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Home arrow TEATRO arrow 10. BIENNALE DANZA | La danza della Città. L'ottimismo di Virgilio Sieni tra "spazio" e "corpo"
10. BIENNALE DANZA | La danza della Città. L'ottimismo di Virgilio Sieni tra "spazio" e "corpo"
di Chiara Sciascia e Fabio Marzari   
sieni_prova.jpgVirgilio Sieni, Direttore della Biennale Danza, coreografo e danzatore tra i protagonisti della scena contemporanea europea. Vincitore di numerosi premi importanti è stato nominato Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministro della cultura francese. Molte e qualificate sono le sue partecipazioni a progetti pubblici e privati, tra cui spicca Atlante del gesto, realizzato per la Fondazione Prada nel 2015. Il suo racconto vivo e appassionato del prossimo appuntamento veneziano, in programma dal 17 al 26 giugno, dal titolo: Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe è anche un punto sul lavoro fatto, sui numerosi protagonisti di questi anni, che hanno saputo suscitare interesse verso la danza contemporanea e sui molti progetti in corso. La passione, l’entusiasmo e l’amore per il suo mestiere, un mix di arte, tecnica, sperimentazione e curiosità verso i flussi del futuro prossimo sono una costante imprescindibile per Sieni.

 

Il Festival di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia festeggia la sua decima edizione. Com’è cambiata la danza contemporanea in questi due lustri e quali nuove spinte, attraverso la sua personale visione della Danza, crede di avere impresso al Festival nei suoi quattro anni di direzione?
La danza in questi dieci anni si è incanalata in un flusso ampio e diversificato, che si pone ora in un momento storico molto critico, in cui via via si prende consapevolezza di un corpo anche trasfigurato. Quindi la danza come arte antica e contemporanea allo stesso tempo ha un compito quasi di ‘passaggio’ da un’era all’altra: assistiamo alla chiusura di teatri e alla nascita, invece, di nuove situazioni, di nuovi contesti e altre aperture, perciò questi dieci anni possono essere definiti un momento di transizione fondamentale. Negli ultimi quattro anni ho cercato di dare alcune indicazioni, principalmente rivolte alla ragione del Festival, puntando a una maggior apertura per quanto riguarda il senso della durata, della pratica, per far sì che la danza corrispondesse anche a un’idea di partecipazione più che a una mera osservazione distaccata, coinvolgendo i coreografi e chiedendo loro di stare in residenza a Venezia per creare con allievi, danzatori o semplici amatori dei percorsi e esperienziali. Per me il senso principale è questo: fare esperienza, rendersi consapevoli che la città è in completa trasformazione e la danza, con la frequentazione dei luoghi, può dare in questo senso un contributo importantissimo. In questi anni sono state pregnanti l’idea della geografia, degli spazi che si mettono in relazione l’uno con l’altro, l’idea di coinvolgere giovanissimi danzatori – cosa che ha instaurato in Italia un bellissimo movimento –, l’idea di tornare a lavorare in una dimensione di ‘aperto’, non tanto perché ci si va ad esibire davanti a una bella facciata, quanto per perlustrare un concetto di urbanistica e di architettura in maniera profonda. Ecco, mi sembra siano questi i punti più salienti che abbiamo affrontato. E poi c’è da considerare Venezia come metafora dell’abitare; una città molto particolare, connotata felicemente dall’assenza di automobili, per cui rivendicare di abitare la città rimette in moto tante belle percezioni anche da parte del pubblico.

duetto_nero_foto_jacopo_jenna7.jpg«La colonna vertebrale del Festival – lei scrive – è rappresentata dalla presenza di coreografi che presenteranno la loro opera con la propria compagnia e parallelamente, attraverso residenze, lavoreranno alla preparazione di brani inediti all’interno dei percorsi di Biennale College». Nel suo Festival i maestri, gli allievi e il pubblico assumono un ruolo fondamentale nella creazione del tutto, avvicinandosi e mescolandosi. Quale gli ingredienti alchemici e imprescindibili di questa formula?

Per me oggi un festival deve assolutamente uscire da una dimensione di “kermesse”, almeno per quanto riguarda tutto quello che si rivolge alla danza e al corpo, perché la danza deve tornare a essere un territorio che si comprende e si desidera, non semplicemente una vetrina di spettacoli ‘esposti’. Per me il festival deve essere una grande opportunità per tornare a parlare degli argomenti fondanti dell’essere umano, del come abitare, quale postura assumere, come osservare, come toccare l’altro. Secondo me un festival può farsi luogo di incontro, di conoscenza, di consapevolezza anche attraverso uno smarginamento nei confronti di tutte le altre arti e discipline.
Ho voluto coinvolgere quegli artisti che sono oggi disposti, per vocazione, per stimolo, per desiderio, a mettersi in gioco in una dimensione del genere, perché l’artista a volte è anche quello che arriva, scappa, fugge e lascia terra bruciata intorno. Al contrario qui per me l’intento è di coinvolgere artisti e coreografi in un discorso comune legato alla trasmissione, che io considero oggi un elemento fondante di ogni azione culturale, anche per trovare una nuova qualità degli spazi, soprattutto nelle città turistiche, nel contesto dei beni culturali e in tutto quello che è spazio da recuperare. La frequentazione attraverso il corpo: non solo lo spettacolo in sé, ma proprio lo “stare dentro”. Trovare delle nuove forme di pratiche, inondare uno spazio con la pratica, per me oggi sono gesti determinanti.

Il dialogo tra generazioni sembra uno degli elementi fondamentali del suo progetto. La danza contemporanea quanto davvero riesce ad abbattere gli steccati (di genere, di tempo, di spazio)?

La danza in genere, ovviamente per quanto mi riguarda, riesce a metterci in comunione con le età dell’uomo, dai neonati al penultimo giorno. Questo significa che abbiamo nuovamente davanti una grandissima possibilità e opportunità di misurarci continuamente con le età dell’uomo attraverso il corpo e lo sguardo dell’altro, attraverso tutte quelle fragilità, debolezze e dinamiche che di volta in volta si rinnovano. Il giovane deve avere capacità di trasmissione, così come l’anziano deve possedere un altro tipo di qualità connotata anch’essa dall’idea della trasmissione, ognuno con le proprie possibilità per inventare, instaurare percorsi inediti e innovativi.

planes__julieta_cervantes_1_low.jpgDal 17 al 26 giugno Venezia ospiterà 25 danzatori e coreografi della scena contemporanea, autori di 32 titoli, di cui 9 presentati in prima mondiale e altrettanti in prima per l’Italia. Ci illustri il cartellone.

Illustrare un cartellone è sempre abbastanza riduttivo. L’idea, come dicevo, non è di realizzare una kermesse, bensì di costruire un percorso nel segno della frammentazione. Il mio punto di riferimento è sempre il corpo umano con tutte le sue centinaia di articolazioni, falangi e falangette. A grandi linee possiamo dire che mi è interessato molto chiamare alcuni artisti storici come Trisha Brown, Anne Teresa De Keersmaeker, proprio per il loro segno legato alla ricerca nel linguaggio della danza, nel senso olistico del termine. Ho convocato altri artisti che con il loro lavoro coreografico cercano nella danza un nuovo modo di decodificare la nostra presenza, di vedere il corpo e l’essere umano, come Emanuel Gat, Boris Charmatz, e anche Nacera Belaza, che ci porta un’esperienza trasversale tra culture diverse.
Tantissimi italiani, come sempre – in questi anni mi sembra di averne invitati una quarantina –, da Marina Giovannini a Annamaria Ajmone, che abbiamo già incontrato l’anno scorso, ai nuovissimi come Daniele Ninarello. Tutte esperienze che abbiamo ricercato durante l’anno, coinvolgendo artisti per disposizione e visione inclini a intraprendere un percorso sia con il College, sia condividendo alcune relazioni forti che stanno instaurando in questo momento con lo spazio e con la musica, in particolare con musicisti dal vivo. Quest’anno, oltre a Vita Nova con i giovanissimi, all’Agorà nei Campi, agli spettacoli e le residenze, c’è il progetto Archeology con Elisabetta Consonni, che rappresenta un’esperienza che volevo da molto tempo avere con me: un archeologo, un geografo, un diarista, un architetto e un coreografo che si mettano in cammino in un tratto della città per recuperarne le tracce non solo urbanistiche o architettoniche, ma anche poetiche degli abitanti. Dar luogo a equipe di lavoro con diverse funzioni è un nuovo percorso che sicuramente svilupperò negli anni.

443_suzitisi_suntelestes_vortex_temporum_main.jpgLei che da fiorentino è da sempre abituato a vivere e a respirare le città d’arte, come giudica Venezia attraverso questa quadriennale esperienza? Come l’ha vista cambiare in questi anni?
Sicuramente patisco un periodo storico importante che è quello dell’abbandono della città da parte del popolo. E lo patisco molto perché come viaggiatore desidero andare in un posto dove trovo una quotidianità, uno sbriciolamento di quello che è il gesto quotidiano, un vissuto molto umile, a volte, povero. Detto questo, per me Venezia è una ricchezza continua, uno splendore, una meraviglia, un dono che ci è dato per le opere d’arte che posso trovare a ogni angolo, ma soprattutto perché sono opere create per quei luoghi specifici e questo è talmente evidente! Basta osservare la dislocazione delle chiese, le opere che vi sono custodite, tutto quello che fa parte di una geografia completamente inedita, perché è come se ogni istante si aprissero delle città nelle città. Il godimento nel camminare nelle fondamenta vuote, di entrare nei campi notturni completamente deserti e poter ‘sentire’ ovviamente non può che rincuorare. Certo annoto questo spopolamento che mi preoccupa, perché la bellezza della città è anche il vissuto della gente, che la rende qualcosa di estremamente tattile, legato alla prossemica, al guardare in faccia le persone. Quindi a questo punto forse bisogna capire anche la funzione della presenza del turista, che a Venezia diventa un elemento fondamentale. Comunque in linea di massima in questi quattro anni non l’ho vista cambiata molto, sempre assai affollata, eccetto in alcuni periodi dove, ripeto, mi mette in contatto con qualcosa che è unico, artistico, spirituale: è un grande dono.
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Maguy Marin, Leone d’Oro alla carriera 2016, una delle figure fondamentali della danza contemporanea, presenta al Festival il poetico Duo d’Eden. Quali elementi caratterizzano la danza della coreografa francese?
Mentre il lavoro di Steve Paxton e Anne Teresa De Keersmaeker, i due Leoni precedenti, entra proprio nella notatura e nell’anima del linguaggio artistico, scovandone addirittura nuovi modi di muoversi, quello di Maguy Marin è più legato a uno spostamento dell’anima attraverso l’alchimia tra la macchina del teatro e il corpo, ciò che gli ruota intorno e quindi lo rende estremamente sensibile.

Un corpo che non è oggetto, che è sempre molto profondo. Se per De Keersmaeker e Paxton possiamo osservare quello che si snoda attraverso il tessuto coreografico, in questo caso invece il bello è notare quest’alchimia dove il colore, la luce, il soggetto, la macchina teatrale entrano nell’animo della coreografia, senza diventare drammaturgicamente teatro-danza.

 


Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe. Il titolo della 10. Biennale Danza sembra sottolineare l’incrocio tra danza e architettura. Il Festival poi ospiterà la presentazione del progetto europeo Ergonomica. Connecting dance and architecture in urban areas, dedicato alla relazione fra danza e architettura, intesa come “strumento di rigenerazione urbana”. Diversi linguaggi e spazi condivisi: quale sintesi e quale visione sapranno offrire al pubblico?

Il titolo l’ho pensato e trovato proprio per esprimere un’idea di dialogo con la Mostra Internazionale di Architettura. Questo progetto, Ergonomica, insieme a quello di Elisabetta Consonni e alcuni inviti a giovanissimi che lavorano prettamente con lo spazio effimero, sono stati ideati proprio per instaurare questo intrigante dialogo. Ergonomica pone in evidenza ciò che dicevo prima, ossia la creazione di equipe, di gruppi di lavoro, di nuclei di persone che hanno varie provenienze, principalmente coreografi e architetti, attraverso i quali si va ad esplorare lo spazio in una direzione direi trasversale, non solo attraverso una visione canonicamente urbanistica ed architettonica: il sociale qui entra nella trama, il luogo diventa anche il luogo del corpo. Non si tratta solo di trovare la sedia, il design giusto, l’architettura piacevole per abitare, ma di assaporare il racconto della città attraverso il racconto del corpo, le sue tracce, i gesti che lo definiscono. Sarà un’area del Festival da godersi perché andrà a proporre delle nuove tematiche in questa prospettiva.

Il pubblico in Italia oggi pare dimostrare interesse per la danza, perlomeno se ne sente parlare e se ne legge tutto l'anno. Gli spettacoli, in primis quelli ‘generalisti’ naturalmente, riscuotono grande successo. Ma dal suo osservatorio privilegiato, fatto di sperimentazione e di nuovi gruppi, vede dell’interesse nuovo verso il versante più contemporaneo di questo linguaggio artistico? Ci sono ancora grandi aree di non-conoscenza nell’universo danza?

_zoo_thomas_hauert_inaudible_2016_gregory_batardon_50a6723.jpgC’è moltissimo da fare e questo non può che rincuorarci perché ormai, per le esperienze che ho fatto sia con i professionisti che con altre tipologie di danzatori, posso affermare che il tema sociale del corpo e della sua profondità porta dietro di sé un grandissimo desiderio da parte di tutti. In Europa con i miei assistenti seguo molti gruppi, migliaia di persone, e l’interesse è fortissimo; questo significa che bisogna aprire ancora delle strade importanti legate appunto alla trasmissione. Per me è una cosa è chiarissima, ossia che i progetti, i festival, le scene che davvero funzionano sono quelli che lavorano verso questa direzione, ossia ponendo al centro del proprio lavoro l’urgenza della trasmissione. Oramai abbiamo osservato che i teatri che si predispongono a una continuità di pratiche connotate dall’incontro con gli artisti e da un’idea e da un utilizzo innovativi ed aperti degli spazi sono quelli che riscontrano una partecipazione più significativa di pubblico. È necessario andare verso una visione del luogo del teatro che si apre e quindi anche architettonicamente andranno ripensate tutte le varie strutture, dalle sale ai vari sistemi di spazi annessi. Il mio è un messaggio estremamente positivo perché vedo che le persone, professionisti e non, attraverso la frequentazione del gesto, acquisiscono un senso di rinnovamento, di rigenerazione, di bellezza. Mediante il corpo si approfondisce un mondo.

L’ottimismo è la mia ancora di salvezza e cerco di contagiare più persone possibili.
 

 

«10. Biennale Danza – Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe»

17-26 giugno 2016 Aresenale e vari luoghi a Venezia

www.labiennale.org