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Comuni denominatori. Gli estremi del contemporaneo alla Biennale Musica
di Andrea Oddone Martin   

image001.jpgDal 6 al 13 ottobre Venezia è crocevia mondiale di suoni contemporanei, con +Extreme-, 56. Festival Internazionale di Musica Contemporanea.

A Ca’ Giustinian, sede della Biennale veneziana, incontriamo Ivan Fedele, direttore artistico della Biennale Musica di quest’anno, al suo primo mandato. Quali sono le impressioni che fino ad ora questa esperienza le ha lasciato?
Sensazioni e impressioni assolutamente positive; si percepisce di essere all’interno di una realtà che ha attraversato il Novecento, con gli esiti che conosciamo, e che hanno portato questo organismo ad essere un punto di riferimento a livello mondiale. Me ne sono reso conto appena insediato perché sono stato letteralmente sommerso da proposte generalmente molto interessanti, di qualità e innovative. Questo mi ha fatto comprendere che l’appeal della Biennale è ancora molto forte, malgrado i tempi difficili per tutte le istituzioni culturali. In tempi di difficoltà l’unico luogo che alla fine l’uomo percepisce come non intaccabile dalla contingenza anche materiale è quello dell’immaginazione, del coltivare interessi che non richiedano necessariamente investimento di grandi quantità di denaro: leggere un libro, andare a vedere un film o ascoltare musica.

 

È sempre stato così e in quest’epoca l’ho riscontrato ancora una volta; girando il mondo, grazie al mestiere che svolgo, ho notato come ad ogni latitudine, dal Giappone all’America o alla Russia, mi sia trovato in contatto con realtà estremamente vivaci, stimolanti, fatte di giovani che propongono cose molto originali, grazie a idee che vengono realizzate anche sulla scia di una conoscenza approfondita del web che li ha portati ad entrare in contatto con altre culture. In Russia, ad esempio, ho constatato che pur venendo da una situazione non facile e non potendo permettersi viaggi fuori dal proprio Paese, i giovani musicisti conoscevano repertori di autori che in Europa non sono tra i più famosi.

 

Questa comunque non è la sua prima direzione artistica.
Ho già avuto in tal senso un’esperienza interessantissima a Milano, con risultati e spunti di riflessione che vorrei portare anche qui a Venezia, cercando di ristabilire relazioni già esistenti tra le istituzioni e ricostruire così un tessuto connettivo che nel tempo si è un po’ slabbrato, non solo per motivi di budget, da tenere comunque certamente in considerazione. Vorrei poter dare un senso alla profondità culturale e unità ad un’azione che vuole privilegiare l’aspetto più peculiare dell’uomo, quello dell’inventarsi: inventare storie, suoni, pitture, architetture...

 

alter_ego_c_marco_de_logu.jpgRispetto alla linea assunta dal suo predecessore Luca Francesconi, lei ha optato per la continuità o per l’innovazione?
Sicuramente per la continuità. Con Luca, poi, siamo stati compagni di Conservatorio a Milano e abbiamo seguito percorsi paralleli, pur se ovviamente differenziati. Credo che una continuità sia sempre auspicabile, pur seguendo ognuno il proprio istinto e il proprio interesse. Essendo entrambi compositori, ci poniamo il problema di che cosa voglia dire oggi ‘scrivere musica’ in maniera assai profonda e con una sensibilità accentuata verso l’argomento. Bisogna poi garantire ai compositori le condizioni migliori, musicisti eccellenti che siano all’altezza della situazione e un adeguato numero di prove, elemento quest’ultimo che mi piacerebbe fosse inserito in tutti i contratti, vista la sua basilare importanza. Garantire insomma le migliori condizioni affinché ciò che si ascolta sia il più possibile fedele all’idea originaria del compositore.

 

La Biennale in questo crede fermamente e io ho tentato di creare queste condizioni, per fare in modo che le opere presentate entrino in repertorio. Dobbiamo sempre tener presente come un compositore entri più direttamente e più spesso in contatto con la nozione di “storia” rispetto a creativi di altri ambiti. È un entrare in contatto con nozioni di “linguaggio”, ecco perché il filo rosso di questo edizione risiede nel titolo: +Extreme- vuole concentrare il proprio sguardo su massimalismi e minimalismi del nostro tempo. Certo, sono categorie caratterizzate da un alto tasso di generalizzazione, ma ben capaci di rendere sufficientemente l’idea di due approcci: il massimalismo in alcuni casi punta all’estrema complessità, (si badi, non complicazione) della struttura. Complicazione e banalità sono cose molto diverse e non necessariamente collegate al concetto di “grandezza”, mentre “semplicità” e “complessità” appartengono ai migliori e la loro gestione ottimale è stata la grande ambizione che la musica di tradizione occidentale ha sempre coltivato.

Quali le motivazioni del Leone d’oro a Pierre Boulez?
È il riconoscimento dovuto a colui che forse resta l’ultimo grande musicista capace di riassumere in sé tante qualità: grande direttore, interprete, compositore, intellettuale, scrittore, figura trasversale che ha attraversato le avanguardie. Nei confronti della sua opera ci sono stati atteggiamenti di adesione, ma anche opposizione, appassionato sostegno come dibattiti piuttosto accesi. Ciò che invece dovrebbe spaventare tutti noi è una certa tendenza, che si è diffusa negli anni passati, a voler indicare quale fosse la strada della modernità, con conseguente pericolo di omologazione. La diversità è una ricchezza, non un difetto. Uno degli obiettivi che mi prefiggo, e che mi auguro anche solo parzialmente di poter raggiungere, è quello di poter far capire quanto la modernità sia ricca di proposte. Ovviamente questo merito non è esclusivo della modernità. Da tutto ciò che è moderno possono nascere cose eccellenti, altre meno, altre ancora “non riuscite”. Senza un confronto a tutto campo, tuttavia, non si va lontano.

boulez_sw_99_copyright_philippe_gontier.jpgIl premio a Boulez a questo punto della carriera è un premio, per così dire, al ‘già fatto’. Dalle parole dell’artista, tuttavia, mi pare emerga una personalità caratterizzata ancora oggi da dosi massicce di forza e dinamismo. Non mi pare si tratti in alcun modo di mera ‘celebrazione del monumento’…
Assolutamente. Oggi la vitalità del Maestro è leggermente rallentata, però ha nel sociale un’incidenza altissima, anche con le istituzioni di cui è ormai presidente. È stato fautore di una realtà generatrice di opere che rimarranno per sempre nella storia della musica, favorendo la nascita di soggetti che hanno continuato ad esistere anche dopo che lui non se ne è più occupato direttamente. Anche dal punto di vista compositivo la sua attività e ben presente ai contemporanei; il fatto che stia portando a termine Notation per orchestra ne è riprova.

 

Piano e orchestra, che prendono lo slancio da testi per pianoforte chiamati appunto Notation, vengono rimanipolati e rielaborati andando ad esplodere su un’ampia tavolozza di colori. Recentemente ho sentito le prime quattro, dirette da Pappano a Santa Cecilia. Nel programma della Biennale, ad esempio, ascolteremo Incises, un pezzo di grandi dimensioni (50 minuti circa n.d.r.). Ciò che Boulez ha fatto negli ultimi 30-40 anni è partire da un nucleo, da una piccola composizione come per esempio Repons, facendolo poi esplodere, dilatandolo in una nozione di work in progress e riportandoci, pur nella contemporaneità, alla dimensione quasi rinascimentale dell’artigianato.

 

«+EXTREME- il 56. Festival Internazionale di Musica Contemporanea»

Dal 6 al 13 ottobre vari luoghi a Venezia

Info www.labiennale.org