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Tutto può succedere. Caroline Bourgeois e Urs Fischer, un incredibile progetto ‘monografico’
di Mariachiara Marzari   

urs.jpgCaroline Bourgeois, dopo aver curato numerose esposizioni internazionali, tra cui Valie Export (2003), Joan Jonas (2005), Loris Gréaud (2006), Adel Abdessemed (2007), l’Argent (2008), Cao Fei (2008), come pure numerose mostre della Collezione Pinault all’estero, come Passage du Temps (2007) a Lille, Un certain Etat du Monde (2009) a Mosca, Qui a peur des artistes? (2009) a Dinard, racconta, dopo i successi veneziani di Elogio del dubbio e Il mondo vi appartiene, il nuovo progetto ‘monografico’ a Palazzo Grassi condiviso e co-curato direttamente con l’artista svizzero Urs Fischer.

Un entusiasmo e un’energia contagiosi pervadono i suoi occhi e le sue parole; la possibilità di lavorare a strettissimo contatto con gli artisti pare essere un’esperienza esaltante e unica. Le idee prendono forma in presa diretta: un contemporaneo vivo e ready-made!

Uno dei maggiori talenti sulla scena internazionale: di lui dicono che combini l’immediatezza della Pop art a un neo-Barocco gusto dell’assurdo. Urs Fischer: l’artista, la sua arte.
Urs Fischer è un artista che non è possibile catalogare ed è questo che, in particolar modo, mi affascina di lui. È una persona molto libera, che si permette di fare tante cose diverse e di aprire altrettante porte. Le sue opere sono spesso un elogio al movimento, all’azione di cui l’osservatore è testimone. Questo movimento è sempre trattato con poesia o con umorismo. Peraltro, nella sua opera non viene data priorità all’estetica, anche da questo punto di vista Urs è molto libero. Si sente libero di prendere spunto dalla storia dell’arte e di reinterpretare alcune opere significative, per esempio il Ratto delle Sabine di Giambologna, riprodotta in cera e via via consunta alla Biennale 2011 di Bice Curiger alle Corderie, o di realizzarne altre in chiave decisamente più “Pop”, come quelle che saranno esposte a Palazzo Grassi. Accetta di mettersi in discussione aprendosi a strette collaborazioni con altri artisti. In mostra ci saranno delle opere nate dalla collaborazione con Georg Herold, suo professore. Proprio questa sua volontà di scambiare idee e di collaborare con altri artisti ha spinto Urs Fischer a proporre un progetto, connesso alla sua presenza a Venezia, di collaborazione con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti per la realizzazione in città di piccole sculture in argilla, che il tempo e gli agenti atmosferici trasformeranno via via fino a consumarle. Come nella monumentale statua di cera alla Biennale, che alla fine della mostra, consunta, era ancora più bella. C’è qualcosa di intrigante nella distruzione, nel divenire, nel progredire del tempo, nel movimento. Uno non deve vivere ancorato al passato perché ogni cambiamento conduce a qualcosa di bello.

La formazione, il percorso che lo hanno portato ad essere Urs Fischer.
Urs ha studiato fotografia alla Schule für Gestaltung di Zurigo. Di indole indipendente, non ha mai frequentato o seguito scuole d’arte. Ha passato solo un anno post-laurea al De Ateliers ad Amsterdam, un istituto d’arte indipendente, dove ha conosciuto il professor Georg Herold, con cui collabora tutt’ora. Si può definire un autodidatta, una persona che si è formata da sola, motivo sicuramente fondante del suo essere così libero.Non porta addosso il ‘peso accademico’ che certe scuole possono produrre, è per questo che non ha mai esitato a dare un tocco un po’ diverso, direi rock, alla sua arte. Urs ha imparato sul ‘campo’, confrontandosi direttamente con alcuni artisti, in particolare con Georg Herold, Franz West e Rudolf Stingel, con i quali non ha avuto timore di dialogare, anzi! La sua pratica e il suo modo di apprendere sottendono l’idea fondamentale di movimento: il percorso è più importante del sapere. Proprio questo ha spinto Fischer a proporre il progetto di collaborazione con l’Accademia di Belle Arti, scegliendo di lavorare con gli studenti del corso di disegno per spingerli ad uscire dalla loro pratica di predilezione e permettere loro di misurarsi con una disciplina nuova, la scultura. In questo progetto Urs fornisce l’idea di partenza, ma lascia liberi i gruppi di studenti di lavorare in modo autonomo, per privilegiare la collaborazione e il lavoro di gruppo lasciandoli imparare da soli, esattamente come lui ha fatto. Questo progetto dimostra, inoltre, la grande generosità e lungimiranza di Fischer, aprendo stimolanti porte alle future generazioni di artisti.

Un’osservazione ricorrente è che varia talmente tanto da una mostra all’altra da rendere difficoltoso concludere che si tratta dello stesso autore. Cosa dobbiamo aspettarci da questa esposizione?
Spero che questa mostra permetta al pubblico di prendere coscienza del costitutivo rischio insito nel fare arte di Urs Fischer. Non segue nessuna regola, rompe tutti i riferimenti e gli schemi, ma non in modo negativo: non si tratta di disfare per rifare, ma semplicemente di fare tenendo in mente che la distruzione fa parte della creazione.

Fino a che punto l’artista si sente libero nelle sue scelte e quanto il peso del curatore è diventato rilevante, condizionante?
Innanzitutto va detto che Fischer è stato uno degli artisti più presenti nelle mostre collettive e tematiche tratte dalla Collezione Pinault a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana. Lo scorso anno ha avuto una visibilità importante durante la Biennale Arte 2011 e nella mostra Il mondo vi appartiene, quindi è sembrato quasi logico e naturale che fosse lui ad essere scelto per questa prima mostra del ciclo di monografie a Palazzo Grassi. Si tratta di una grande esposizione, una retrospettiva che presenta i lavori dal suo inizio - alla fine degli anni ‘90 -, fino a oggi, con in più alcune nuove produzioni. All’inizio abbiamo lavorato mantenendo ognuno la propria parte, con uno scambio continuo e febbrile di idee, come in una partita di ping pong. Io ho fatto una prima selezione di opere, alla quale Urs ha risposto ottimizzando le mie proposte con nuovi lavori. Le ultime opere, che ha realizzato appositamente per questa mostra, sono delle vere sorprese. Si è sentito libero di lasciare grande spazio all’effetto sorpresa.

Lo spazio dell’arte e delle opere. In ogni mostra lei lascia spazio fisico alla creatività dell’artista presentando opere site specific. Come ha arginato la tendenza di Urs a rivoluzionare completamente gli spazi museali? Palazzo Grassi sarà ancora... lo stesso?
Sull’allestimento abbiamo riflettuto insieme, prendendo spunto dalla simmetria propria di Palazzo Grassi. Ci siamo ispirati alla funzione originaria del Palazzo, prima che diventasse spazio espositivo, alla sua forma abitativa, con le sale di ricevimento aperte sul Canal Grande e sull’atrio monumentale. Abbiamo quindi preso la decisione di riaprire tutto lo spazio, togliendo le pareti che prima dividevano lo spazio in sale. Inoltre, abbiamo chiuso le sale che originariamente erano nascoste al pubblico, sul retro del Palazzo. In questo modo, abbiamo creato intorno all’asse di simmetria scalone–Canal Grande un effetto speculare: le opere si rispondono da una parte all’altra dell’atrio. Fischer non ha paura di dis-turbare, questa per me è una grande qualità. A mio avviso l’arte non è solo ricerca del bello (estetica), ma anche fonte di emozioni, belle o brutte che siano. La tendenza naturale dell’arte sarebbe sempre quella di volere rendere ogni cosa più bella. Urs fa il contrario, fin dal principio, cioè dall’ingresso della mostra. Nell’atrio di Palazzo Grassi ha voluto infatti collocare una riproduzione del suo studio, uno spazio molto sporco che contrasta con la solennità dell’entrata del Palazzo. Questo spirito si ritrova in tutta l’esposizione, in particolar modo in quest’opera che, emblematicamente, ha dato il titolo all’esposizione stessa, Madame Fisscher. L’opera mostra l’interno, invece dell’esterno, il tempo del lavoro – il work in progress –, invece del lavoro compiuto, la sporcizia, invece della nitidezza. Per rinforzare questo contrasto, abbiamo deciso di comune accordo di lasciare nell’atrio il Balloon dog di Jeff Koons, un oggetto perfetto, un’opera finita nei minimi dettagli, sì da sottolineare l’antagonismo creativo di questi due artisti e il fatto che Urs Fischer dia equivalente importanza tanto alla fase di ideazione di un’opera quanto a quella della sua realizzazione.

Palazzo Grassi, Urs e il cinema...
Le due sale di cinema create per proiettare i video di Francesco Vezzoli diventano ora il luogo per scoprire e vedere i film che hanno segnato la vita e le opere di Urs Fischer. Una selezione, tra i suoi preferiti, che l’artista condivide con il pubblico della mostra, un invito ad entrare nel suo universo, a scoprire i suoi gusti e le sue preferenze.

 
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