VeneziaNews :venews

  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
  • Venezia News
Home arrow VENICENESS arrow Archivio
Basta che la piasa. Declinazioni veneziane di 8 marzo
di Marta Fontana   

mirandolina.jpg

 

Così recita un antico adagio veneziano sulla donna ideale: «che la piasa, che la tasa, che la staga a casa». La condizione femminile a Venezia, nei secoli, fu però assai particolare e la realtà, in certi casi, si discostava di molto da questo modello di donna fedele, muta e devota. Se il ruolo della donna in una società è sempre condizionato dalla struttura di questa, che la plasma e la condiziona, è facile capire come solo Venezia, dominata da una mentalità mercantile e marittima, potesse essere la patria di Mirandolina, esemplare di illibatezza, ma maestra nel gestire la propria femminilità soggiogando gli spasimanti che la circondano senza mai perdere di vista i suoi interessi.

 

 

Contrariamente al pius agricola che si aspetta dal Cielo la pioggia al momento giusto, adora il Cielo e alla volontà del Cielo si adegua rimettendovi totalmente il suo destino, il mercante ripone le sue risorse nelle proprie abilità, disposto ad osare l’impensato alla ricerca dell’utile da fruire in questo mondo. Così le veneziane, mogli di questi mercanti, a differenza delle ‘donne di terra ferma’, dovevano far fronte alle lunghe assenze dei loro uomini, curare gli interessi della famiglia, trattare contratti e maneggiare patrimoni. Questo portava inevitabilmente ad una certa emancipazione e anche ad una maggiore libertà di costumi e sentimenti. Libertà accolta con una generale tolleranza. Quello che è interessante osservare però, è la profonda dicotomia tra le donne del popolo e le patrizie, non solo per ovvi motivi di nascita. Ciò che distingueva nettamente le gentildonne era la consapevolezza del ruolo ufficiale a loro riservato dalla Signoria: ingentilire i costumi e rappresentare nelle occasioni pubbliche il lusso, l’eleganza e lo sfarzo che immancabilmente annichilivano il mondo.

 

caterinacornaro.jpgQuesto solo era il ruolo ufficiale della donna, poiché normalmente la Repubblica non le permetteva di uscire dal suo ambiente naturale domestico e neppure le concedeva di avere posizione alcuna nelle questioni politiche, neppure quando era assunta al trono dogale. La figura femminile doveva trasmettere alle nuove generazioni la tranquillità e l’equilibrio del corpo e dell’anima. In realtà, salvo alcuni rari casi, i divertimenti, gli svaghi e le tante amenità della città lagunare, non impedirono mai che la vita di molte patrizie diffondesse un’aura di virtù incontaminata. Nel focolare domestico la nobile dama conduceva una vita tranquilla e, da quella ritirata posizione, guardava compiaciuta la salita dell’uomo al potere senza mai ambire di raggiungerlo. Prerogativa di alcune gentildonne di elevata cultura era poi il presiedere gli incontri fra letterati e artisti. In questi primi salotti, dotti e filosofi si confrontavano su diversi temi, poeti recitavano i loro e gli altrui versi e musici cantavano e suonavano. Il modello più nobile di dama aristocratica fu, nel Rinascimento, quello della dimissionaria regina di Cipro, Caterina Cornaro, che rimase vent’anni a tenere corte, come una vera sovrana, nel suo raffinato esilio di Asolo, ricevendo nobili e intellettuali e rappresentando l’esempio più fulgido di circolo culturale rinascimentale.

 

veronicafranco.jpgSe alle patrizie era riservato solo l’ambito culturale e di rappresentanza e alle “mercantesse” quello commerciale, è d’obbligo parlare però di una terza categoria di dame: le cortigiane honeste, quelle prostitute, o eteree, che a Venezia non solo erano tollerate, ma altamente considerate. Qualche studioso ritiene che una delle peculiarità che distingue maggiormente il Rinascimento da altre epoche sia il formarsi, all’interno del gruppo delle prostitute, di una sorta di ‘aristocrazia’ che salvò l’onestà delle famiglie legittime, poiché l’uomo poteva trovare nella cortigiana non solamente una donna, ma un’amica colta e raffinata che però non gli faceva pesare la responsabilità di una moglie. In effetti, notissima a Venezia e in Europa, non certo per le sue virtù morali, ma per la sua avvenenza, spregiudicatezza e cultura, fu la conclamata cortigiana Veronica Franco, che abbandonò la vita coniugale per darsi all’amore libero. Fra i tanti amanti spiccano patrizi veneziani di chiara fama e, in particolare, il re di Francia Enrico III, che la volle incontrare mentre era in visita ufficiale a Venezia. Il giovane sovrano dovette averne riportato un’impressione molto favorevole visto che volle portare con sé, in Francia, il suo ritratto; Veronica a sua volta ricordò nei sui sonetti il regale amante «in armi e in pace a mille prove esperto».