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Home arrow ARTE arrow BIENNALE ARTE 2015 | L'oro Blu dell'Ecuador: Intervista a Maria Veronica Leon Veintemilla
BIENNALE ARTE 2015 | L'oro Blu dell'Ecuador: Intervista a Maria Veronica Leon Veintemilla
di Fabio Marzari   

imageecu.jpgMaria Veronica Leon Veintemilla è l’artista che rappresenta l’Ecuador alla sua prima partecipazione nazionale alla Biennale Arte di Venezia. L’abbiamo incontrata nel Padiglione ecuadoregno all’Istituto Santa Maria della Pietà (Castello 3701). Una donna affascinante e colta, raffinata, piena di energia, innamorata del suo lavoro, che comunica entusiasmo e voglia di raccontare il suo mondo.

 

Quali elementi del suo Paese sono presenti nei suoi lavori?
Di Ecuador si parla talvolta nelle cronache e nei libri, ma questo non rende sempre giustizia alla ricchezza naturale e materiale di questo Paese. L’Ecuador è già stato presente alla Biennale, non come partecipazione nazionale, ma nel contesto dell’IILA, Istituto Italo-Latino Americano. Nonostante questa sia la sua prima presenza ufficiale, non volevo dar corso all’idea di una partecipazione nazionale da ‘ultimi arrivati’. Volevo evitare il punto di vista sociologico o troppo intriso di politica, che di solito si adopera quando si parla o dei Paesi dell’Est Europa e del Continente Latino Americano. Questo sentiero è stato percorso già troppe volte; ho cercato un approccio quindi più globale, non comprensibile solo alle nostre latitudini. Quando si parla dell’Ecuador quasi mai si fa riferimento al tema dell’acqua, mentre sia l’Oceano Pacifico che le isole Galapagos, che appartengono territorialmente allo Stato, ne sono parte fondamentale. Visto che la Biennale di Venezia è un grande universo, così come l’Oceano che circonda l’Ecuador, stiamo cercando di navigare nelle sue acque a stretto gomito con decine di altri vascelli dalle più disparate provenienze. Ho pensato: «siamo tutti nella stessa barca». L’Ecuador sta inoltre vivendo un momento di transizione importante. Il suo Presidente, Rafael Correa, ha favorito delle importanti riforme atte a eliminare le diseguaglianze sociali, il progresso dei diritti civili, il rispetto e la tutela degli ambienti naturali dallo sfruttamento insensato dell’uomo, ovvero delle multinazionali, come nel caso delle acque, il rispetto dei diritti delle minoranze, come nel caso degli omosessuali, e così via. Con questo clima più favorevole anche il panorama artistico ne ha positivamente risentito, anche se sono ancora molto diverse le condizioni tra chi vive nella capitale, nella costa o nelle montagne.
  

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La sua arte è multimediale: creazioni audio-video che coinvolgono spazi e pubblico. Come è arrivata a questi esiti creativi nella sua evoluzione artistica?
Mi sono basata sull’esperienza che ho maturato nel campo delle arti visive, della musica e della danza. Per la Biennale ho voluto creare un paesaggio multimediale con nuove installazioni che univano audio e video, costituite da disegni, video, fotografie, oggetti e suoni correlati tra loro in un tecno-teatro. Mi occupo personalmente di creare il digitale, di girare i video, modificarli, dipingere e disegnare caratteri e simboli, scrivendo la sceneggiatura e progettando quella che è la colonna sonora dei miei lavori.

Quale la sua formazione?

Ho viaggiato moltissimo; ho vissuto molti anni a Parigi e ora vivo a Dubai. Ho sempre trovato nei maestri fiamminghi una straordinaria fonte d’ispirazione. Sono stata folgorata dai loro paesaggi, dai loro personaggi, dalle storie narrate nei loro quadri; Van Eyck, Van Dyck, Bruegel sono i miei veri maestri.

Ci racconti il progetto Acqua d’Oro: Neri Specchi Apocalittici.
Ho letto alcuni spunti di Enwezor sul successo del capitalismo partendo da Marx; in quel momento ho pensato di fondere l’elemento dell’acqua e il potere di penetrazione dell’industria nell’acqua. La mia fonte di ispirazione, e il mio punto di partenza, è stata una sorgente naturale che si trova in una foresta pluviale tropicale delle Ande, vicino al vulcano Cotopaxi in Ecuador: qui sgorga un’acqua ricca di sospensione colloidale di oro; sembra che essa abbia delle importanti proprietà salutari e lo sfruttamento industriale di questa ricchezza naturale non può che farci riflettere sulle possibili conseguenze negative che l’industria ha sulla natura penetrandola.

 

ecuador.jpgBlu, verde e nero sono i colori con cui descrivo i tre diversi momenti del mio progetto. Il blu è il riflesso dell’acqua, descrive il punto di rottura tra l’elemento naturale e lo sfruttamento di essa voluto dall’industria. Ho sfruttato nei miei video un effetto geometrico per esprimere l’effetto costrittivo dei metalli, intesi come processo di sfruttamento industriale nei confronti dell’acqua. L’acqua può essere catturata, ma solo fino ad un certo punto; è solo nel suo scorrere che esprime tutto il suo potenziale nutritivo ed espressivo. Mi sono chiesta: «dove troviamo nella nostra vita quotidiana le bottiglie d’acqua?», Di solito esse stanno in cucina, per questo motivo ho voluto portare in mostra una cucina vera e propria, di quelle che stanno abitualmente nelle case. Il verde rappresenta il colore dei soldi e la capacità politica e finanziaria in grado di influenzare il flusso dell’acqua. L’effetto geometrico rappresentato è quello di una tavola rotonda con 8 punti evidenziati che rappresentano i vertici di altrettante compagnie che decidono i destini dell’acqua. Chiediamoci se veramente è ciò che vogliamo. L’acqua prepara la propria difesa. Il suo destino passa attraverso uno specchio nero apocalittico, riflesso della società che si sta perdendo. Attraverso il passaggio in una specie di buco nero essa si libera dalle miopi visioni dell’industria. Ho cercato con l’arte di introdurre una sorta di elemento mistico destabilizzante nella temibile geometria del potere per spezzare il sistema. Il nero rappresenta l’ignoto, che può essere sia un destino contraddittorio, che la possibilità dell’acqua di ritornare ai suoi effetti naturali. Ho pensato poi a una parete dove sono incassati vari forni, ognuno come una sorta di grotta attraverso cui scorrono le immagini di un paradiso perduto, secondo la lezione della caverna di Platone, dove introdurre una dimensione ignota e misteriosa.

In linea con le indicazioni date da Enwezor, quale il suo "mondo futuro"?
Da subito nella nostra intervista ho posto i due elementi di acqua e oro alla base della conversazione. Questi elementi hanno caratterizzato il mio lavoro di artista. Ho cercato di coniugare varie discipline e di esplorare le interconnessioni tra movimenti, parole, numeri e suono in ambito artistico e scientifico. Ho lavorato per modificare l’approccio dello spettatore verso la percezione dei miei video, creando realtà che trasformano la natura dell’oggetto, collocandolo in un contesto sconosciuto, capace di fornirgli una nuova identità. Le pratiche orafe ancestrali ecuadoregne utilizzavano tecniche come la martellatura ed il rilievo per creare figure inconsuete e maschere d’oro con fisionomie originali, che si possono oggi vedere al Met di New York. Ho voluto riciclare queste pratiche lavorando con l’oro ‘virtuale’ o artificiale, acrilico, oli, foglia d’oro, spray dorati, creando l’illusione di un facile accesso a questo prezioso metallo, simulandone in realtà solo l’aspetto e la lucentezza. Ho posto enfasi nell’ispirazione, sapendo che le maschere non hanno espressione, cercando di esprime una caratterizzazione della fatica del vivere contemporaneo, un dialogo immaginario che legge il futuro attraverso l’oro nella successione delle diverse realtà di vari continenti e di vari paesi, alla ricerca di un futuro possibile, in cui la natura può essere annientata dall’uomo, che può certo avere l’oro, ma senza l’acqua, pur con l’oro, non può concepire un futuro possibile.

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«Gold Water: Apocalyptic Black Mirrors»
Istituto Santa Maria della Pietà, Castello 3701


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