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Home arrow ARTE arrow 15. BIENNALE ARCHITETTURA | Atto terzo. Intervista a Paolo Baratta
15. BIENNALE ARCHITETTURA | Atto terzo. Intervista a Paolo Baratta
di Massimo Bran   

50421_03.jpgLa 15. Biennale Architettura alle porte rappresenta un’occasione ancor più intrigante del solito per fare il punto con il Presidente della più importante Istituzione culturale italiana sulle direzioni di fondo che questa Istituzione stessa sta tracciando. Un’occasione ancor più intrigante, dicevamo, perché questa edizione della Biennale Architettura firmata Alejandro Aravena più di molte altre ci interroga sulla radice di senso prima che dovrebbe informare una grande esposizione internazionale. E interrogandoci ci fornisce, tra le tante, una risposta non dico netta, ma abbastanza decisa verso un superamento della logica spesso un po’ troppo fine a se stessa di kermesse, di pura espressione esteticoformale dei migliori esiti progettuali dell’universo globo che connota diffusamente questi importanti appuntamenti.

 

L’idea di ritornare ai luoghi della vita, in particolare quelli periferici, che chiedono spazi più dignitosi, semplicemente più vivibili, e che quindi chiedono condivisione nelle scelte, a partire dai bisogni da cui devono derivare, è molto in linea ci pare con quanto Paolo Baratta in questi anni ha cercato di proporre in forma più complessiva e circolare in tutti i settori della Biennale, ossia l’infaticabile e prioritaria vocazione alla ricerca, all’interrogarsi sul senso vivo e vissuto di fare cultura, con una particolare predilezione per il dialogo intergenerazionale. I giovani, infatti, sono sempre più crescentemente al centro delle sue preoccupazioni e della sua progettualità. In questi anni, se si deve ricordare su tutte una delle nuove sperimentazioni riuscite messe in atto dalla Biennale, la prima a venirci in mente è sicuramente quella di Biennale College. Un tema, questo, nodale per il futuro di un’istituzione culturale di questa portata, che dovrebbe sempre avere come uno dei suoi compiti primi quello di formare nuovi pubblici, nuovi artisti, nuovi professionisti delle arti. Su questo e altro abbiamo avuto quindi il piacere di interrogare Paolo Baratta al primo anno del suo terzo mandato consecutivo come Presidente.

La riconferma per il terzo mandato consecutivo segna un precedente nella storia della Biennale rendendola il presidente più longevo nella storia dell’Istituzione veneziana. Cosa questi prossimi 4 anni le permetteranno di consolidare o di portare a termine e cosa invece di avviare ex novo?
Oltre a rafforzare continuamente l’autonomia della Biennale, e in particolare la sua autonomia scientifica e la sua reputazione nel mondo, penso si addica all’istituzione proseguire oltre alle attività tradizionali, anche nel campo della formazione delle giovani generazioni. Verso i giovani la Biennale deve offrire un punto di riferimento che consenta loro di avere una più ampia visione del mondo che li circonda e una più ampia dimestichezza con il mondo della cultura. Verso i giovani già avviati in un impegno diretto in campo artistico dobbiamo offrire invece strumenti che rafforzino la loro capacità di tradurre in opere pensieri e abbozzi di idee.

406_00.jpgIl Ministro Franceschini le ha anche affidato il ruolo di presidente della Commissione che ha avuto il compito di presentare una rosa di candidati per le venti principali istituzioni museali italiane. Un’ulteriore attestazione di come la Biennale venga sempre di più riconosciuta quale modello per la gestione della cultura in Italia. Quali sono i punti di forza di questo modello?
È un’istituzione pubblica creata per legge con amministratori di nomina pubblica. Ma è forte l’affermazione che tutti debbano concorrere a rafforzare la sua autonomia. La sua autonomia è rafforzata dal poter operare con strumenti tipici delle amministrazioni imprenditoriali secondo il codice civile e il diritto privato. Si può essere un modello per tutti i settori nei quali si sviluppa l’azione pubblica nel campo della cultura, dalle università alle strutture di insegnamento specialistiche, dai musei agli archivi, in tutti i campi dove la cultura vuol dire attività culturale che appunto chiede due presupposti, quello dell’autonomia e della responsabilità ma anche dell’efficacia e dell’efficienza. In quanto istituzione, e non agenzia per organizzare eventi, deve dilatare la sua area d’intervento anche alla cura del futuro, e in particolare offrire ai giovani che escono dalla scuola strumenti di formazione esperienziale, indispensabili perché le loro energie potenziali si possano esprimere chiaramente.

Confrontandosi con altre grandi realtà del panorama culturale europeo/internazionale in termini di gestione, progettualità, contenuti, cosa dovrebbe ‘importare’ e cosa invece potrebbe ‘esportare’ la Biennale nel mondo?
Il solo bene che possiamo scambiare è la fiducia che il mondo ripone in noi, base e premessa perché lo scambio sia fertile e intenso, il che comporta un complesso ma non impossibile miscuglio di continuità istituzionale e di velocità di percezione e di intuizione.

Presentando la Biennale Arte di Enwezor e ora la Biennale Architettura curata da Alejandro Aravena ha voluto ancora una volta sottolineare come ci sia una linea progettuale che corre lungo le diverse edizioni di ciascuna Esposizione, scandite dalle proposte dei diversi curatori. Esiste nelle sue intenzioni un punto di arrivo ideale per le due Biennali?

Se pensassi che esista un punto di arrivo per le Biennali ne avrei segnato un infausto destino. Ciascuna darà il suo contributo manifestando sensibilità per i problemi e lo spirito del tempo senza mai esserne prigioniera.

media.jpgÈ corretto dire che c’è una tendenza, in particolar modo per Biennale Architettura, ad andare sempre di più verso l’uomo, la società civile, l’architettura intesa come ‘cosa pubblica’, prediligendo l’azione sull’opera, il progetto sull’oggetto? Quali orizzonti raggiungerà l’expanded eye in questa edizione?
Nella domanda è già riassunto molto di quello che penso. Al mondo non mancano spettacolari realizzazioni di architetti, ma nel mondo, sia quello sottosviluppato sia quello più benestante, non sempre è vivo il desiderio di andare oltre soluzioni banali ai problemi della vita individuale e civile. Saper vedere oltre è in qualche misura una tentazione, la tentazione appunto di dare un senso più compiuto alle azioni individuali o collettive con le quali organizziamo lo spazio in cui viviamo.

Ogni anno procedete al recupero di nuove aree urbane a destinazione espositiva. Il progetto di progressivo recupero dell’Arsenale è quasi compiuto: cosa vedremo di nuovo in questa edizione? E poi c’è la grande novità dell’utilizzo degli spazi di Forte Marghera: cosa dobbiamo attenderci da questa ‘incursione’ in terraferma?
“L’incursione in terraferma” non è frutto di un capriccio o di una piccola esibizione locale, ma la presa in carico di un’istituzione che promuove la conoscenza di un problema importante per il futuro del grande spazio di Porto Marghera. L’area è una fattispecie particolare del più grande problema del recupero di aree industriali, che vedrà la rappresentazione di quanto avvenuto in realtà analoghe in Europa dove i problemi sono stati in parte risolti, e per contro vedrà rappresentazioni delle varie problematiche dell’area veneziana, e anche di Bagnoli, il cui riutilizzo del waterfront è un problema nazionale. Vi si porranno le domande sul futuro possibile (sui futuri possibili) per Porto Marghera che potranno generare risposte diverse e originali.

Non solo Architettura. Danza (giugno), Teatro (luglio-agosto), Cinema (settembre) e Musica (ottobre): quali novità ci riserveranno in termini di linguaggi, di format, di strutture questi attesissimi Festival?
Questi Festival ci forniranno soprattutto una cosa, il continuo miglioramento di una formula che identifica nel festival il luogo dove si cercherà di esporre il meglio di quanto il mondo produce, e lo strumento per far conoscere al pubblico il lavoro che Biennale College promuoverà dei giovani artisti in contatto con i maestri.

Biennale College, il Carnevale dei ragazzi, la forte partecipazione delle università e ora il nuovo programma di inserimento di studenti stagisti nei vostri uffici: una scelta di responsabilità e di grande attenzione nei confronti delle nuove generazioni. Come funziona e in cosa consiste questa ‘affinità elettiva’ tra un’istituzione secolare come La Biennale e i molti giovani coinvolti nei diversi progetti.

Ho già detto che il nostro posto di lavoro sta nel traghetto che giovani generazioni di artisti devono prendere per attraversare le prime difficoltà della loro attività, per avere cimento e affinamenti di professionalità. La scuola, e in particolare le università, soprattutto negli ultimi anni hanno rilevato questo problema ma hanno risolto la loro iniziativa nel dare nomi accattivanti ai corsi di insegnamento, offrendo l’illusione che fossero corsi di apprendimento di una professione o di un’attività, o di un mestiere o di un lavoro. Molti giovani sono delusi e noi con loro, riscontrando troppo spesso come a quei titoli di studio non corrisponde (e forse non può corrispondere) una professionalità acquisita. Appare indispensabile l’azione di istituzioni che si frappongano tra scuola e attività e sappiano, in questo intervallo del percorso di vita dei giovani, offrire occasioni per misurarsi con la realtà, con l’esperienza diretta, con la necessità di tradurre un’aspirazione in realizzazione.
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Per concludere: ci racconta un episodio che l’ha particolarmente emozionata durante questi anni di presidenza?
La persona che ebbe la cortesia di darmi il premio Veneziano dell’Anno nel 2010 mi confessò il momento in cui ebbe l’idea. Mi disse che un giorno era su un vaporetto che prendeva quotidianamente, ed era circondato da giovani chiassosi, persino un po’ fastidiosi e, quasi protestando, chiese: «Chi siete? Dove andate?». E loro risposero che andavano a visitare la Biennale Architettura. Fu così sorpreso da questa risposta, e dal fatto che la folla del vaporetto non era solo di turisti, che pensò di propormi per un riconoscimento.
 
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