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Home arrow ARTE arrow [INTERVISTA] La meccanica del cuore. Dialogo con Maurizio Pellegrin, perfetto 'realista sognatore'
[INTERVISTA] La meccanica del cuore. Dialogo con Maurizio Pellegrin, perfetto 'realista sognatore'
di Mariachiara Marzari   
maurizio-pellegrin.jpgA tutti gli scettici che guardano all’arte contemporanea con banale indifferenza, con l’idea fissa del “potevo farlo anch’io”, rispondo con questa intervista che ancora una volta dimostra come ogni singola opera sia l’universo personale dell’artista, carico di conoscenza e di esperienza, e solo entrandoci dentro e indagando con curiosità sia possibile essere parte dell’energia scaturita da queste opere e della storia che l’artista vuole raccontarci.

Una piccola, ma molto determinata galleria, Marignana Arte, presenta la personale di Maurizio Pellegrin, che torna a Venezia, sua città natale – da più di vent’anni vive e lavora negli Stati Uniti –, dopo una lunga, laboriosa assenza in cui ha esposto le sue opere in musei pubblici e gallerie private di tutto il mondo e ha intrapreso una brillante carriera di insegnante in diverse Università e Accademie americane. Non è un caso che Maurizio Pellegrin abbia deciso di fare una puntata proprio ora, durante la Biennale. È un fatto da considerare al di là dell’evidenza, soprattutto in un momento storico in cui la scena dell’arte sembra essere concentrata principalmente sullo spettacolo e sulle apparenze più superficiali della natura umana, che il lavoro di Maurizio Pellegrin continui impavido, in maniera poetica e vigorosa, a interrogarsi sul senso della vita.

 

Il titolo della mostra Treni volanti, carte appese e altri pensieri, curata da Filippo Fossati, rappresenta un gruppo di opere eterogenee che ruotano intorno a un’installazione, un’architettura di rotaie e trenini che galleggiano nell’aria, viaggiano sui binari di un’esperienza storica, una vicenda lunga più di un trentennio, che da pittorica via via ha assorbito un insieme artistico più ampio, debordando dalla tela nello spazio. Sono lavori, avvisa l’autore, da guardare in controluce, in quella zona al limite tra il contenuto, il testo e il contesto, tra descrizione, linguaggio e rappresentazione, tra idea poetica e corporalità. La forza di Pellegrin sta proprio nel rendere visibili le possibilità, le contiguità e le continuità degli oggetti e delle forme.

 

pellegrin1.jpg Il tuo percorso artistico e di formazione.
Sono laureato in Lettere, tesi con il Professor Mazzariol. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti, portando a compimento il percorso di formazione artistica. Poi cominciai per caso, a 23 anni, alla Galleria Il Capricorno, una delle più belle gallerie di Venezia, panorama che all’epoca nemmeno conoscevo con grande precisione, vista la mia giovane età. In quel periodo la galleria era davvero rinomata, con figure del calibro di Bruna Aickelin e con un grande collezionista come Giovanni Camuffo. Proprio grazie a Camuffo, che aveva aperto la Galleria Al Leone negli anni ‘50 ospitando la prima mostra di Twombly, mi è stata data la possibilità di accedere a un mondo dal forte sapore internazionale, cosa che fino ad allora avevo potuto sperimentare solo attraverso la lettura di libri. È stata un’esperienza che ha fatto nascere in me nuove curiosità, arrivando a farmi considerare Venezia splendida, ma forse troppo piccola. Erano i primi anni ‘80, l’arte registrava un grande ritorno della pittura. E proprio a questa disciplina artistica furono consacrati i miei inizi, anche se personalmente mi sentivo più orientato verso la scultura. In quel periodo le città simbolo di rinnovamento artistico e di grande fermento creativo erano di sicuro Milano e Roma. Scelsi Roma perché ipotizzavo di potermi trovare meglio lì che altrove. Lì non ho trovato un ambiente facile, ho certamente pagato l’impatto culturale, quello che avevo immaginato come approccio libero e dinamico si è rivelato in realtà un impegno complicato da affrontare. Il 1987 è stato per me l’anno di svolta, quando sono stato chiamato a partecipare alla Biennale di Venezia in preparazione per il 1988. Si trattava del primo Aperto delle Corderie, direttore di settore era Giovanni Carandente, attorniato da uno staff internazionale. Una Fondazione californiana legata al Museo di San Diego decise di acquistare il lavoro che preparai per la Biennale, lo stesso Museo di San Diego mi chiese un lavoro per un group show, mentre nel frattempo Documenta di Kassel selezionò quelli che a loro avviso erano stati i migliori artisti della Biennale, gettando le fondamenta di quella che sarebbe poi stata la Galerie Thomas di Monaco di Baviera. Il Museo di San Diego aveva deciso di dedicarmi una mostra personale, alla quale era seguita la chiamata di una galleria di New York. In quel periodo ero appunto a Roma, che ben presto mi diventò stretta proprio come Venezia anni prima. Nel 1989 ho deciso, quindi, di andare negli Stati Uniti. Nei successivi 3-4 anni, corrisposti in realtà a una crisi economica americana, ho portato avanti i lavori più grandi, arrivando nei maggiori musei statunitensi, tuttavia non riuscendo a ritornare in Italia con una certa forza, non compiendo il percorso ‘consueto’ a molti artisti. Nel periodo di crisi economica negli Stati Uniti altri artisti italiani sono venuti fuori, capitalizzando l’attenzione generale.
A un certo momento mi sono trovato anche a limitare la quantità di lavoro, per evitare che diventasse un’ossessione capace di annoiarmi.
Per fatalità o per destino alla fine degli anni ‘80 sono entrato in contatto con la New York University, un rapporto che da saltuario si è trasformato in collaborazione durata ventidue anni, portandomi nel tempo ad assumere la vice direzione del programma dei corsi stessi. Ho poi insegnato per sette anni alla Columbia University, seguendo gli studenti alle prese con il dottorato e ho insegnato Architettura moderna e contemporanea per sei anni alla Rhode Island School of Design a Providence, vicino a Boston.
Cinque anni fa ho deciso di ridimensionare la mole di impegni, in quello stesso periodo mi hanno offerto la direzione della National Academy Museum & School di New York, una delle istituzioni più antiche degli Stati Uniti. Museo splendido sulla 5th Avenue, nato nel 1826 su iniziativa di Samuel Morse, inventore del telegrafo, ma anche pittore, che decise di porre l’attenzione sull’universo artistico americano, anziché train2-pellegrin.jpgcontinuare ad approfondire gli ambiti europei. Formò così una piccola collezione fatta da opere di “national academicians”, che ora arriva a raccogliere oltre 10 mila opere, dall’‘800 fino ad oggi.
La Scuola, cresciuta nel tempo, ha attraversato una fase di decadenza negli anni ‘50 dovuta a una mancata capacità di stare al passo con i tempi, arroccandosi nel figurativismo. Recentemente si è potuto registrare un nuovo picco verso l’alto. Ogni anno artisti e architetti vengono nominati academicians, alcuni esempi presenti anche in questa Biennale possono essere Joan Jonas, Kara Walker e Kiki Smith. Alla direzione di questa scuola ho potuto sviluppare nuove esperienze, molte delle quali legate alle più moderne tecniche di animazione, utilizzando le gallerie, di cui la Scuola dispone, per allestire mostre in cui l’arte contemporanea viene declinata in combinazione e dialogo con per esempio le parallele esperienze asiatiche, africane o tecniche, legate all’universo sonoro. Successivamente mi è stata offerta la possibilità di diventare direttore artistico del Museo, che non stava raggiungendo gli stessi risultati della Scuola. Per accettare quest’offerta ho richiesto di poter formare un team, suscitando la reazione veemente dei giornali americani, «New York Times» compreso, che pur elogiando le mie capacità di educatore metteva in risalto come io non fossi in alcun modo “uomo di museo”, chiedendosi come fosse possibile affidare ad una persona priva di esperienza in questo ambito oltre 10 mila capolavori dell’arte americana. Adesso la cosa si è totalmente ridimensionata, non rientrando più nei miei obbiettivi. Il mio pensiero era di poter giocare ad alti livelli, cosa molto difficile quando si deve ragionare in termini di prestiti.
Adesso stiamo allestendo una mostra sugli autoritratti dal 1811 a oggi, in quella sede non accadeva da almeno vent’anni. Vi sono lavori di artisti come Marina Abramovic, Bruce Nauman, Cindy Sherman, 175 capolavori con una grande predominanza di donne provenienti dall’Arabia Saudita, dalla Palestina, dallo Yemen, dall’Estonia e dalla Lituania.



Come tutte queste esperienze si esprimono nelle tue opere?
La mostra Treni volanti, carte appese e altri pensieri rispecchia più o meno il mio trend di lavoro. Sono uno che non ha il senso della nostalgia, non so se la cosa rappresenti un difetto, visto come la memoria lascia radici capaci di diventare sicurezze. Nelle mie opere il tempo non c’è, o almeno non come viene convenzionalmente inteso. Per esempio nell’opera intitolata On Stage, in mostra, l’idea centrale è proprio questa, il tema del tempo sospeso. Il vestito da sposa reca sul bigliettino i nomi delle persone che l’hanno indossato, riflettendo sul concetto di “una donna per tutta la vita”, che adesso sembra non esistere davvero più. Le torce sono simbolo di un residuo di energia, mentre i numeri presenti si ricollegano all’1, simbolo di inizio, con riferimento alla monade. Ogni lavoro esprime l’idea del movimento.pellegrin_03_mg_6759-modifica_0.jpg
Personalmente uso dei vecchi oggetti perché mi interessa da un lato la relazione con le vecchie funzioni che quell’oggetto svolgeva, dall’altro lo stupore per la presa di coscienza della nuova funzione che quello stesso oggetto ora ricopre. Queste relazioni creano degli scambi di energia, a loro volta legati a dei numeri. Non ho inventato nulla, c’è Platone, c’è Pitagora, c’è la cabala ebraica che lega queste cose a significati simbolici. Altro aspetto che suscita il mio interesse è il considerare gli oggetti come insieme di frammenti, come sintesi di “uno” e “molteplice”. Il recupero di questi oggetti mi permette di studiare, di crescere ogni volta un po’di più. Detesto il collezionismo, ma procedo sistematicamente nell’acquisizione di oggetti, che poi trasformo in base alle mie sensazioni, la mia ispirazione.
Si tratta di un lavoro di ricerca molto lungo, che in questo momento sto portando avanti con gli abiti, sia asiatici che occidentali, parallelamente a studi sul periodo vittoriano, edwardiano e giorgiano. Questo studio può diventare antropologico, non deve essere per forza confinato alla moda. Attraverso il vestito posso immaginare le persone, attraverso le persone vedo i ritratti, attraverso i ritratti osservo i gioielli, attraverso i gioielli studio i pigmenti. Un sapere che possa coinvolgere più ambiti possibili è di sicuro più valido della cultura spesso riscontrata nel panorama americano, dove ad altissimi livelli di competenza specifica si accompagnano scarsissime nozioni di carattere generale, di cultura trasversale.
Ho avuto modo di tradurre dall’inglese un trattato su “l’occhio innocente”, riscontrando come l’educazione impartita al nostro sguardo faccia necessariamente nascere dei pregiudizi verso quello che osserviamo. Tutto quello che vedi è a priori influenzato da schemi mentali pregressi. Proprio per questo motivo tutte le esperienze sono importanti. A chi afferma di non essere un artista o di non essere pratico d’arte rispondo: «So what?». Non siamo forse tutti in grado di percepire?

pellegrin_58_mg_6850.jpgQuanto il lavoro di insegnante e l’attività artistica intrecciano i rispettivi percorsi?
Sono un grande insegnante, affermo questa cosa senza pudori. Perché? Perché nessuno degli studenti con cui ho lavorato ha mai fatto un lavoro come il mio. La mia tecnica di insegnamento si basa sul fare in modo che lo studente possa esperire a 360° la propria personalità. Molto spesso ho potuto osservare una forte somiglianza tra il lavoro di un insegnante e quello dei propri alunni, cosa che secondo me può limitare o influenzare eccessivamente la percezione degli studenti stessi.
La percezione deve permettere a ognuno di noi di incontrare se stesso, altrimenti lo studente imboccherà direttamente la strada della produzione pura e semplice. Il problema della società attuale, soprattutto se riferita al mondo studentesco americano, è che tutti al giorno d’oggi si ‘preoccupano’, anziché ‘occuparsi’. Negli Stati Uniti sono anche i costi molto alti dell’educazione a far sì che lo studente sia concentrato su problematiche che con lo studio non hanno nulla a che vedere. Oggi, purtroppo, dopo aver fatto uno scarabocchio su un foglio si vuole fare una montagna di soldi e realizzare mostre, partecipare a Biennali ed essere famosi in tutto il mondo. Il sistema dell’arte attuale infatti sta registrando lo stravolgimento di tanti equilibri del passato, con gallerie che arrivano a spendere come cinque musei messi assieme, accumulando sedi in tutto il mondo. Quello di cui sono convinto è che ci si debba e possa sforzare per creare un sistema laterale, anziché stracciarsi le vesti perché dal sistema imperante ci si ritrova esclusi.

 


«Maurizio Pellegrin: Treni volanti, carte appese e altri pensieri»
Fino al 19 settembre 2015, Marignana Arte, Dorsoduro 141
www.marignanaarte.it