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Questione di testa. Il rock è cerebrale, con i Radiohead a Codroipo
di Davide Carbone   

radiohead2.jpg«What the hell am I doing here?», si chiedeva Thom Yorke in Creep, vero e proprio inno di una generazione che vent’anni fa guardava speranzosa agli esordi musicali di questa sconosciuta band dell’Oxfordshire. Un sentimento di inadeguatezza ha accompagnato da sempre la storia dei Radiohead, già On A Friday, già Shindig, già Manic Hedgehog: aspettative da soddisfare, pesanti eredità da raccogliere, influenze artistiche da giustificare hanno portato molto spesso Yorke, i fratelli Colin e Jonny Greenwood, Ed O’Brien e Phil Selway sull’orlo di una crisi di nervi, momenti poi superati più o meno di slancio, grazie a fughe e isolamenti quanto mai fruttuosi e forieri di audio-introspezioni significative.

 

Li ho incontrati con The Bends nel ’95, comprato per caso, ingenuamente incuriosito dalla copertina.

 

Lo ricordo come uno dei miei primi ‘acquisti indipendenti’ in ambito musicale, non imposto cioè dai dettami radiofonici delle hit dell’epoca e pagato con spiccioli rosicchiati alle paghette di dodicenne. Scena che sa troppo di ‘quadretto nostalgico’? E non avete ancora letto il resto! Impatto assolutamente stravolgente, ripetizione dell’ascolto in loop, conseguenti scompensi emozionali, eccetera eccetera eccetera.

 

radiohead1.jpgA niente valevano le esortazioni di amici e parenti ad ascoltare qualcosa di «meno deprimente, più vivace!»: ogni nota era proprio lì, esattamente dove mi aspettavo e speravo che fosse. Planet Telex, Fake Plastic Trees, (Nice Dream) smuovevano qualcosa all’altezza dello stomaco, sembravano l’unica cosa possibile da ascoltare sulla faccia della Terra (giusto per non esagerare e senza lasciarsi travolgere dall’entusiasmo). Pablo Honey veniva ingollato con ingordigia mista a bruciante senso di colpa per essermi lasciato sfuggire una primizia simile due anni prima, sentimenti placati dal sollievo per lo scampato pericolo.

 

Due anni più tardi OK Computer concluse trionfalmente l’opera di proselitismo irreversibile, trovandosi la strada già spianata e una resistenza del tutto inesistente. Poco (o moltissimo) da dire, per me. Un semplice capolavoro, il disco compiuto, la ricetta perfetta che non può essere ulteriormente migliorata.

 

E mentre gli elogi della critica mondiale riuscivano nel miracolo di farmi sentire davvero competente di musica, ecco in sottofondo un disco che ascolto all’infinito ancora oggi, con Let Down mio personale fiore all’occhiello, e nel quale già si potevano intravedere gli impulsi di ricerca che avrebbero portato a Kid A, Amnesiac, Hail to the Thief e In Rainbows, fino all’ultimo The King Of Limbs. Villa Manin è location dalle spalle larghe abbastanza per accogliere adeguatamente il concerto del 26 settembre, appuntamento con una delle formazioni più influenzate e influenzanti della recente storia rock.

Radiohead
26 settembre Villa Manin-Passariano di Codroipo (Ud)
Info www.azalea.it