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Home arrow ZOOM arrow Cronaca di una tragedia annunciata. Vajont 50 anni dopo
Cronaca di una tragedia annunciata. Vajont 50 anni dopo
di Fabio Marzari   

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Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo in provincia di Belluno. La storia di questa comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 alle 22.39 si elevò un’immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione. La stima più attendibile circa il numero delle vittime è di 1910. Furono commessi tre fondamentali errori umani che portarono alla strage: 1) aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; 2) aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; 3) non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

 

Le indagini giudiziarie ed i relativi processi, durati trent’anni, in varie sedi sparse per l’Italia, tra cui L’Aquila, in primo e secondo grado, portarono al riconoscimento di responsabilità penale per la prevedibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi. Ora Longarone e i paesi colpiti sono stati ricostruiti. Solo dal 2009 i segreti di questo enorme dramma sono stati resi pubblici. Il silenzio, che per decenni è calato sul Vajont, lascia il posto alle parole. All’archivio di Stato di Belluno sono conservati i documenti processuali, i quaderni con gli appunti redatti da Carlo Semenza, l’ingegnere della diga, i tabulati telefonici delle chiamate verso Venezia fino a pochi minuti prima del disastro e anche la copia della sentenza di assoluzione del 1960, emessa dal Tribunale di Milano, nei confronti di Tina Merlin, la giornalista che per i suoi articoli di denuncia, pubblicati su «L’Unità» già dal 1959, era stata processata per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico».

 

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La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati e abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve un’enorme nuvola bianca, una massa d’acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini. La forza d’urto della massa franata creò due ondate.

 

La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all’onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l’abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. 
La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo e il cantiere degli operai. L’ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

 

E fu ovunque devastazione e morte. Fin qui la storia; per non dimenticare, a 50 anni dalla tragedia, il 7 ottobre all’Ateneo Veneto in occasione della presentazione della nuova edizione de Il grande Vajont di Maurizio Reberschak, con l’Autore ne parlano Michele Gottardi, Presidente dell’Ateneo, Gianluca Ligi di Ca’ Foscari, Erilde Terenzoni, Soprintendente Archivistica per il Veneto, Eurigio Tonetti, Claudia Salmini, Daniela Nardecchia, Luigi D’Alpaos, Marina Niero, Vittorio Pajusco e Marco Borghi. Una tavola rotonda promossa da Iveser sullo studio di nuove fonti documentarie con una serie di studi e riflessioni dopo mezzo secolo, con il supporto della proiezione di alcuni brani di filmati inediti conservati nelle carte processuali del Vajont.

«Vajont, 9 ottobre 1963. Studi e riflessioni cinquant’anni dopo»
7 ottobre, h. 16 Aula Magna, Ateneo Veneto
Info www.ateneoveneto.org - www.iveser.it