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Anatomia del divenire. Alla Guggenheim il cubo-futurismo di Metzinger e la visione di Seliger
di Anna Trevisan   

auvelodrome.jpgTutto quello che deve fare il ciclista è correre, correre, correre ben saldo sulla sua bicicletta. Bruciare il tempo. Sterzare senza perdere l’equilibrio e restare in sella lungo l’accidentata, vertiginosa, indiavolata Paris-Roubaix, uno dei circuiti ciclistici più temuto di Francia, perché si snoda per interminabili chilometri di pavé, ovvero acciottolati e pietre di porfido. Quando Charles Crupelandt vinse l’edizione del 1912 Jean Metzinger catturò al volo quell’immagine intensa e sudata, riproducendola in uno dei suoi più celebri quadri, Al velodromo (1912).

 

Quel memorabile scatto di muscoli e nervi fu dipinto su tela dall’artista francese, autore di Du Cubisme, consumando uno strano matrimonio, quello tra la tecnica del cubismo e la passione per lo sport. Risultato: un ritratto sorprendente degli ultimi fuggevoli esaltati affaticati attimi prima della vittoria, in cui si concentrano tensione, equilibrio, velocità, movimento. 

 

Dove il cronotopo spaziotemporale ovvero l’insieme delle loro coordinate si fondono insieme al colore. Dove la quarta dimensione, il Tempo, si lancia su due ruote agganciate al telaio, per trasmettere quella curvatura che scardina i principi della geometria euclidea. Alla superba anatomia su carta dell’invisibile trascorrere dello spaziotempo si affiancano le opere di Boccioni (Forme uniche di continuità nello spazio,1931), Depero, Severini, Sironi e Duchamp (Scatola in una valigia, 1941, Nudo e Giovane triste in treno, 1911-12), George Braque e Louis Marcoussis. La mostra riserva alla bicicletta un posto d’onore, esponendo anche i modelli della collezione di Ivan Bonduelle, del designer Marco Mainardi e del Museo del Ciclismo di Madonna del Ghisallo, insieme alla bicicletta di Fabian Cancellara, l’atleta che ha vinto la Paris-Rubaix nel 2006, bissando nel 2010. Nel Giardino delle Sculture Nasher viene ospitata la scultura dell’artista svizzero Paul Wiedmer, Cyclosna.

 

seliger.jpgDella stessa passione attenta per le dinamiche del movimento, della trasformazione, della metamorfosi parlano, diversamente, anche le tele di Charles Seliger, l’artista americano scoperto giovanissimo da Peggy Guggenheim. Alla matematica passione per la dissezione del movimento di Metzinger fa da controcanto la precisa dissezione molecolare dell’organico in atomi, particelle infinitamente piccole, innumerabili, delle opere di Selinger. Le suggestioni del metodo surrealista, l’automatismo come tecnica pittorica, il gusto dichiarato per le metamorfosi inoltrano l’arte di Selinger in meticolose esplorazioni sotto pelle. Come lui stesso ebbe a dichiarare, quello che cercava era infatti «strappare la pelle della vita, scrutare attentamente e dipingere quanto osservo». Dipingere lo spazio articolato, strutturato, organizzato in infiniti sub livelli in un viaggio avventuroso al centro della terra. «Sto scavando a fondo» ha detto, ben descrivendo il poderoso, visionario, fantascientifico, creativo corpo a corpo con la materia ingaggiato con le sue opere, per scavarla, penetrarla e arrivare infine all’antimateria, quel confine tra mente e cuore. Come ha detto di lui Robert C. Morgan, «Seliger aveva il dono di capire il significato dell’arte: una realtà capace di trasmettere. La sua arte è sempre sull’orlo di mandare un messaggio – energia e benevolenza coesistono nei livelli più profondi, lì dove si incrociano il cuore e la mente umani».

 

«Ciclismo, cubo-futurismo e la quarta dimensione. Al velodromo di Jean Metzinger»

«Una visione interiore: Charles Seliger negli anni ‘40»
Dal 9 giugno al 16 settembre Collezione Peggy Guggenheim

www.guggenheim-venice.it

 
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