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Home arrow ARTE arrow [INTERVISTA] Ogni cosa č Architettura. L’elegantissimo mondo di Marcello Morandini
[INTERVISTA] Ogni cosa č Architettura. L’elegantissimo mondo di Marcello Morandini
di Mariachiara Marzari   
morandini.jpgLa Galleria Marignana Arte, la cui identità artistica è coerentemente espressa dalle mostre che ospita, presenta Architetture d’Arte di Marcello Morandini. Arte, architettura e design si fondono nei lavori in mostra che campeggiano in uno strano equilibrio ipnotico dalle pareti del bellissimo spazio della galleria. L’artista non necessita di presentazione, ma poter parlare con lui permette di penetrare la superficie raffinata del suo linguaggio e scoprire come il fuoco della ricerca e della scoperta sia sempre acceso e quanto l’universale si nutra sempre del particolare. Una mostra, una galleria, un modo libero di pensare e fare arte.

 

Qual’è stato il punto di partenza e il percorso della sua ricerca ora così ben definita?
Si tratta di una ricerca nata a Milano e portata avanti parallelamente a una collaborazione che avevo presso la Scuola d’Arte di Brera. All’epoca frequentavo un grafico di nome Fronzoni, molto bravo, da cui mi recavo la sera per realizzare i cosiddetti “definitivi” a china. Ancora non progettavo. Dopo meno di due anni mi sono reso conto di quanto questo mezzo espressivo potesse essere molto efficace anche per me, di quanto potesse essere importante un segno nero su una superficie bianca. Mesi dopo ho pensato di realizzarli tridimensionalmente, facendo entrare lo spazio nella mia ricerca, che tuttavia ancora non pensavo potesse propriamente riguardare l’arte.
A Brera avevo insegnato come fare arte senza immergermi appieno nell’universo artistico. Quando ho iniziato a realizzare opere in prima persona ho lasciato da parte le indicazioni che seguivo nel periodo d’insegnamento. La mia carriera di artista è iniziata nel ‘60 e quattro anni dopo mi è stata proposta la prima mostra da artisti milanesi che frequentavano lo studio di Fronzoni. Era il 1965, esposi otto miei lavori alle gallerie del Deposito a Genova. Lo spazio era molto semplice, un laboratorio internazionale in cui s’incontravano personalità del calibro di Fontana e D’Orazio. Io sono entrato per ultimo in questo club, ero il più giovane. Due anni dopo ho cominciato le mie mostre personali a Milano, Francoforte e Colonia, sono stato invitato alla Biennale di San Paolo in Brasile nel 1967 e alla Biennale di Venezia nel 1968 con una sala personale. In quell’occasione fui scortato dalla Polizia assieme a Gianni Colombo perché i contestatori volevano che chiudessimo le nostre sale, cosa che non abbiamo fatto. Dopo quel ‘68 le mie opere vennero richieste soprattutto all’estero, in particolare in Germania. Per i tedeschi diventai un apolide; ho rappresentato l’Italia per l’ultima volta nel 1969 a Bruxelles nell’ambito di Europalia, un’esposizione bellissima. Dal ‘72 la mia collaborazione con la Germania si è intensificata: ricordo la mostra al Kestnergesellschaft di Hannover; la collaborazione con il gallerista di Basilea, Carl Laszlo; l’invito a Documenta 6 a Kassel nel 1977; la prima delle tre grandi mostre personali al Wilhelm-Hack-Museum di Ludwigshafen nel 1979 (le successive furono nel 1994 e nel 2005).

scultura_563_2010_plexiglas_foto_2_fileminimizer.jpgÈ rimasto ad abitare in Italia o si è trasferito in Germania?
Saltuariamente per una decina d’anni ho abitato anche in Germania, pur avendo una galleria a Milano. Non sono più stato invitato alla Biennale di Venezia dal ‘68 e la situazione per me in Italia si è come involuta; sono rientrato effettivamente solo nel 2000, dopo la nascita di mia figlia, la mia opera d’arte più bella.
La mia fortuna in Germania è coincisa con il mio interesse verso il design e soprattutto nella collaborazione con le porcellane Rosenthal, all’epoca non una “semplice ditta”, ma un ente interessato a collaborazioni con personalità del mondo della cultura e dell’arte. Sculture e servizi per la tavola sono stati lavori significativi, anche se più di ogni cosa penso alle facciate delle fabbriche che lo stesso Philip Rosenthal mi commissionò e che mi hanno fatto vincere il Premio della Repubblica Federale Tedesca.

Una ricerca che fin dall’inizio ha seguito un percorso fatto di coerenza...
Fin dall’inizio ho amato la geometria, sentivo di capirne l’alfabeto espressivo e di condividerne le linee stilistiche. E soprattutto non ho mai abbandonato la convinzione che la forma potesse essere descritta anche senza la spettacolarità o la bellezza del colore.
Il colore è ovviamente importantissimo, ma è un’altra cosa. È vita. Se io facessi a colori i lavori che realizzo, potrebbero essere magari più affascinanti, ma non andrei ad aggiungere niente alla forma, anzi, di certo distoglierebbero lo sguardo dell’osservatore dalla lettura corretta dell’opera. Il colore non l’ho mai usato in arte; piuttosto nel design, diverse volte.
Quando Rosenthal mi ha chiesto di realizzare la facciata di una fabbrica, in occasione del venticinquesimo anniversario della fabbrica stessa, mi sono preoccupato di conoscere la storia dell’azienda. Ho lavorato sulla continuazione delle linee oblique delle falde e sulla trama che si andava a creare in questo modo. Per rendere tridimensionale il tutto ho scelto il colore nero per i vuoti, il bianco per la luce, il blu per il cielo e il verde per i prati. Non ho inventato colori per renderla più bella, ma ho lavorato sull’habitat, su ciò che veniva offerto dalla natura.

m._morandini_pannello_532_a_2008_disegno_su_legno_laccato_cm_180_x_55_x_3_es._unico.jpgCome si configura la ‘netta’ distinzione tra arte, architettura e design?
Ho sempre seguito una logica operativa all’insegna della naturalezza e della normalità. Non mi sono mai sforzato di fare una cosa, mi sono sempre interessato alle forme che uso ogni giorno. Quello che mi ha spinto a fare ciò che ho fatto è stata la curiosità di vedere queste forme sotto un altro aspetto. Questo ha riguardato sia l’aspetto artistico che architettonico del mio lavoro, attraverso il desiderio di abitare quelle stesse forme e osservarle nell’utilizzo quotidiano, come può essere appunto il loro uso nel design. Non sono architetto per non aver potuto portare avanti quegli studi, ma ho sempre lavorato in quella direzione anche in contesti esteri, come Singapore, Giappone e Germania. Probabilmente ora farei cose diverse, ma rivendico il lavoro fatto come autentico e genuino per lo spirito da cui mi sentivo pervaso in quegli anni. Pensavo di andare a Singapore e fare lo spavaldo con le mie forme. Invece lì mi sono reso conto di come sia necessario imparare ogni giorno dalla cultura del luogo in cui si vive e lavora.

Per quanto riguarda l’architettura, viaggiando mi sono pian piano reso conto di come ogni cosa potesse essere Architettura. Ciò mi ha sempre affascinato e mi ha fatto capire quanto potesse essere magnifico vedere i propri desideri trasformati in architettura e vissuti da altre persone. Non mi è dato di progettare concretamente, ma mi è dato di poter indicare anche a me stesso quanto le cose possano vivere attraverso le proprie forme ed essere abitate al meglio.

Quali i motivi che portano alla scelta delle diverse tecniche utilizzate?
Oltre ad utilizzare carta e china, veri elementi principe del mio lavoro, è stata la tridimensionalità a interessarmi maggiormente nel corso della mia indagine espressiva. Per questo motivo ho utilizzato il cartoncino, anche se successivamente mi sono reso conto di come questo metodo non fosse molto facile da applicare, visto che ovviamente volevo fare anche esposizioni e non tenere i lavori esclusivamente per me. 
Mi occupo dei progetti e dei disegni esecutivi quando mi rendo conto di come uno stesso progetto possa trasformarsi in scultura, interagendo con artigiani con cui lavoro da anni e i cui consigli ascolto volentieri proprio per la natura del rapporto che ci lega.
Adoro il legno, che considero un materiale vivo e bellissimo, ma per alcuni lavori più complessi ho utilizzato anche il plexiglass, materiale che non invecchia e non si modifica. A mio avviso questa scelta non toglie nulla alla bontà del progetto, che viene rispettato al massimo e vede il proprio valore legato non al materiale, ma all’esecuzione e alla resa di un’idea.

m._morandini_struttura_582_2012_plexilass_diam._60_x_8_cm_edizin_6_es.jpgCome si definirebbe: designer, architetto o artista?
Sono definizioni che considero allo stesso tempo eccessive e manchevoli di qualcosa, come spesso capita a tutte le definizioni. Personalmente mi sento forse maggiormente artista, anche perché in questo modo mi pare di ‘non infastidire nessuno’. Quando mi chiamano architetto, mi sento un po’ a disagio, semplicemente perché non lo sono. Per certi aspetti vivo in una triplice dimensione che sembra quasi richiamare la tridimensionalità delle mie opere…

Pur non avendo aderito a gruppi o correnti, esiste una personalità o una scuola da cui ha tratto particolare ispirazione?
Non riuscirei a individuare una personalità, quanto piuttosto una cultura a cui ispirarsi, a cui potersi riferire. Il Textile è stato per me fonte di grande ispirazione, come il Futurismo italiano, il Costruttivismo russo e il Bauhaus. Ogni volta che vedo lavori che mi sono vicini mi interessa molto capirli e rispettarli. Girando per musei è possibile imbattersi in molte opere davvero interessanti, spesso non firmate da grandi nomi del panorama artistico, ma da personalità che meriterebbero davvero maggiore attenzione.
Il lavoro di insegnante mi ha permesso di imparare; ancora oggi porto avanti i miei lavori proprio per imparare le cose che la forma comunica ogni giorno in maniera diversa. Questa voglia, questo atteggiamento, mi induce a continuare la mia ricerca con grande passione, a prescindere dal mio nome e dalla mia posizione.

m._morandini_scultura_487_b_2005_plexiglass_50_x_50_x_18_cm_ed._in_5_esemplari.jpgLe sue opere sono difficilmente catalogabili da un punto di vista cronologico. Cosa rappresenta per lei il ‘tempo’?
Sotto certi punti di vista nemmeno io riesco a riscontrare il passaggio degli anni nel mio lavoro; mi è capitato di vedere opere del ‘71 di fortissima attualità.
Da quando sono nato sto vivendo il mio tempo, che sono contento di vivere secondo le regole e le conoscenze che lo hanno caratterizzato nel proprio scorrere. Ho trovato i mezzi per vivere un tempo che fosse mio, anche attraverso il mio lavoro, attività che di sicuro ha forgiato il mio carattere. Penso di utilizzare questo tempo in armonia con quanto conosco, e credo di aver raggiunto un equilibrio, ovviamente non totale, tra lo scorrere del tempo e le attività che mi sono più congeniali. Quando uno ha la possibilità di gestire al meglio il proprio tempo e quello passato con altri, si realizza uno sviluppo armonico che per fortuna in vita mia sento di aver incontrato spesso.
Viviamo su questo piccolo globo, in equilibrio e senza mai cadere nel vuoto. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono piccole aree tematiche da gestire, cosa che la geometria può aiutarci a fare. Studiando le forme e apprezzandone gli infiniti contenuti, queste non moriranno mai.

In quali progetti è impegnato al momento?
Sto pensando a un ponte sul Canal Grande; ovviamente mi limito all’ambito progettuale, consapevole di non poter avere pretese di concreta realizzabilità. Ci avevo già pensato qualche anno fa in occasione di una mia mostra a Ca’ Pesaro (2008); ora credo che i tempi siano maturi per dare realtà progettuale alle idee che mi erano venute in mente allora e che in questi anni ho potuto approfondire.
Oltre a questo, sto portano avanti il progetto del mio museo a Varese, tre piani di cui uno interamente dedicato all’arte del territorio. Il museo sarà finanziato da due collezionisti americani, che generosamente hanno deciso di sovvenzionare questo mio progetto.
Per quanto riguarda il fronte espositivo, ho in programma 7/8 mostre in gallerie private, la più importante di tutte proprio a Venezia, ora, alla Galleria Marignana che ci ospita, perché in fondo... Venezia merita sempre la supremazia!

«Marcello Morandini. Architetture d’Arte»
Fino 10 settembre 2016 Marignana Arte, Dorsoduro 141-Venezia
www.marignanaarte.it

 

 
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