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L'eterna epifania americana. L'incantesimo del Boss si rinnova a Trieste
di Massimo Bran   

bruce2.jpgDiciamoci la verità, per chi lo segue, se non dalla primissima, perlomeno dalla prima ora, gli ultimi tre lavori di Sua Eminenza Rock’n’roll non sono propriamente da annoverare tra le pietre miliari della sua imprescindibile discografia. Per chi si è fatto le ossa con Darkness, con The River, con Born To Run e con lo stesso, equivocatissimo, rutilante Born in the Usa, Magic e Working On A Dream sono poco più di due stiracchiati sbadigli. Un po’ meglio l’ultimo, ‘militante’ Wrecking Ball, dove il piccolo grande uomo di Freehold recupera almeno una certa urgenza graffiante, sia testuale che nel sound. Del resto chi è stato in grado di sfornare più di due o tre capolavori in una carriera nella storia del rock? Quasi nessuno, si sa. E allora c’è ben poco da piangere.

 

Resta da dire che Springsteen, stranamente prolifico oggi, di questi ultimi album poteva almeno risparmiarcene un paio e incidere una summa dei tre; ne sarebbe comunque venuto fuori un buon album, niente di più.

 

A ben vedere lo scavo, la crescita continua, con annessa fame di ricerca, del Boss si sono espressi assai di più, con esiti qualitativi di gran lunga migliori, negli ultimi lavori solisti, o con l’ausilio di altri compagni di strada, a partire dallo straordinario acustico Devils and Dust fino, e ancor di più, all’enciclopedico We Shall Overcome: The Seeger Sessions, dove con una banda di no-streeters con tanto di banji, pianole, fisarmoniche, tromboni rilegge i fondamentali black& irish della musica americana con un’attualità stupefacente, come nessuno prima era riuscito. Aria di saloon mescolata a spleen gospel degli angoli più periferici delle città-ghetto nere. Con un tour di compendio di travolgente festa, straripante sagra americana, di irresistibile contagio.

 

bruce1.jpgCiò detto, perché ai grandi nulla va risparmiato, Bruce è innanzitutto e per definizione live. È l’archetipo insuperato e insuperabile del concerto rock’n’roll. E ciò che stupisce è che passano gli anni, nulla cambia, eppure ogni sua performance è un colpo al cuore. Soprattutto un momento di autentica credibilità. L’uomo è esondante eppure mai improbabile, devoto ai suoi eterni riti eppure mai scontatamente rituale. Una band che continua a essere la più straordinaria macchina da guerra che si sia mai vista su un palco, con un’energia vitale, presente, di oggi, fuori da qualsiasi logica ripetitiva e circense stile Stones e, dispiace dirlo, U2. Ogni volta che lo vedi provi a dirti, ok, grande, coinvolgente, ma comunque vedrai che alla fine il mestiere farà suo anche lui.

 

Ero a San Siro se non ricordo male nel 2008, e per la prima volta ho provato a guardarlo con distacco analitico, cercando di indagare quanto ci fosse in me, come in ogni suo fan, di autoconvincimento circa la sua grandezza, la sua eterna freschezza, di quanto, in sostanza, autoinganno ci fosse nella mia ‘perdizione’.

 

bruce3.jpgL’esercizio, aiutato da un infame posto su, in terzo anello, è durato però meno di mezz’ora. Alla sesta canzone il mio corpo mandava allegramente a fare in c… la testa, lo sforzo di capire e misurare l’autenticità di un’emozione, per infine emozionarmi, sincero, autentico. È il suo quid, non emulabile. E poi quella straordinaria capacità di dare epicità spendibile a pezzi non sempre felici con nuovi arrangiamenti, alle volte denudando acusticamente brani elettrici (Born in the Usa acustica, il gioiello), oppure profondendo essenzialità e ruvidezza elettrica a pezzi un po’ patinati (su tutti Dancing in the Dark). Sicché, ne sono certo, anche la comunque sparuta parte di canzoni degli ultimi non irresistibili album in scaletta in questo tour ritroverà nuova, esplosiva vita. A Trieste una roba così non l’avete mai vista. Vedete voi se sia il caso di rimanere ancora orfani di una simile emozione.

 

P.S.: orfani lo saremo davvero, però, questa volta. Dopo Danny (Federici, n.d.r.), lo scorso anno è stata la dannata volta di Clarence Clemons, “The Big Man”, per eccellenza iconograficamente il completamento plastico dell’immagine di Bruce e della E-Street Band. Come dimenticare l’ingollone travolgente col Boss in Rosalita, o l’assolo sax più emozionante della storia del rock in Jungleland? Che la terra ti sia lieve gigante buono. Che il soul sia sempre con te. 

 

Bruce Springsteen & The E-Street Band
11 giugno Stadio Nereo Rocco-Trieste
Info www.azalea.it