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But darkness is a harsh term don’t you think? Il folk’n’roll di Mumford & Sons fa tappa a Verona
di Elena Furlanetto   
mumford&sons.jpgTalvolta, si sa, la musica sa cose di noi che noi non abbiamo mai saputo. Si sa anche che certe canzoni calzano a pennello la nostra storia personale e hanno il potere di mettere ordine non solo tra le nostre memorie, ma nella memoria collettiva di un’epoca.

Di musica così i Mumford & Sons ne hanno già scritta. Non esiste etichetta che ne contenga lo stile, ci hanno provato con bluegrass, indie-rock, folk’n’roll, ma i Mumford & Sons ignorano i confini tra generi e culture come bambini che colorano senza far caso ai contorni. Nelle loro geografie musicali immaginarie l’India confina con l’Irlanda, l’Inghilterra con l’America. Il «New York Times» li ha definiti «la voce dell’ottimismo nonostante tutto: nonostante la solitudine, il tradimento, la paura e gli abusi».

 

E proprio di questo trattano i testi di Sigh no More, opera prima della band: raggiungono abissi di malinconia, per poi simbolicamente risalire, nell’ultima traccia (After the Storm), verso un’idea di speranza infantile e profetica, esprimendo il bisogno tutto giovane, tutto contemporaneo di sentirsi dire che andrà tutto bene. Perché «vedrai, verrà un tempo senza lacrime, in cui l’amore non ti spezzerà il cuore e non sminuirà le tue paure».

 

Mumford & Sons
2 luglio Teatro Romano-Verona
Info www.eventiverona.it