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Recensione: “La fabbrica dei preti” di Giuliana Musso | L’educazione sentimentale dei sacerdoti
di Filomena Spolaor   

musso1.jpgSull'orizzonte di una scena costruttivista, composta di alcuni schermi di tela per videoproiezioni di diverse dimensioni che proteggono il retroscena, sono appesi una tuta da operaio, un abito da sposo e uno nero da prete. Giuliana Musso appare in scena in un completo maschile, presenta La fabbrica dei preti, lo spettacolo che dedica a Don Antonio Bellina, autore di un racconto autobiografico in lingua friulana che descrive la vita dei ragazzi nei seminari dell’era pre-conciliare della Chiesa italiana (1962-65). La drammaturgia si basa sull’adattamento di alcuni brani del libro del sacerdote, è un’indagine che oscilla tra l’educazione impartita negli istituti religiosi italiani degli anni ’50 e ’60 con la raccolta di un’ampia bibliografia, e le testimonianze dirette delle vite di alcuni giovani preti.

 

La luce per leggìo, su cui l’attrice con tenerezza posa la mano per elencare l’asse gerarchico dei seminaristi , illumina lo sguardo castigato con cui rasenta e descrive un album fotografico, ricordando i compagni di collegio. Chiama in causa un prete di 13 anni, e a luci accese in platea racconta l’incontro del suo innamoramento, la confessione al vescovo di un desiderio di fuga con la donna che poi ha sposato.

 

Sullo sfondo scorrono sorridenti ritratti di gruppo di preti e le foto dei loro matrimoni. Una riflessione sulla meditazione è preludio alle confabulazioni di un missionario sul machismo, il seminario e la caserma come invenzioni maschili che si fondano sull’obbedienza e la selezione di un funzionario migliore. Il monologo procede per congetture, svela la pena della castrazione e dell’essere asessuato, il valore del dialogo solitario con un Dio personale, fino al sussurro con cui il personaggio dichiara di essersi fatto prete per amare tutti, nonostante la donna sia il lato peggiore del genere.


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L’attacco della canzone Piove (Ciao ciao bambina) di Modugno accompagna la narrazione di un episodio audace in un seminario di montagna, un momento di gaudio inframmezzato in un segreto confessionale protetto nel tempo mondano della rappresentazione. Riappaiono le fotografie proiettate sullo schermo, alcune raccolte attraverso un accurato lavoro di ricerca in archivio compiuto dalla Musso insieme a Tiziana di Mauro, altre donate dalle persone che ha intervistato, montate in un video curato da Gigi Zilli. Accompagnano la visione canzoni d’autore, tra cui brani eseguiti da Mario D’Azzo e Daniele Silvestri. Di poetica densità psicologica è il racconto di un giovane prete-operaio emiliano, dal suo primo turbamento edipico al ricordo dei film visti in seminario, dalla vita in fabbrica alla comunione platonica e alla paura dell’evocazione del demonio.

 

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Nel finale, l’attrice afferra l’abito curiale appeso in scena e lo abbraccia teneramente. Questo nuovo spettacolo di impegno civile, con cui dopo Medea di Christa Wolf e il laboratorio La Base Giuliana Musso chiude un percorso centrato sulla distruttività, si concentra sul modello educativo che ha costretto i sacerdoti a dissociare il mondo affettivo dalla loro dimensione spirituale e devozionale. La scrittura scenica dell’artista restituisce con candore le voci reali delle testimonianze, utilizzando un codice di accesso al linguaggio diretto e popolare. I personaggi risultano come incantesimati nei gesti comuni delle mani, nella postura delle spalle, nell’andatura dei preti che l’attrice riproduce alzando il velo su ciò che Don Bellina ha descritto entrando nella loro fabbrica silenziosa.

 

Il pubblico emozionato ha lasciato la sala esaurita in un silenzio felice, nell’accettazione della tensione tra il negativo dell’esistenza e il sorriso del cielo, l’amore della vita, perché «sono le persone che ci guariscono».

 

Filomena Spolaor

[Recensione di La fabbrica dei preti, Giuliana Musso.
Teatro Ca' Foscari, Venezia 28/11/2012]

 

 

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