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Frontismi all’Arsenale. Alle Corderie lo sguardo attraversa le frontiere del reale
di Michele Cerruti But   
15.mostra-internazionale-di-architettura-biennale-2016-reporting-from-the-front-arsenale-fotocredit-irene-fanizza-00.jpgAlejandro Aravena ha uno sguardo coraggioso, perché anziché muoversi come un vecchio saggio nei conservatorismi dei campi già arati della teoria dell’Architettura, o avventurarsi quale profeta avanguardista in avventate prefigurazioni del futuro, preferisce, da uomo saldamente ancorato a una contemporaneità dinamica, stare sul “fronte”, nel mezzo, e inaugurare una Biennale che non ci si aspettava. Inattesa perché non si trova niente di nuovo. Ma anche perché non si trova nemmeno alcunché di vecchio. E, se s’incontra, ha un altro significato.

 

Descritta come una Biennale della speranza, che apre le porte di servizio per una professione che sembrava scomparire e che ritrova energia proprio in luoghi impossibili. Come una Biennale impegnata socialmente, che rivendica la responsabilità dell’Architettura nei confronti della società e dell’uomo, trasferendo le retoriche inattuabili degli anni '60 e ‘70 in realismi comunitari e periferie impegnate. Come una Biennale che ha demolito lo star-system, non tanto perché ne denunci limiti o ipocrisie ma perché ne dichiara l’assoluta distanza dalla realtà. Si è detto, ancora, che questa sia una Biennale "tecnica", per via dell’uso sovrabbondante di categorie quasi specialistiche come riuso, tecnologia, habitat che rivelano una specifica filiazione disciplinare ma che sono anche, ormai, largamente divulgate.

Intenzionalmente o meno, tutti fanno i conti con il frontismo di Aravena, dalla carena blu della Serbia, parabola energetica dello svacco professionale che lascia fuori casa tonnellate di curricula inservibili, all’apoteosi del FAR game coreano che s’inventa le potenzialità spaziali del drammatico indice della densità, fino all’artigianalità del fare bene e fare con poco (ma con bravura) belga, passando per i luoghi a metà dell’En giapponese, i processi di partecipazione greci, i dispositivi italiani, gli spazi pubblici danesi, le case del tempo del Real Estate inglesi, le miniere canadesi, le nuove ricchezze francesi, gli attivatori ungheresi, et cetera. Perché, se c’è una cosa che Aravena è riuscito a fare in modo tanto encomiabile quanto inaspettato, è spingere a tornare a parlare di architettura, passando per l’unica via possibile: le pragmaticissime frontiere del reale.

gabinete-de-arquitectura-venice-architecture-biennale-2016-inexhibit-01.jpgCosì, fuori da ogni neorealismo concettuale, mentre il frontismo cavalca la realtà nelle sue sottilissime fratture che s’impongono fluttuanti senza lasciare scampo, fa emergere tendenze concilianti e sovrapposte. DIY, anzitutto. L’arte di fare architettura senza soldi né investitori, come fa il Gabinete de Arquitectura o Assemble, usando quel che si ha, siano i resti della scorsa Biennale, i rifiuti urbani per arredare casa, le bottiglie o la terra. La POESIA, quasi sempre femminile, come nella storia di Grasso Cannizzo o negli spazi immateriali di Ines Lobo. Ma anche nei virilissimi e apocalittici Marte.Marte Architects o nell’irriducibile Snozzi, seduto per giorni come Socrate ad attendere intimi dialoghi con i visitatori. La RICERCA, quella all’apparenza più semplice fatta dal giovane Bernaskoni in un Guggenheim blu, dove lo spazio pubblico è quasi un giocattolo, dal garbage trash di Hugon Kowalski, dalla sorprendente semplicità dei materiali di Tyin Tegnestue. Ma anche quella visibilmente poderosa della straordinaria Anupama Kundoo, dei cervellotici Bow-Wow o degli hutong di ZAO. I SOGNI, dimensione tangenziale delle scuole galleggianti dal Leone d’argento di Nlè o dei pozzi che rigenerano le città.

 

I DISPOSITIVI, che passando per Foucault e Deleuze lasciano rileggere così i cuscini di Assemble, il magnete rosso à la Cedric Price di C+S Architects o la luce sulla scala di Transsolar che sembra di stare a teatro con Carmelo Bene. Gli SPAZI PICCOLI, come epitaffio degli ariosi salotti moderni: si fa quel che si può, dagli hutong alle casette. Manca un po’ di riflessione sulla nostra povera e brutta edilizia europea, di cui quasi nessuno parla tranne il sistematico ripensamento della Maison Domino di un mastodontico plastico urbano blu (BeL) e alcuni progetti di rigenerazione. Gli OMAGGI, infine, perché l’architettura non può che essere anche e sempre omaggio e copia. Da Zumthor a Tadao Ando, da Piano a Richard Rogers. Piccoli frammenti di un fare architettonico che racconta il già pensato e che sembra attardarsi su fronti speculativi un poco formali.


transsolar-arsenale.jpgAbbiamo inaugurato una Biennale che non è affatto lo specchio dell’avanguardia, ma nemmeno la celebrazione fatua dell’Architettura come presenza sempre assente. A dire il vero, all’Arsenale abbiamo finalmente davanti agli occhi la consacrazione di un meraviglioso -ismo della contemporaneità. Forse ne abbiamo bisogno. E a cinquecento anni dalla pubblicazione dell’Utopia di Tommaso Moro, ormai incapaci di immaginare società perfette per luoghi che non esistono, se il frontismo è cavalcare le frontiere del reale senza farle diventare trend, forse abbiamo ancora qualcosa da dire.

 

di Michele Cerruti But

Dottorando in Urbanistica presso Università IUAV e assistente alla ricerca presso il Politecnico di Torino


«15. Biennale Architettura di Venezia»

fino 27 novembre Arsenale e Giardini della Biennale, Castello

www.labiennale.org

 

 
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