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[INTERVISTA] Liberi di essere. Nancy Marie Mithlo e gli Artisti nativi americani a Venezia
di Redazioneweb2   

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La cultura delle popolazione native americane è un mondo ancora in parte inespresso, che combatte ancora oggi per uscire da un superficiale contesto folcloristico per occupare lo spazio che merita nell’ambito artistico internazionale. La Biennale è sempre stata un punto fermo di questa consapevole affermazione di libertà di espressione e anche quest’anno Venezia ha potuto confrontarsi con questa realtà e soprattutto con le espressioni contemporanee del mondo dei nativi americani.

Non solo una mostra, ma un’occasione di confronto e dibattito, Ga ni tha, il cui titolo richiama il progetto collettivo di artisti indigeni Marcella Ernest e Keli Mashburn, fotografie e film che gli artisti stessi definiscono “performance sonora che intreccia canzoni, preghiere e terra”, si è svolta nella settimana inaugurale della 56. Biennale Arte, il 6, 7, 8, 9 e 11 maggio ai Crociferi (Campo dei Gesuiti, Fondamenta Nuove). Oltre al lavoro di Ernest e Mashburn, la mostra ha ospitato l’opera Jiimaan (Canoe) della performance artist Maria Hupfield, che ha posto per le sue caratteristiche la canoa come simbolo di equilibrio tra il richiamo delle vecchie memorie e la costruzione di nuove. Abbiamo chiesto alla curatrice Nancy Marie Mithlo, Associate Professor of Art History and Visual Arts, Occidental College, Chair, American Indian Studies, Autry National Center Institute, di raccontarci il progetto.  

 

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La storia della partecipazione alla Biennale Arte dei Nativi Americani, dal 1999 a oggi.
Come curatrice, ho prodotto o co-prodotto otto mostre d’arte contemporanea dei nativi americani. Queste iniziative sono cominciate come desiderio collettivo di mostrare arte culturalmente significativa a fare da contrappeso alle enormi pressioni di un certo tipo di marketing di arte e manufatti nella regione di Santa Fe (New Mexico, USA), ormai commercialmente satura.

Uno spirito di collaborazione ha definito i primi progetti, in cui i ruoli di curatore e artista erano molto sfumati. Cercavamo una forma di leadership orizzontale o comunque non gerarchica. Le mostre cui ho dato il mio contributo sono per lo più indipendenti, tuttavia abbiamo ottenuto il riconoscimento della Biennale nel 1999, 2001 e 2003. Allora eravamo ospiti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e ora della città di Venezia dal 2007 al 2013.

 

La nostra collaborazione con i Crociferi è cominciata quest’anno e come tutte le nostre iniziative vogliamo che sia a lungo termine, significativa per entrambe le parti e ispirata alla reciprocità. Apprezziamo che molti veneziani si considerano, a loro modo, indigeni e il nostro lavoro con i colleghi di Venezia vuole essere esemplificativo delle ricerche metodologiche indigene. Gli Stati Uniti d’America non hanno ancora mai scelto un artista nativo per il loro Padiglione nazionale. L’approccio più chiaro sul tema dei diritti e della cultura a livello globale è stato quello della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene adottata il 13 settembre 2007. Nello specifico, l’articolo 11 dichiara che le popolazioni indigene hanno il diritto di praticare e riprendere le loro abitudini e tradizioni culturali. Questo include il diritto di mantenere, proteggere e sviluppare le loro manifestazioni culturali presenti, passate e future, come i siti storici e archeologici, manufatti, cerimonie, tecnologie, letteratura e arti visive e performative.
È importante notare che gli Stati Uniti non figuravano tra i 144 stati che inizialmente hanno votato a favore della dichiarazione dei diritti delle popolazioni indigene. Nemmeno Australia, Canada e Nuova Zelanda hanno votato a favore all’inizio, però successivamente hanno scelto di dare riconoscimento ufficiale ad artisti indigeni e di sceglierli per rappresentare la nazione alla Biennale di Venezia. Il Canada ha scelto artisti delle loro first nations due volte per il Padiglione nazionale (nel 1995 con Edward Poitras e nel 2005 con Rebecca Belmore). La Nuova Zelanda ha esposto artisti Maori alla sua prima partecipazione nazionale (Peter Robinson e Jacqueline Fraser, 2001) e due volte come Evento Collaterale (Rachael Rakena e Brett Graham nel 2007, Michael Parekowhai nel 2011), più performance di danzatori Maori in eventi sponsorizzati dal governo nel 2001 e nel 2008. L’Australia ha presentato arte di aborigeni nel 1997 (Emily Kame Kngwarreye, Yvonne Koolmatrie e Judy Watson) in aggiunta a una mostra collettiva parallela in cui ha partecipato Vernon Ah Kee. Solo gli Stati Uniti non hanno ancora scelto nativi americani per rappresentare la nazione alla Biennale.

 

L’esperienza ai Crociferi.
La mostra di quest’anno, Ga ni tha, ha presentato grandi fotografie in bianco e nero, filmati e performance. La nostra dichiarazione, come collettivo, descrive il ciclo di disordine, ordine e cambiamento, che è il motivo intrinseco dell’universo. Nelle parole della fotografa Keli Marhburn: «Gli uomini, gli animali e la natura nascono, maturano e muoiono in un ciclo infinito. Nell’osservare e capire queste regole possiamo trovare il senso di una vita equilibrata».
Il mio obiettivo come curatrice di Ga ni tha è stato quello di creare uno spazio dove gli artisti Marcella Ernest, Keli Mashburn e Maria Hupfield (che ha partecipato con Jiimaan) potessero presentare i loro progetti attuali a un pubblico internazionale.

La risonanza che ogni singolo pezzo ha con gli altri ha creato uno spazio dinamico e crescente per l’intelligenza nativa e la discussione. Realizzare Ga ni tha è stato possibile col generoso sostegno di Native Arts and Cultures Foundation, Osage Nation Foundation, Canada Council for the Arts, Autry Museum, Occidental College.


Quali progetti saranno protagonisti della prossima Biennale nel 2017?
Marcella Ernest e Keli Mashburn torneranno sicuramente a Venezia per continuare il loro lavoro su Ga ni tha con un secondo ciclo di cultura nativa noto come Wah.shka. Anche il gruppo di nativi delle Hawaii sta progettando di tornare.

 
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