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[Incroci di CiviltĂ  2014] Le voci: Marc Scialom
di Nicolò Groja   

marc-scialom.jpgRegista, scrittore e traduttore, Marc Scialom ama definirsi un cittadino del mondo e la sua storia - ebreo di origini italiane, nato a Tunisi e poi naturalizzato francese, lo dimostra. Nel 1943, in seguito alle persecuzioni naziste, lascia la Tunisia per la Francia. Qui la sua vita si intreccia con la storia del cinema e con un incontro ‘mancato’ con la Nouvelle Vague: il suo Lettre à la prison (1969-1970) - opera che riflette sul dramma della perdita dell’identità da parte di un esule arabo in Francia, realizzata senza un produttore e quasi ‘clandestinamente’- non viene compresa dagli amici cineasti, in particolare da Chris Marker, e conclude la sua avventura solo nel 2005, quando viene presentata per la prima volta al pubblico del Festival International du Documentaire di Marsiglia. Al centro della sua poetica come regista e scrittore campeggia il tema dell’esilio: dalla traduzione della Divina Commedia di Dante, “l’esule per eccellenza”, al cortometraggio Exils (1966), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1972. Nel 2012 Scialom realizza il suo secondo lungometraggio, Nuit sur la mer, riflessione sulla morte e sull’utopia di un mondo senza frontiere.

 

Lei nasce a Tunisi, ha origini italiane, è naturalizzato francese. Qual è il suo rapporto con le sue radici culturali e quanto questo influenza le sue opere?
Le mie radici sono anche più molteplici: la madre di mio padre era di origine austriaca, e i miei antenati ebrei livornesi venivano dal Portogallo. D’altra parte, siccome ho vissuto a Tunisi dalla mia nascita fino all’età di 18 anni, e poi, dopo i miei studi universitari in Francia (studi di francese e d’italiano), ancora cinque anni, e siccome ho avuto lì moltissimi amici tunisini musulmani, finalmente mi piace considerarmi un po’ cittadino del mondo… L’esilio, infelice ma talvolta felice, è il tema centrale dei miei due lungometraggi e del mio cortometraggio intitolato appunto Exils. È anche il tema centrale del romanzo che ho finito di scrivere quest’anno, Les autres étoiles (il cui titolo deriva dall’ultimo verso della Divina Commedia di Dante, l’esule per eccellenza).

Venezia è da sempre incrocio di civiltà. Quale pensa sarà (o vorrebbe fosse) il suo particolare contributo a questo dialogo tra culture di cui è teatro/testimone la città?
Vorrei dire che le appartenenze culturali costituiscono una ricchezza se non si irrigidiscono, se non si rinchiudono su se stesse, e che l’incrocio delle culture è più fecondo ancora. Occorre non soltanto accettare anzi accogliere le differenze (e quindi rifiutare ogni sorta di esclusione o di razzismo), ma anche forse lavorare all’elaborazione di una cultura planetaria.

 

Marc Scialom
3 aprile, h. 20.30 Multisala Giorgione

www.incrocidicivilta.org