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Mille volte Monica
di Riccardo Triolo   

monicavitti.jpgVoce e chioma. E poi occhi, gesti, passi. Monica Vitti arriva così in ogni film, con un moto della testa, un guizzo degli occhi. La sua presenza ha uno stile inconfondibile e i suoi personaggi sono schegge di uno specchio, tessere di un mosaico in movimento, frammenti di una gigantografia che si compone e si distrugge di fotogramma in fotogramma, di film in film, sul grande schermo.

 

Per questo suo essere persona, personaggio e individuo dalle molteplici maschere, Monica Vitti ha conquistato il cinema. A partire da Michelangelo Antonioni, che sul finire degli anni Cinquanta la vide a teatro in un ruolo comico e la volle per quel suo folgorante giallo dello spirito che è L'avventura. La sottile inquietudine del suo personaggio, Claudia, si sposava perfettamente alla levigatezza del suo viso, all'acquosità cristallina del suo sguardo, all'indomabilità ventosa dei suoi capelli, al broncio scultoreo della sua bocca.

 

Fu una consacrazione, una rivelazione. Che però Monica non colse, non volle. Lei, a suo agio per la prima volta nella vita solo sul palcoscenico a quattordici anni, non aveva sfidato una famiglia piuttosto conformista, agito di testa sua. Antonioni, che nella vita e al cinema la amò molto, le cucì addosso altri ruoli inquieti ed eterei - come quello di Valentina, ricca e disperata, nel successivo La notte; quello dell'avvilita Vittoria ne L'eclisse; o quello della nevrotica Giuliana, aspirante suicida di Deserto rosso - intuendo le mille sfumature di cui era capace.

 

8010020027194_f.jpgE in quello straordinario sodalizio Monica Vitti esplorò il ‘grado zero’ del suo stile, una duttilità sottile, indurita solo dalla cifra roca della sua voce, che sembra aver temperato il suo lato istrionico, donandole una rarissima e sopraffina continenza. Che lei, con eleganza e intelligenza, mise presto alla berlina donandosi anima e corpo alla commedia all'italiana. Fu Monicelli, con un'operazione insieme dissacrante e sarcastica (La ragazza con la pistola, 1968), a strapparle la maschera antonioniana, rivelando al mondo una Monica Vitti mattatrice, trasformista e vendicativa in quello che, insieme a La sposa in nero di Truffaut (pure del 1968), costituisce il precedente più autorevole del tarantiniano Kill Bill.

 

Gli anni Settanta saranno gli anni della commedia: Salce, Risi, Scola, Steno, Zampa. Monica Vitti concedeva, quasi disperdeva i suoi caratteri e i suoi personaggi, tutti fortemente connotati da una comicità impaziente, a tratti spasmodica, e da una malinconia sottile e dissimulata, in una serie di film popolari che la resero, in un decennio, la più credibile attrice comica del cinema italiano. Da Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa (Fondato, 1970) a Camera d'albergo (Monicelli, 1981), Monica Vitti ha rivisitato la comicità al femminile rimettendosi sempre in gioco, in un ostinato incedere da anti-diva. All'estero furono Losey (Modesty Blaise, la bellissima che uccide), Jancsó (La pacifista) e Buñuel, che la volle nel ruolo di Mme Foucaud nel suo dissacrante Il fantasma della libertà (1974). L'omaggio di Circuito Cinema a Monica Vitti (oggi, a ottant'anni, afflitta da uno spietato Alzheimer), che fa il paio con quello dedicato a Emma Thompson, ci sembra quindi doveroso e degno di attenzione in occasione di una festa, quella delle donne, ancora purtroppo ricordata per le troppe violenze e discriminazioni che coinvolgono il mondo femminile.

«Marzo Donna – Omaggio a Monica Vitti»
1, 6, 8, 13, 20, 22, 27, 29 marzo Centro Culturale Candiani-Mestre (Ve)
Info tel. 041-2386111

 

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