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Carnem levare. Alle radici della festa veneziana
di Marta Fontana   

svolo.jpgCarnevale, dal latino carnem levare, togliere la carne, trae le sue origini dall’antica tradizione medioevale di celebrare, alla fine del lungo periodo di divertimenti, un banchetto di addio alla carne la sera prima del mercoledì delle ceneri, in previsione dei digiuni e delle penitenze quaresimali. Il bisogno di mascherarsi, di abbandonarsi all’ebbrezza e al gioco è in realtà antichissimo, e più volte è stata rilevata la somiglianza che il carnevale italiano, come quello di altri paesi latini, presenta con gli antichi Saturnali. Secondo recenti studi, la continuità storica sarebbe indiscutibile e il personaggio burlesco “Carnevale”, che si mette pubblicamente a morte dopo il periodo di dissipatezze e di piaceri, altri non sarebbe che il discendente dell’antico re dei Saturnali. I vari personaggi dei ridicoli o licenziosi ludi medioevali - il Re della fava, il Vescovo dei folli, l’Abate della derisione - avrebbero la stessa origine di “Re” Carnevale.

 

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Queste celebrazioni assursero in epoche passate al massimo splendore in vari paesi, ma nessun luogo poté rivaleggiare mai con Venezia. Per molti secoli, nel mondo, la parola “Carnevale” fu quasi sinonimo di Venezia, tanta era la corrispondenza tra la teatralità e la festosità del periodo che precede la quaresima e la vita nella Serenissima. In laguna ci si poteva mascherare da ottobre fino a martedì grasso, anche se il culmine dei festeggiamenti iniziava a Santo Stefano, giorno nel quale terminava la ‘tregua’ natalizia e con il Liston delle Maschere ci si avviava alle lunghe settimane finali. Molti sono i carnevali rimasti nella storia per lo sfarzo e la magnificenza di alcune manifestazioni, come quello del 1542, quando, durante un banchetto offerto dal patriarca Marco Grimani, una delle novanta portate fu particolarmente spettacolare: tagliati i pasticci ne uscirono uccelli colorati che cominciarono a svolazzare per la sala. Memorabili anche quello del 1571, svoltosi dopo la grande vittoria di Lepanto, quello del 1587, rimasto famoso per le grandi sfilate a tema con carri e cavalli, e quello del 1696, durante il quale sfilarono un’infinità di carrozze con nobiluomini vestiti da donna.

 

Le maschere erano migliaia: Arlecchini, Pantaloni, Balanzoni, Brighella, Pulcinella, Colombine le più tradizionali, ma poi uomini travestiti da donna, donne travestite da uomini, finti preti e finte suore, arabeggianti mercanti orientali, diavolacci e streghe. Un’orgia di colori, suoni e risate.  Nulla di più invitante per licenziose dame e impavidi casanova bramosi di avventure; le storielle a riguardo non mancano! Celebri fra tutti rimasero i carnevali molto allegri di Elena Priuli, moglie del potente procuratore Federico Venier, che, appostata alla verandina del suo “casinetto” situato sul ponte dei Bareteri, in piena Merceria, osservava lo sfilare delle maschere. Appena notata una ‘preda’ appetibile, la nobildonna infilava larva e tricorno e, nascosta dalla sua bautta - la tipica maschera veneziana - scendeva a sedurre il prescelto, invitandolo di sopra e trascinandolo nella sua alcova al suono dei violini di alcuni musicisti nascosti in una stanzetta attigua. La Priuli non temeva certo d’essere sorpresa da qualche visita improvvisa: stando davanti alla porta d’entrata, da un foro ancora esistente sul pavimento del salone, semplicemente sollevando una piastrella si poteva facilmente riconoscere il molesto importuno. Secondo la leggenda, il Casino Venier aveva poi, per evitare scomodi incontri, un’uscita segreta proprio sotto il ponte.

 

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Terra di conquista per ardenti giovani di belle speranze erano invece i tanti conventi femminili della città. Fin dal 1349 il Consiglio dei Dieci aveva dovuto approvare, senza gran successo s’ha da dire, un provvedimento contro coloro che commettevano fornicationes nei monasteri, che, nonostante questo, continuarono a rimanere meta privilegiata di baldanzosi seduttori. Sappiamo così che nel 1643 il gentiluomo inglese John Bren, addetto all’ambasciata d’Inghilterra, fallì nel tentativo di portare con sé una bellissima monachella delle Convertite della Giudecca, per l’unico motivo che le consorelle, invidiose, ne impedirono la fuga! Ai primi del Settecento ritroviamo poi, nella corrispondenza privata di un visitatore milanese, alcuni pensieri in rima riguardo alle monache della Celestia: «Stiamo in una contrada et in un rio / Presso alla Trinità e all’Arsenale / Incontro a certe monache di Dio / Che fan la Pasqua come il Carnevale». Non c’è che dire, questa festa, come disse il grande scrittore Pompeo Molmenti, si addiceva particolarmente all’«indole di un popolo che non voleva malinconie, passava la vita tra i carnevali e la festa e soleva illuminare col suo riso anche le cose serie e tristi».

 

«Carnevale di Venezia 2013»
26-27 gennaio, 2-12 febbraio
Info www.carnevale.venezia.it

Photos courtesy Venezia Marketing & Eventi