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A modo loro. Green Day, prendere o lasciare
di Sergio Collavini   

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Sempre che non capitino terremoti, alluvioni, invasioni di cavallette o chi più ne ha più ne metta, forse stavolta i Gren Day potremmo anche riuscire a vederceli. Sì, perchè devo ammettere che gli ultimi tentativi furono (almeno per il sottoscritto...) assai sfortunati. Prima la tromba d’aria che due anni fa si abbatté sull’«Heineken Jammin' Festival» del mestrino Parco San Giuliano, e poi i problemucci di ‘salute’ di Billie Joe Armstrong che portarono all’annullamento della data di Bologna lo scorso anno. Quest’anno, per andare sul sicuro, sono ben quattro le date italiane tra maggio e giugno, a Milano, Trieste, Roma e Bologna.

 

Passate le 40 primavere, gli oramai ex ragazzi, ex punk, ex trio (Jason White è entrato ufficialmente nella band) di Rodeo, California, sono delle star riconosciute anche se, al solito, un po’ snobbati dalla critica. Pare sempre, e spesso non a torto, che facciano tutto abbastanza bene, ma non così bene da diventare una band di riferimento.

 

Insomma, di volta in volta sono stati indicati come i nuovi Clash, gli eredi dei Nirvana, i Monkees degli anni zero… e così via. Non che con queste icone consacrate non abbiamo molte cose in comune, certo, ma di tutti questi confronti davvero non si sente il bisogno.

 

 

 

greenday2.jpgI Green Day sono rock’n’roll puro e semplice e, come per i Ramones prima di loro, tutto questo basta e avanza. Vero che la trilogia Uno!, Dos!, Tre!, uscita tra settembre e dicembre 2012, si è rivelata un mezzo flop commerciale, ma c’era da aspettarselo! Pubblicare tre dischi uno dietro l’altro in così breve tempo, in periodo di vacche magrissime poi, è stata una scommessa perdente fin dall’inizio. Un peccato, perché l’idea a compendio di una ventennale carriera ci stava tutta. Forse uscire come triplo al prezzo di uno, come fecero i Clash con Sandinista, sarebbe stato più apprezzato.

 

Trattasi comunque dei soliti Green Day, tra power punk pop, stadium rock e qualche ballatona da accendino con tanto di archi a contorno. Probabilmente la mancata promozione dovuta al ricovero di Billie Joe per abuso di alcol (è il’r’n’r, bellezza!) non ha aiutato, ma guai a darli per finiti: anche dopo Nimrod sembravano alla frutta e invece se ne uscirono con un mezzo capolavoro come American Idiot, che li lanciò definitivamente e dal quale è stato tratto perfino un musical di successo.

 

Certo è che band così adrenaliniche sul palco non ce ne sono mica tante e quindi, in fondo, prendiamoli per quello che sono e sono sempre stati. Niente di così originale d’accordo, ma capaci di andar giù lisci come una birra fresca in una notte d’estate. Vi sembra poco? Be’, allora rifletteteci un po’ voi su quanto sia difficile rimanere se stessi...

Green Day
25 maggio Piazza Unità d'Italia-Trieste
Info www.azalea.it