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15. BIENNALE ARCHITETTURA | La versione di Alejandro
di Mariachiara Marzari   
aravena1.jpgReporting From the Front il titolo della 15. Biennale Architettura. Titolo quanto mai azzeccato, stringente, al contempo apertissimo. Perché ci costringe a concentrarci sui limiti estremi, sui margini urbani e perché al contempo ci chiede di espandere il più possibile le nostre visioni su come riconcepire, sistemare, innovare queste frontiere del vivere insieme. Alejandro Aravena non è certo riducibile alla parola “sociale”, quanto mai abusata e banalizzata nel comodamente fermare questa edizione della Biennale. Il curatore cileno va ben oltre questo recinto semantico, interrogando, coinvolgendo visioni, stili, categorie professionali e fasce sociali i più vari e i più congrui nel cercare di ridefinire il presente dello spazio che occupiamo. Ecco, allora alcune estese tracce di quelli che ci sembrano essere alcuni dei tratti salienti del pensiero di questo giovane curatore.

«Pochi professionisti riescono a praticare l’architettura sforzandosi di rispondere alle sfide sociali ed economiche del mondo odierno. Aravena […] ha raggiunto questi obiettivi, riuscendo in questo modo ad ampliare in modo significativo il ruolo dell’architetto». (Motivazione del Premio Pritzker 2016)

 

La libertà di un outsider
Secondo il detto “chi non sa niente, non ha paura di niente”, non avendo mai ricoperto ruoli curatoriali ho ignorato le regole che dovrebbe seguire chi affronta un impegno di questo tipo, ammesso che esistano norme canoniche da seguire in un lavoro così articolatamente complesso e mutevole. Sono fermamente convinto che usando rigorosamente la propria ‘ignoranza’ sia possibile portare avanti le domande più semplici, talvolta apparentemente stupide, che in quanto tali ti permettono però di raggiungere la radice del problema. Questa è la libertà di poter affrontare il problema con la mente vuota, libera appunto, e uno sguardo lucido, quasi puro, perché non filtrato da una grossa quantità di preesistenti idee e preconcetti.
L’essere per certi aspetti un outsider mi ha fatto vivere questo riconoscimento e il coinvolgimento in questa Biennale come la possibilità di godere di una grande libertà di pensiero e di movimento, valore aggiunto che vorrei trasparisse dalle scelte che ho compiuto e portato avanti.

aravena2.jpg Architettura = condivisione
Prima di essere architetto sono un cittadino: condivido con la società civile un senso di disagio verso problemi di natura diversa, dal traffico all’essere più o meno favorevole a una legge che magari interviene in un ambito che non vorrei venisse cambiato. Si è perennemente in contatto con sfide che costituiscono al tempo stesso nuove possibilità e potenziali problemi, in un equilibrio molto precario che cambia in base alla percezione soggettiva.
Io entro in questo dibattito come architetto. Per problemi di natura sociale, economica, politica, climatica possiamo condividere il disagio con chiunque faccia parte della nostra stessa realtà civile. In questo dibattito ognuno di noi ha qualcosa da dire; la discussione e il confronto non possono e non devono essere riservati ai cosiddetti “esperti del settore”. Tutti noi abbiamo esperienza quotidiana di come una città possa essere organizzata; il punto di partenza del dibattito non può che essere perciò il meno specifico possibile, quindi trasversale, aperto e democratico.
L’architettura si sposta quindi in un mondo che non è più il proprio specifico ambito di intervento, ma in un universo più ampio, che supera i contorni della propria disciplina e che corrisponde alla società stessa e alle sue sfide.

Lo studio e la strada: l’esame Italia
Ho studiato architettura in Cile, un paese in cui non c’è storia, ma piuttosto molto spazio. Secondo lo scrittore argentino Ezequiel Martínez Estrada, autore di Radiografia de La Pampa, il continente americano del sud rappresenta un contesto più geografico che storico, in cui lo spazio è più importante del tempo. Quando sono venuto in Italia sentivo forte la necessità di fare esperienza diretta dell’architettura 1:1, osservarla dal vivo, per vivere sensazioni che ovviamente nemmeno la più alta definizione fotografica possibile è in grado di offrire. Prima di agire devi inghiottire il corpo di conoscenze della tua disciplina.
Immergersi nell’architettura serve a comprendere come “progettare” corrisponda a “preferire”. Prima di venire in Italia un mio professore mi fece notare che mi sarei trovato di fronte a un banchetto pantagruelico, ricchissimo di esperienze di architettura, dopo aver vissuto la fase dello studio in Cile come una dieta, quasi ‘uno sciopero della fame’… Se non fossi riuscito ad assimilare lentamente tutte le cose viste in Italia, un’indigestione di conoscenza avrebbe potuto ostacolare il mio processo di formazione. Anche in questo caso c’è un delicato equilibrio da raggiungere tra fiducia nelle proprie capacità e umiltà, tra consapevolezza dei propri mezzi e profondo rispetto per il lavoro che i grandi del passato hanno portato avanti prima di te. Per quanto mi riguarda, andare per strada è stato a volte più importante che andare a lezione.
aravena3.jpg

 

 

La ragione sociale
Userei con molta cautela l’aggettivo “sociale”, semplicemente perché l’architettura non può che essere sociale, per sua stessa natura. Il problema dell’architettura è quello di capire le forze in gioco e come queste forze possano determinare la forma dei luoghi. Il nostro compito è affrontare questo problema, cosa allo stesso tempo molto semplice e molto complicata.
Una certa forma data a uno spazio può migliorare o peggiorare la vita delle persone che usufruiscono di quello spazio; questo vale per una scuola, una casa, per il luogo in cui stiamo parlando in questo momento. Qualsiasi siano le forze che determinano quella forma, dovranno tutte essere sintetizzate al meglio nel progetto che l’architetto è chiamato a elaborare. Se c’è un pregio che l’architettura può vantare, questo è la sintesi.
L’aspetto sociale rappresenta una delle informazioni che determinano la forma di un progetto; venendo a mancare questo aspetto ciò che otterrò non sarà più architettura, ma qualcosa d’altro. Prima di affrontare ogni altro discorso, infatti, dovrò necessariamente preoccuparmi di soddisfare le necessità basiche. Senza questo presupposto non sarà possibile effettuare il passaggio da ‘sopravvivenza’ a ‘vita’, arricchendo la prima di tutte le sfumature che la trasformeranno nella seconda.

 

 

reporting-from-the-front-the-15th-venice-architecture-biennale.-curatorial-notes-by-alejandro-aravena-1024x576.jpgParole d’ordine
Le battle’s words, esattamente come un’equazione, servono a identificare le domande. In questo periodo di preparazione si sono aggiunti dei nuovi termini e alcuni magari andrebbero tolti, ma è un gioco di equilibri provvisori che non conosce tregua e li rende quanto di più lontano possa esistere da dei moderni ‘Quindici Comandamenti’. Per ognuno di questi termini abbiamo voluto andare a cercare personalità che avessero dato un contributo in questo senso, soprattutto in relazione ai concetti di “banalità” e “mediocrità”, riferiti nello specifico alle periferie. L’avere acqua corrente, un riscaldamento o un tetto sopra la testa non mette al riparo dalla disuguaglianza e dalla mancanza di opportunità, vere piaghe capaci di generare rabbia sociale più ancora della povertà in sé. Alcuni architetti hanno portato avanti queste battaglie in maniera particolarmente evidente, altri invece hanno portato all’attenzione del mondo aspetti che non erano nemmeno considerati problematici. Il successo di un’opera è sempre relativo, mai assoluto, esattamente come tutti gli aspetti che caratterizzano un problema, una domanda, un bisogno. Per indirizzare al meglio il nostro giudizio su un’opera dobbiamo sempre chiederci se la situazione sia cambiata in meglio dopo il nostro intervento su una determinata area.

 
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