tanto temi storici (ancora la Seconda Guerra Mondiale nel 1993 con L'anello con l'aquila coronata e nel 1996 con Settimana Santa) e intimisti (nel 1997 con Miss Nobody). Insignito nel 2000 del premio Oscar e nel 2006 dell'Orso d'oro, entrambi riconoscimenti conferiti alla carriera, Wajda si è recentemente ripiegato su un cinema più meditativo e filosofico, ottenendo con Tatarak (2009) il prestigioso premio Fipresci.

«“Ho sentito la voce del dottor Korczak”. Andrzej Wajda e le radici ebraiche del cinema polacco»
22, 24, 29 novembre La Casa del Cinema-Videoteca Pasinetti
Info tel. 041-5241320
 

 

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