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Orfeo islandese. La poesia onirica dei Sigur Rós
di F.D.S.   

sigurros2.jpgLa matrice islandese è la stessa, e va trovata nei suoni rarefatti di quegli xilofoni a metà tra la dimensione spettrale e la malinconia dell’abbandono, nei ricchi tappeti sonori che evocano atmosfere magiche od oniriche, nella voce che si addentra nel magma sonoro quasi timorosa di combatterlo: tuttavia, le similitudini tra Bjork e i Sigur Rós (traducibile in “rosa della vittoria”) finiscono qui.

 

Mentre Bjork è totalmente affascinata dalla tecnologia che ibrida il corpo umano e quello robotico, dall’elettronica inquietante, dai suoni della terra che diventano ascolto dell’impossibile, i Sigur Rós propongono anch’essi un mondo decisamente particolare e personale, che vira però verso le atmosfere del sogno, oppure dell’epica, in cui la musica può diventare strumento dell’illuminazione o di contatto con la natura primordiale. Verrebbe da dire che mentre Bjork canta la complessità del contemporaneo, i Sigur Rós cantano invece la semplicità della fede e della visione. Li potremmo definire gli “Orfeo della musica”, nel loro tentativo di parlare un linguaggio al di là dell’umano.

 

sigurros1.jpgAlla base del loro progetto c’è l’intuizione del loro leader, Jón “Jónsi” Birgisson, di un suono dilatato, ai confini dell’ipnosi, che trova echi di precedenti esperienze nei Radiohead di Kid A, nei Tortoise più lirici, negli Spiritualized più eterei. Un suono tra sperimentazione e ambient, tra elettronica e acustica (non è un caso che la loro compilation del 2007 sia rigorosamente divisa in due sezioni, acustica ed elettronica), tra anthem innodici di visionaria potenza ed atmosfere sospese di magia pura, che ricordano i paesaggi vasti e incontaminati della loro terra. Altra grande intuizione di Jónsi è stata lo Hopelandic, linguaggio da lui stesso inventato ed esente da ogni tipo di messaggio, che Jónsi utilizza come ulteriore strumento. Inoltre, il leader suona la sua chitarra con l’archetto del contrabbasso, e anche questo elemento contribuisce a creare la fondamentale caratteristica della loro musica, grande tappeto sonoro magmatico, ieratico, che si snoda lentamente come un rito religioso.

 

Nati nel 1994, non sono molto prolifici, con una produzione arrivata fin’ora a 7 dischi in studio, di cui i momenti fondamentali sono Ágætis byrjun (Un buon inizio) del ‘99 e il loro capolavoro del 2002, ( ): proprio così, due parentesi ‘vuote’ come titolo, canzoni che non hanno nome, nessuna informazione nel libretto allegato, composto da tracce che inseguono un’armonia minimale, eterea, ridefiniscono i confini di un post rock umano, non prono al totem tecnologico o matematico. Piuttosto un flusso di desiderio, purezza ed emozione.

 

Sigur Rós
18 febbraio Pala Arrex-Jesolo (Ve)
Info www.azalea.it

 
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