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Madame Fisscher. Il ciclone Urs Fischer re-inventa Palazzo Grassi
di Chiara Casarin   

urs2.jpgQuando un artista fa della sua arte uno strumento pubblico di riflessione teorica e non solo l’esito di una personale operazione di pensiero e di lavorazione manuale, allora possiamo certamente dire di essere di fronte a uno di quei casi che, in un modo o nell’altro, segneranno la storia dell’arte.

 

Quando ci si pone in molti in doveroso silenzio al cospetto di un lavoro che reclama di essere scrutato, letto, capito, e quando in molti si tenta un’interpretazione seppure azzardata significa che l’opera ha funzionato, è divenuta un dispositivo filosofico che traina ipotesi e suggestioni.

 

urs1.jpgUn po’ come dei meccanismi a motore che infondono vita a sculture fatte di oggetti, così anche le opere statiche muovono qualcosa dentro alla mente e ne acuiscono l’ingegno interpretativo. Ed ecco che ci si trova davanti ad agglomerati ricomposti di oggetti d’uso quotidiano, ad assembramenti di brani di un arredo d’altri tempi che assumono nuove forme e nuovi sensi in un vortice di pensieri da convogliare ordinatamente, da ricomporre in una unica e più sensata possibile lettura.

 

Nell’atrio di Palazzo Grassi, Urs Fischer (Zurigo, 1973) ha ricostruito il suo studio londinese nei minimi dettagli, dalla realizzazione delle murature che ne compongono il perimetro alla collocazione di quegli oggetti d’uso che solitamente hanno una funzione quotidiana tutt’altro che artistica. Palazzo Grassi diventa così il luogo di legittimazione, la sede in cui ciò che vi viene esposto ‘diventa’ opera d’arte, ne assume implicazioni e responsabilità. Uno studio diventa un’installazione. Se l’object trouvé, che ha innescato molte teorie sulle Avanguardie, era un oggetto decontestualizzato, ovvero spostato dall’uso comune all’ambito museale grazie al ‘gesto’ dell’artista, ora il procedimento non è affatto diverso, anzi, per Fischer interrogarsi sulla storia dell’arte fa parte integrante di tutto un sistema che deve includere anche l’artista stesso.

 

urscaroline.jpgEcco perché il ciclo pare a un certo punto non concludersi mai, anche colui che ne è fautore sente la necessità di dare una spiegazione, un’origine al suo fare arte oggi. Madame Fisscher è il titolo, forse illogico, forse ironico, forse addirittura illusorio, di quest’opera che inaugura la visita alla mostra, la prima monografica dedicata a un artista vivente negli spazi della Collezione Pinault. Fischer è sempre stato presente con alcuni dei suoi lavori alle precedenti esposizioni, da Where are we going del 2006 a oggi, con questa mostra che tutta prende appunto il titolo di Madame Fisscher, co-curata con Caroline Bourgeois e che fa da sfondo ad un fitto calendario di attività culturali tra cui workshop con gli studenti dell’Accademia e incontri aperti al pubblico.

 

Ora, al primo piano, gli oggetti domestici diventano protagonisti di un allestimento che in prima battuta ha ridistribuito gli spazi espositivi, aprendo pareti e creando passaggi che ora conducono fino al Canal Grande, restituendo così all’edificio le antiche parvenze della nobile dimora che fu. Tra le trenta opere esposte, con In Dubio pro Reo del 2007, The Lock dello stesso anno e A Thing called Gearbox di poco precedente, Urs Fischer ci sottopone una sfida; esse dialogano tra loro e soprattutto si appellano alla nostra curiosità di sondare, anche avidamente, ogni nuance di senso nella composizione paradossale e con un virtuosismo che non possiamo lasciar scorrere sotto gli occhi senza tentare di catturarne l’essenza più profonda.

«Urs Fischer. Madame Fisscher»
Dal 13 aprile al 15 luglio Palazzo Grassi
Info www.palazzograssi.it

 

 
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