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We are all veterans of a dream. William Congdon a Venezia
di Anna Trevisan   

congdon1.jpg«Quando ho incontrato William Congdon a Parigi, ciò che in lui mi ha colpito è stata la sua douceur di una strana profondità, un candore assolutamente disarmato, una vulnerabilità di fronte a tutti gli strali spirituali, e non solo quelli provenienti dalle angustie di questo mondo e dalla bellezza che ferisce i nostri sensi, ma anche gli strali delle sfere ultraterrene. Con lui […] ho sentito quella sorprendente rassomiglianza tra l’uomo e l’opera che è la caratteristica degli artisti di genuina grandezza» - ha detto di lui Jacques Maritain.

 

Grazie all’incontro con Peggy Guggenheim e con Betty Parsons (la gallerista di tutti gli artisti dell’action painting, da Pollock a Rothko) l’artista americano William Congdon raggiunse la notorietà, maturando nel corso del tempo uno stile sempre più personale, tanto che le opere del periodo veneziano sembrano inverare Turner in chiave moderna.

Fu Venezia, infatti, a folgorarlo con la sua bellezza limpida e marina e a distoglierlo dal buio doloroso del ricordo. Lontano da Bergen Belsen, dove arrivò a portare soccorso come volontario nel maggio 1945. Lontano dai suburbi di New York, dove visse per qualche tempo, lontano dal tumulto interiore, che come una scossa elettrica illumina le sue opere di un’energia nuova e diversa, fino all’ultimo respiro.


congdon2.jpgDi lui Peggy Guggenheim disse che «è l’unico pittore, dopo Turner, [ad aver] capito Venezia, il suo mistero, la sua poesia, la sua passione. Il suo modo d’esprimersi è moderno, la sua comprensione vecchia quanto la città stessa». Ecco un sospiro di colori con sbuffi d’oro e panna in fuga da linee e bui (Piazza Venice, 1948); graffiate e dolenti composizioni di acqua e luce (Venice Canal 4, 1950); burrosi e materici bianchi e azzurri (White Lagoon Venice San Michele, 1953); sbilenchi volumi e geometrie (Venice Canal 1, 1952); strisce dorate (Venice St. Mark square 1, 1950).
L’esperienza dell’acqua alta che penetra fin dentro casa propria, che bagna e che allaga tutto, si trasforma per Congdon in epifania percettiva: «I woke up vaguely in the night and somewhere in the back of my sleep bottles were casually, drunkenly lolling against each other. It was still dark but as I looked from the bed, the floor seemed unfamiliarly close and shiny» – annota in modo quasi diaristico in Four Venetian Sketches.


Come nella topica fase REM (l’oscuro periodo che prelude all’ingresso nell’onirico, dove il torpore umido e vago del sonno si mescola alla luce della veglia), il fenomeno dell’acqua alta, o meglio la sua visione, permette un liquido, mobile contatto retinico con la distorsione e la confusione dei piani di realtà: «I put on the light and there was all around me, the Grand Canal up to my mattress. […] The wall of my house was an illusion; the Canal was in my room. […] My bed had floated across the room and the painting table, with its puddles of many colours looked like a garden in the middle of a pond».
È forse la visione di quell’abbraccio amniotico tra l’acqua e le cose che meglio dice dell’intenso rapporto dell’artista con Venezia, la città che più di ogni altra lascia dire che «tutti siamo [sempre] reduci da un sogno».

 

«William Congdon a Venezia (1948-1960): uno sguardo americano»
Dal 5 maggio all’8 luglio Spazio Ca’ Foscari Esposizioni
Info www.studioesseci.net

 

 
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