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In equilibrio sopra la follia. Shakespeare e De Filippo al Toniolo
di Andrea Perissinotto   
macbeth-strehler-400x320.jpgDisperazione. Luce. Disperazione. Luce. Disperazione, luce, luce, luce. È un fervore accecante quello che porta alle conclusioni più efferate e che conduce ad un campo di battaglia ormai inservibile. Svuotato. Il Macbeth di Andrea De Rosa, in scena al Teatro Toniolo dall’8 al 10 marzo, si svela nella fragilità del compimento di un desiderio autodistruttivo. Una morsa inesorabile che sfuoca l’approssimarsi della fine e illumina le assenze. Le intenzioni più egoistiche restituiscono un traguardo presso il quale non vi sono applausi, solo silenzi. La percezione di essere intrappolato in una rete di incubi soffocanti, l’essere preda di un ingranaggio infernale di fronte al quale il libero arbitrio deve arrendersi sono i termini per l’identificazione con la nostra parte più oscura, il nostro demone personale. Macbeth si converte quindi nel simbolo di una resurrezione fittizia, che ci coinvolge tutti come testimoni e giudici delle nostre bramosie e sveglia gli interrogativi più prossimi al conflitto tra ambizione e senso di giustizia. Si può percorrere una strada insanguinata senza cedere alla tentazione del sangue? Si può attraversare una strada corrotta senza cedere al desiderio di corruzione? Si può dire veramente chi siamo?

 

macbeth_nella_versione_moderna_di_andrea_de_rosa_al_comunale_di_vicenza.jpgDopo il successo de La Tempesta, interpretato da Umberto Orsini, e dopo la fortunata regia lirica del Macbeth di Giuseppe Verdi, Andrea De Rosa affronta la tragedia più breve di William Shakespeare scegliendo due intensi interpreti per le parti principali: Frédérique Loliée, sua attrice prediletta, e Giuseppe Battiston, talento cinematografico e teatrale, applaudito protagonista di 18mila giorni di Andrea Bajani, dalla scorsa stagione teatrale, coprodotto dallo Stabile di Torino.

 

A loro il compito di sforbiciare le tentazioni che attanagliano l’essere umano, assopendole con una malizia morbida, incantatrice e aguzzina. Clessidre orizzontali che mantengono separate realtà da illusione. Un equilibrio controllato che repentinamente s’inclina, generando una mescolanza scellerata che s’infilza nella quotidianità del vivere. Un incantesimo. Come quello che ci aspetta a fine mese. Dal 20 al 24 marzo La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo porta in scena La grande magia, opera del padre Eduardo. De Filippo firma una storia in bilico tra vissuto e inverosimile, tra apparenza mimetizzata da fatti concreti e misfatti, invece, più che certi.

 

La speranza di un’inversione di tendenza è venuta meno: all’individuo non resta che cullarsi nell’inganno del sorriso. Così succede che durante uno spettacolo di magia il Professor Otto Marvuglia fa sparire la moglie di Calogero Di Spelta per consentirle di fuggire con l’amante, e fa poi credere al marito che potrà ritrovarla solo se aprirà, con totale fiducia nella fedeltà di lei, la scatola in cui sostiene sia rinchiusa. Alla fine la donna ritorna pentita, ma il marito si rifiuta di riconoscerla, preferendo restare ancorato all’immagine di una moglie fedele custodita nell’inseparabile scatola. Malinconica contrazione dell’idea che tutto va bene, più che altro per lo sforzo che implicherebbe l’affermare il contrario. Una scelta valida, utile a sopravvivere, ma perdente, nel privato, come nel pubblico.

 
«Io Sono Teatro 2012/13»


8-10, 20-24 marzo Teatro Toniolo-Mestre (Ve)


Info www.culturaspettacolovenezia.it