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New traditionalism. Le sfumature multiple di Nels Cline
di Davide Carbone   

nelscline.jpgBrutta bestia, la tradizione. Può essere assieme gabbia o trampolino, può immobilizzarti con i suoi dogmi o essere ispirazione senza fine, equilibrio precario ma vivo tra rinnovamento e conservazione. Forse, a differenziare un semplice artista da uno ‘grande’ è proprio la sensibilità dimostrata nel padroneggiare questa arma a doppio taglio, un’indole soggettiva che Nels Cline ha dimostrato, nel corso della propria carriera, di possedere a quintalate.

 

Classe 1956, il chitarrista di Los Angeles sembra riunire nel proprio curriculum almeno tre o quattro carriere, sviluppate su binari paralleli che lo hanno portato ad entrare di diritto nella lista dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi stilata da «Rolling Stone». Agli albori nel jazz, datati primi anni ’80, si sono succeduti i periodi rock-giovanili di ordinanza, bevuti d’un fiato strizzando costantemente l’occhio alle avanguardie, fino alla consacrazione raggiunta aderendo al progetto Wilco di Jeff Tweedy, altro soggetto assolutamente ipersensibile agli stimoli di un panorama folk e country, diretto discendente del precursore Woody Guthrie.

 

A Padova il nostro arriva accompagnato dalle tastiere della consorte Yuka Honda, dal basso di Trevor Dunn e dalla batteria di Scott Amendola, per un incontro ravvicinato con un suono colto e sofisticato che, padroneggiandoli, si fa beffe degli schemi.

The Nels Cline Singers
8 maggio Cinema LUX-Padova
Info www.centrodarte.it