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Lunghe attese. I Marlene Kuntz al Rivolta pvc
di Katia Salviato   
marlenekuntz1.jpgNegli anni ‘90, la musica in Italia conosceva un raro momento di grazia e fermento creativo. Una nuova linfa vitale scuoteva il mondo del rock indipendente: le ceneri dei CCCP generavano la fenice-CSI, gli Afterhours si affermavano come un solido punto di riferimento, gli Scisma muovevano i primi passi, così come gli Üstmamò. E poi c’erano loro.
Segni particolari: caos primordiale à la Sonic Youth, graffianti trame tessute dalla chitarra solista e voce talmente intensa da farti desiderare di non avere un’anima, o tuttalpiù di prendere la tua, farla a brandelli e danzarci sopra selvaggiamente.

 

Erano una costante nella mia colonna sonora di quei giorni, i Marlene Kuntz: infilati nel walkman mentre viaggiavo in autobus, o a far vibrare le casse malconce della R4 degli amici già ‘motorizzati’ mentre si caracollava per la pianura alla ricerca di un concerto, euforici all’andata e contemplativi al ritorno. Festa mesta, Sonica e la splendida Lieve che tanto incantò Giovanni Lindo Ferretti. E poi Il vile, Retrattile, L’odio migliore. La colonna ideale per incanalare le complesse emozioni dei vent’anni in una direzione (turbolenza) o in un’altra (quiete). Over and over again.


Finché, un giorno, come per molti, non arrivò lo spiazzamento sulle ali del duetto con Skin, l’amata/odiata La canzone che scrivo per te. “I Marlene Kuntz sono morti”, fu la sentenza quasi unanime, perché per i fans della prima ora la svolta pop non s’aveva da fare. Certo, diagnosticare il decesso di una band dopo i canonici primi tre album è sport diffuso, ma in questo caso, si può davvero parlare di Che cosa vedi come dell’LP-Caporetto, dell’inizio della fine? Personalmente non saprei dare una risposta: perché da quel momento il mio percorso si allontanò da quello dei Marlene.

  marlene-kuntz.jpg

Colpa della suddetta svolta pop? No: colpa di uno di cui ero follemente innamorata, che mi aveva fatta girare come fossi una bambola sulle note delle canzoni dei Marlene per poi, senza tanti complimenti, buttarmi giù. Ed io, a mia volta, buttai giù loro, complici di essere troppo legati a un momento che mi faceva male. Ad ogni modo, come spesso accade, quello che esce dalla porta rientra dalla finestra. E quel che non poterono la partecipazione a Sanremo (comunque apprezzata, soprattutto per il duetto con Patty Smith) e gli incroci fugaci con i nuovi singoli passati per radio, riuscì a fare un film: Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario. Nella colonna sonora spiccava questo pezzo: «sono deluso sai? Siamo anche belli e non te ne accorgi mai». La voce, quella voce, aveva qualcosa di familiare… E infatti, titoli di coda ed eccoli là, beffardi come saltimbanchi che escono dalla cassa di legno segata a metà: soundtrack composta da Godano e soci, che cos’hai da dire adesso? Eh?!


In effetti, niente. Perché era arrivato il momento di far pace, di liberarmi del pregiudizio e di recuperare quello che aveva fatto breccia nella me stessa ventenne: i suoni stridenti, le chitarre, la voce. La turbolenza e la quiete. Che sono esattamente quello che spero di ritrovare, dopo almeno quindici anni da che li ho visti dal vivo per l’ultima volta, nella data del Lunga attesa tour del 12 marzo al Rivolta. Programma completo, film e concerto, sperando che la lombalgia non colpisca a tradimento. Problemi che, da ventenne, non avevo di sicuro.

Marlene Kuntz
12 marzo Rivolta pvc - Marghera (Ve)
www.rivoltapvc.org