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Why don't you... Maria Luisa Frisa racconta Diana Vreeland
di Mariachiara Marzari   

vreeland1.jpgCi sono persone che, come profetizzava Andy Warhol, caro amico di Diana Vreeland, «will be world-famous for 15 minutes», e ci sono persone che hanno segnato un’epoca, quasi un secolo, influenzando il gusto e l’estetica di una società, lasciando un’eredità che va ben oltre la modernità del loro sentire, rimanendo assolutamente contemporanee. Una grande mostra a Venezia, nella ‘casa’ di un altro grande, Mariano Fortuny, pittore, scenografo, sublime creatore di tessuti, eclettico esteta in cerca di suggestioni, offre al pubblico la possibilità di entrare nel mondo straordinario e complesso di Diana Vreeland (Parigi,1903-New York, 1989), signora dell’alta società newyorkese, absolute icon, capace di inventarsi due nuove professioni, leggendaria fashion editor di «Harper’s Bazar» ed editor-in-chief dell’edizione americana di «Vogue» prima e, poi, Special Consutant al Costume Institute del Metropolitan Museum of Arts di New York, rivoluzionando la moda stessa, cambiando la comunicazione e dando visibilità al settore anticipando largamente i tempi. A più di vent’anni della sua scomparsa la sua influenza si fa ancora sentire fortissima. Curata unitamente da Judith Clark e Maria Luisa Frisa, promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e dal Diana Vreeland Estate, Diana Vreeland After Diana Vreeland, che apre il 10 marzo fino al 25 giugno nelle sale del Museo Fortuny, è una mostra che non si limita a mettere in scena dei vestiti, per quanto molti e straordinari sono gli abiti che si potranno ammirare, ma mette in cortocircuito il tempo, gli oggetti e la loro stessa ‘aura’, mostrando come la moda sia un fenomeno complesso e un osservatorio privilegiato per interpretare gusti e tendenze della contemporaneità.

 

Un percorso che cerca di restituire il ‘magnifico incedere’ con cui la Vreeland ha attraversato la moda del ‘900. Si possono ammirare abiti che appartengono alla storia della moda e che per la prima volta arrivano in Italia: i capi di Yves Saint Laurent e Givenchy indossati da Diana Vreeland, provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York, alcuni straordinari pezzi di Balenciaga di proprietà del Cristóbal Balenciaga Museum, le creazioni più iconiche di Saint Laurent della Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent, e, infine, abiti preziosi che hanno segnato la moda del secolo appena passato, provenienti da prestigiose collezioni private e archivi aziendali, fra cui capi di Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci e costumi dei Ballets. A raccontarci il genio di Diana Vreeland, Maria Luisa Frisa, eclettica e brillante Direttore del corso di laura in Design della moda dell’Università Iuav di Venezia, nonché critico di moda, scrittrice e fashion curator.

 

vreeland2.jpgGiocando con il titolo della mostra: Diana Vreeland before e Diana Vreeland after. Un ritratto.

 

Diana Dalziel Vreeland è un personaggio assolutamente straordinario - anche se può sembrare una banalità definirla così -, che ha attraversato tutto il ‘900, essendo nata nel 1903 e morta nel 1989. Dotata di un carisma incredibile, dato anche dalla formazione e dall’ambiente in cui crebbe, una famiglia non particolarmente ricca, ma per frequentazioni assolutamente snob e cosmopolita. Nasce a Parigi, vive a Londra e, fin da piccola è immersa in un certo tipo d’ambiente culturale, i genitori frequentano personalità di tutti i generi. Sua madre, Emily Key Hoffman era americana di grande bellezza e carisma, che frequentava i circoli della Belle Epoque aristocratici e bohémien, sia in Europa che in America. Suo padre, Frederick Dalziel, era scozzese d’origine ma cresciuto a Londra nell’ambiente aristocratico. Diana, infatti, assiste all’incoronazione di Giorgio V, fu la piccola damigella al matrimonio di Gloria Gould e Lord Decies, e incontrò Diaghilev and Nijinsky. Nonostante lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Diana ebbe la fortuna di viaggiare per l’Europa. L’ambiente, dunque, fu di grande stimolo per lo sviluppo della sua sensibilità estetica. Diana non è mai stata bella, ma, fin da giovane, fu consapevole di essere un personaggio, molto curiosa, sopra le righe, si è costruita sempre più questo ruolo attraverso gli anni. Ad un certo punto della sua vita incontra Vreeland, un uomo molto bello ed elegante, se ne innamora e decide di sposarlo, prendendo il cognome del marito e lasciando quello da ragazza, Dalziel.

 

vreeland3.jpgComincia, così, con lui una vita fatta di ‘abitudini’ di un certo livello, gite ai Castelli di Ludwig in Baviera, oppure weekend a Capri e in Costa Azzurra. Innamorata della capitale francese e della moda parigina, non esita però a seguire il marito a New York per lavoro. Una sera, mentre balla al St. Regis con un vestito di merletto bianco di Chanel con un bolerino e tra i capelli appuntati dei boccioli di rosa, viene notata dalla direttrice di «Harper’s Bazaar America», Carmel Snow, la quale senza indugio le chiese se le sarebbe piaciuto lavorare per Harper’s Bazar. A trenta anni, senza aver fatto mai niente prima di allora, se non la breve esperienza di dirigere un negozio di biancheria a Londra, Diana entra a far parte di «Harper's Bazaar America». La moda per lei era il tramite per conoscere il mondo, l’allure era la sua religione, osare il suo motto. La sua prima apparizione nel marzo del 1936, fu la rubrica «Why don’t you…»: Perché non… ti zippi nel tuo abito da sera? Tieni in mano un grande bouquet come se fosse una bacchetta magica? Indossi una bombetta? Metti fra i capelli una spilla giapponese? Acquisti un cappotto da sera trasparente? Oppure una toque di chiffon color geranio? O dei guanti di flanella chiara? O una blusa scura? Metti in mostra i tuoi averi in una borsa trasparente? Nascondi i tuoi fianchi in una giacca plissettata? Indossi dei cappelli di frutta? Magari con dell’uvetta? O con delle ciliegie? Fece immediatamente scalpore, impaginata da quel mago che era Alexey Brodovitch. Era estrema, immaginifica, snob da morire. Lei, nelle sue memorie, si limita a dire che: «Era piuttosto frivola». Quella rubrica metteva in scena il suo gusto per lo straordinario e la sua grande intuizione: la moda si nutre di sogni e di assurdità, Think big, make big.

 

Persino l’intellettuale «The New Yorker» la registrò e, parodiandola ne scrisse. «Come soprabito da indossare dopo aver sciato, procuratevi quello di un autista italiano, di colore rosso-arancio foderato con stoffa verde scuro». Oppure «rivestite il portabagagli della vostra automobile con la pelliccia di giovane alce».

 

vreeland4.jpgNelle sue memorie precisa: «Erano tutte idee già sperimentate e molto efficaci. Avevamo un portabagagli così nella nostra Bugatti». Ma una di quelle che sembrò suscitare maggiore attenzione fu «lavate i capelli biondi di vostro figlio con lo champagne che vi è avanzato, come fanno in Francia». La cosa straordinaria è che, così facendo, Diana Vreeland inventa la professione del fashion editor. Fino a quel momento i fotografi venivano semplicemente incaricati di fare un servizio di moda, lei invece ha un’idea molto precisa di quello che vuole.

 

Richard Avedon, che cominciò a lavorare per Bazaar alla metà degli anni Quaranta, afferma che Vreeland ha dato forma a una professione totalmente nuova, prima il fashion editor «metteva cappelli in testa alle signore della società». Lei, invece, partiva «dalla straordinaria galleria della sua immaginazione». Il metodo Vreeland era innescato da una sua visione a cui si doveva dare forma e immagine. Lei non era interessata a quello che pensavano i fotografi, era la sua immagine ideale a essere centrale. Per questo ha sempre lavorato a stretto contatto con i fotografi, impegnandosi direttamente sul set: «Lei non seguiva la moda, la moda seguiva lei». Nessuno sembra resisterle.

 

 

In quegli anni, che tipo di incidenza aveva sulla società «Harper's Bazaar America»?


vreeland6.jpgEra sicuramente una rivista importante, di riferimento, ma bisogna tener conto che a quel tempo la moda era ancora elitaria, fatta di grandi sartorie e grandi sarti, era vera alta moda. Diana Vreeland, però, persegue la nobile intenzione di impartire un’educazione attraverso la moda. Al contrario di quanto accade oggi, in cui vi è la tendenza ad abbassare il livello per timore che la moda non venga compresa e, soprattutto, resa accessibile alla massa, Diana puntava sempre all’eccellenza. Lavorando a «Harper's Bazaar», per esempio, scopre Andy Warhol, che realizza per lei i suoi primi disegni proprio per guadagnarsi da vivere. Diana, dunque, diventa fashion editor di Harper’s nel 1939. Il triumvirato alla direzione della rivista era, quindi, composto da Carmel Snow, Alexey Brodovitch e Diana Vreeland. Snow era il silenzioso monarca che alla fine decideva l’ordine delle pagine e la composizione della rivista, mentre Vreeland durante i meeting faceva annunci e dichiarazioni che venivano poi smorzate e addolcite da Snow. Testimoni eccellenti, le copertine e le doppie pagine pubblicate in quegli anni, assolutamente meravigliose e innovative, dove l’immagine fotografica si mescola ad una composizione molto ariosa, con molto bianco, ma anche con delle costruzioni che sono chiaramente grafiche e vanno oltre la semplice fotografia. Da un’analisi superficiale può sembrare che tutto quello che si vede oggi nell’editoria di moda sia copiato dal suo stile, non è esatto, ma certamente Diana è stata una vera apripista; ha definito la moda come la viviamo noi adesso, ha definito delle specifiche competenze e le modalità di lavoro. È pazzesco quanto lei sia stata un personaggio seminale, è riuscita lungo la sua vita ad attraversare tutti i passaggi della moda, incidendo massimamente in questo settore, anche quando poi diventerà Special Consultant per il Metropolitan Museum of Art.


E poi la grande stagione di «Vogue America»...


vreeland7.jpgDiana resta ad «Harper’s Bazaar America» fino ai primi anni ‘60, poi nel ‘62 entra a «Vogue America», operando delle importanti rivoluzioni e rendendo la rivista la più bella e autorevole del settore. Direttore di «Vogue» dal 1963 al 1971, è Vreeland stessa a raccontare come amava mescolare le immagini e i corpi delle modelle alla ricerca del perfect whole, di un insieme costruito per restituire visivamente una idea di stile. Attraverso le immagini, i montaggi inediti, il tentativo di disegnare paesaggi di doppie pagine che trasmettessero suggestioni ed emozioni. È lei a dare immagine agli anni Sessanta, «come tutti i grandi periodi, gli anni Sessanta crearono personalità di notevole fama. Fu la prima volta che le indossatrici diventarono delle famose personalità”». È Benedetta Barzini, una delle sue tante scoperte insieme a Twiggy, Penelope Tree, Veruschka, Marisa Berenson, a interpretare, nel «Vogue» dell’agosto 1964 lo spirito delle ragazze giovani, alla moda, sempre in «Vogue»: le Chicerinos (neologismo di sua invenzione che combina il termine chic con una forma diminutiva). Fra le altre Chicerinos ci sono Françoise Hardy, Catherine Spaak, Barbra Streisand… è ancora lei infatti, a lanciare la moda delle attrici usate come modelle. Donne che non sono soltanto belle, ma hanno una grande personalità, come va molto di moda adesso, ma è stata proprio Diana a dare il via a tutto.


Il ‘68 è un anno di svolta nella vita politica e nella società, e di conseguenza nella moda specchio della società stessa. Le viene tolta la direzione di «Vogue» nel 1971 perché il suo stile è troppo elitario. I tempi sono cambiati: quel meraviglioso mix di bellezza, eleganza, mondanità, celebrities, cultura, snobismo, ricchezza con cui lei aveva impastato «Vogue» ha fatto il suo tempo. La moda deve diventare democratica e l’alta moda sta per cedere il passo al prêt-à-porter.

 

vreeland10.jpgPer lei si aprono allora le porte del Metropolitan Museum of Art come consulente speciale per il Costume Institute. Nascono mostre memorabili dedicate alla Russia, alla Cina, al design hollywoodiano, alle figure femminili del Settecento, alla couture parigina dei primi tre decenni del Novecento. Una sacerdotessa nel suo tempio (come l’ha definita Jackie Kennedy), che sceglie di giocare un ruolo attivo al Costume Institute, riconoscendo alla moda un ruolo privilegiato per comprendere la cultura contemporanea. Per 15 anni porta più di un milione di visitatori l’anno e ottiene per il museo incredibili donazioni di abiti e accessori. Segnando con il suo stile anche il modo di fare mostre di moda. È a Balenciaga che Vreeland dedica nel 1973 la prima mostra della sua nuova vita. Intuisce subito il genio di Yves Saint Laurent, di cui cura nel 1983 un’altra mostra memorabile al Met, la prima dedicata a un designer vivente. Poi c’è «il mio carissimo amico Roger Vivier… Le scarpe che creò a Parigi, sono tra le più belle che io abbia mai visto». Si occupa naturalmente, anche se non con grande entusiasmo, dei designer americani. A Jacqueline Kennedy, che le chiede consiglio per costruire quello che sarà il suo look da first lady, Diana Vreeland suggerisce Stella Sloat, Ben Zuckerman e Norman Norell. A cui si aggiunse Oleg Cassini che finirà per firmare quasi tutto il guardaroba White House. E le suggerisce «di portare un manicotto di zibellino il giorno dell’insediamento alla Casa Bianca. Era solo per ragioni pratiche, pensavo che sarebbe morta di freddo. Ma penso anche che i manicotti siano tanto romantici perché hanno a che fare con la storia». C’è un libro, Selling Culture, scritto da una studiosa americana, che in copertina riporta una foto che raffigura Ronald Reagan, Nancy Reagan e Diana Vreeland; in questo volume si afferma che Diana Vreeland è colei che definisce il gusto dell’intera società americana degli anni ‘80.

La sua eccentricità non era solo espressa dalla sua personalità, anche il suo aspetto non lasciava dubbi...

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Diana portava un trucco molto particolare che si faceva da sola, come spiega nelle sue memorie: si dava moltissimo bianco sul viso tanto che la faccia sembrava quasi una maschera del Teatro Kabuki; portava i capelli come un elmetto, tinti rigorosamente di nero anche quando era più anziana; una bocca rossissima, niente sugli occhi e pomelli delle guance ugualmente rossi, quasi esagerati, il tutto sempre un po’ asimmetrico. Risultava sempre spettacolare, in ogni sua sfaccettatura e sfumatura. La sua voce roca, la sigaretta nel bocchino sempre in bocca, fumava in continuazione. Personaggi così, secondo me, non esistono più.

Come sarà strutturata la mostra?


Il titolo della mostra, a cui tengo particolarmente, è Diana Vreeland after Diana Vreeland perché era necessario mettere subito in evidenza che non si tratta di una semplice mostra biografica, ma piuttosto di un lavoro di concettualizzazione sul suo personaggio, una riflessione e una decontestualizzazione del suo modo di lavorare. È un percorso espositivo che, da una parte, ci conduce ad esplorare le ossessioni di Diana Vreeland, come ad esempio gli abiti dei balletti russi a cui era particolarmente legata, mentre, dall’altra parte, presenta gli abiti creati dai sarti per le sue mostre. È sempre aperta la discussione se essere filologici o essere interpretativi. Io personalmente, che vengo definita fashion curator - ma solo all’estero perché in Italia questa figura non esiste -, credo che lo sguardo del curatore, come quello del critico, sia uno sguardo che dà un’interpretazione, mentre lo sguardo dello storico è diverso.

 

Anche un curatore racconta una storia, ma la racconta sempre dando un punto di vista molto preciso. Diana Vreeland era un curatore, non uno storico ed era in continuo conflitto con i curatori del Metropolitan. Il convegno, che verrà organizzato in concomitanza con la mostra (vedi box a fianco) riflette proprio sul lascito di Diana Vreeland ed è molto interessante che per la prima volta si rifletta sul tema del fashion curating.
vreeland13.jpgPerché Venezia?

Io organizzo mostre di moda, questa mostra è curata da me e da Judith Clark, con cui ho un rapporto di amicizia e ho già lavorato altre volte, così quando è nata l’idea di fare questa mostra su Diana Vreeland, abbiamo pensato in modo piuttosto naturale di allestirla a Venezia, anche perché lei amava tantissimo i cavalli di San Marco, che considerava una delle cose più belle al mondo.
Venezia, inoltre, ha un’importante tradizione legata alla moda: fino alla metà degli anni ‘80 a Palazzo Grassi aveva sede la SNIA Viscosa, che organizzava mostre e sfilate importanti per promuovere i suoi tessuti, invitando designer, stilisti e sarti famosi ad interpretarli. Inoltre, c’era la tradizione delle feste veneziane, che sappiamo essere di per se stesse delle grandi sfilate di moda. Dai racconti di Simonetta Colonna duchessa di Cesarò, con cui ho lavorato, ho saputo che prepararsi a queste feste era incredibile, si cominciava anche sei mesi prima a pensare ai vestiti e si giungeva in città con un seguito infinito di bagagli, parrucchieri e sarte.


vreeland14.jpgErano dei momenti di grande ostentazione dell’eleganza e grandi messe in scena di quello che era la moda a quel tempo. Tornando all’oggi, la presenza a Venezia è legata allo IUAV, ateneo dove dirigo il corso di laurea in Design della Moda, ed è logico che un corso di questo tipo, che cerca di creare una situazione forte, non soltanto dal punto di vista progettuale, ma anche dal punto di vista riflessivo, e dove lavorano bravissimi studiosi di moda, sia stimolato dall’avere la possibilità di allestire delle mostre e organizzare un convegno come questo, oltre che dallo stringere una collaborazione con un’istituzione come il London College of Fashion. Questa è la dimostrazione pratica di come si possa lavorare creando un sistema, in questo momento stanno partecipando infatti l’Università, una casa editrice come Marsilio, che si occuperà del catalogo, Civita Tre Venezie che ha dato un grande supporto e, infine, dei partner economici come Mauro Grifoni e Vicenza Oro. È la prova concreta di come un sistema formato da singole realtà abbia creato una rete di collaborazioni, riuscendo a realizzare un progetto di altissimo livello internazionale, che ben si legge anche attraverso le richieste di partecipazione al convegno che provenienti da tutto il mondo. È una bellissima operazione di ingegneria culturale messa a sistema.

 

«Diana Vreeland after Diana Vreeland»

10 marzo-25 giugno Palazzo Fortuny

Info www.visitmuve.it

 
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