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Recensione: "Giù" di Scimone-Sframeli al Teatro Ca' Foscari | Il rifugio della libertà
di Filomena Spolaor   
giu__foto_andrea_coclite.jpgUna metafora umana esplicita pone in discussione il legame tra il linguaggio e il realismo. In un mondo liquido ancora postmoderno, il water-closet è lo specchio di una condizione sociale umiliante, che annienta la dignità e la libertà, ‘lavabo’ sacrificale in cui si spegne lo spettacolo Giù, composto e diretto dalla compagnia Scimone-Sframeli. Il vasto sanitario domina il centro di una scena parapettata che riproduce una sala da bagno, ingegno di stampo magrittiano dello scenografo Lino Fiorito, dove su un lato vi è una finestra e all’opposto un lavandino e uno specchio, angolo privato in cui il Padre (Giulio Casale) si fa la barba. Dalla tazza sproporzionata si affaccia il figlio (Spiro Scimone), che ragiona sulla retorica esistenzialista dell’oggetto, condizione di malessere di chi si trova lì per indifferenza, spazio esclusivo in cui non deve occuparsi del futuro.

 

Dal fondo dell’apparato idraulico spunta anche Don Carlo (Simone Sframeli), un prete scomodo, rifugiatosi perché fuori non lo lasciano pregare, mentre una voce fuori scena esorta alla forza di ribellione. Aggrappandosi ad un asciugamano verde tenuto dal Padre, esce anche il sacrestano (Salvatore Arena), dotato di due ventose di gomma con manico rovesciate ad uso di candele, pellegrino che passa da un cesso all’altro. Viene evocato anche il povero Cristo di Ugo, di cui si sente soltanto la voce, un cantante finito sotto i ponti per non vendere la sua dignità, che aspetta l’applauso dei figli, in un frammento beckettiano di attesa in cui il Padre apre la finestra e un’aurorale luce irraggia il parapetto del wc, confine borderline su cui gli interpreti saldano le dita umide di mani accoppiate.

 

giu1.jpgIl racconto liberatorio del sacrestano è un ironico e grottesco atto esperienziale di teatro esistenzialista. Indossando un abito talare rosso, che lascia scoperti i calzini bianchi e le scarpe di cuoio, il personaggio entra in scena miagolando. Su una partitura di azioni che riscrive in caricatura il comportamento dell’estroverso, dalle coccole in braccio al Padre alla mimetica rappresentazione della caccia, si sviluppa la descrizione degli abusi subiti da bambino da un prete che gli saltava addosso mentre lo costringeva ad essere il suo gattino in amore. Il fatale momento catartico appare quando dichiara di sentirsi libero di permettere agli altri di respirare, perché «l’aria su l’hanno comprata i furbi e noi dobbiamo fare i turni».

 

Su questa chiusa da cui gli attori strilloni ambulanti di joyciana memoria esprimono l’imperativo di dare spazio e voce agli altri, tutti tornano giù, anche il Padre, sfida il suo egoismo e tira la catena dello sciacquone. La regia è una struttura in equilibrio, basata su dialoghi rapidi e concisi, battute dai confini logici e semantici a cui si attagliano i gesti brevi ed essenziali dei ruoli esuli di personaggi mai finiti, sempre accennati, compagnia di anime nei cerchi infernali danteschi, ceneri di commedia su cui i fasci di luce, i suoni delle campane e dell’acqua, reinventano la quotidianità contro l’ignoranza e in difesa dei valori umani.

 

Filomena Spolaor

 

[Recensione di Giù, Compagnia Scimone-Sframeli.

Teatro Ca' Foscari, Venezia  14/11/2012]