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Home arrow ARTE arrow Storie di Ordinaria Architettura ai Giardini. I contributi Nazionali a Biennale 2016
Storie di Ordinaria Architettura ai Giardini. I contributi Nazionali a Biennale 2016
di Redazioneweb   
metalocus_bienal-venecia-2016_alemania_05_1080.jpgQuel che appare evidente ai visitatori di questa Biennale è la forte attinenza dei singoli contributi al tema generale. Ciò dicasi anche per le Partecipazioni nazionali, da sempre più libere nell’interpretazione della traccia assegnata. Visitare i Padiglioni ai Giardini è come percorrere una ‘linea del tempo’ che disegna modi possibili di convivenza sociale: dall’accoglienza dei migranti ai progetti di rigenerazione urbana in aree marginali, agli interventi a piccola scala, costi ridotti e grande contenuto di innovazione creativa.

 

In un momento di assenza di direzione, innanzitutto politica, nei confronti dell’arrivo di persone richiedenti asilo, tema centrale per l’Europa, che pone sfide e stimoli enormi, alcuni contributi Nazionali affrontano la questione chiedendosi quale ruolo l’architettura possa assumere nell’offrire un contributo. È il caso del curatore del Padiglione austriaco, o di quello tedesco Making Heimat. Germany, Arrival Country che, avvalendosi della collaborazione di Doug Saunders, autore del libro Arrival City, sceglie di raccontare attraverso i progetti la risposta – in termini di integrazione – agli imponenti movimenti migratori verso il Paese (dal 2015 oltre un milione di persone). “Heimat” è una parola che non trova corrispettivo nella lingua italiana. È il luogo in cui “ci si sente” a casa, che la Germania ha voluto rappresentare con un gesto dal forte carattere simbolico: come le frontiere, anche il Padiglione è stato aperto in quattro varchi, verso la laguna, il Mediterraneo, Mare nostrum.

 

finland-stamp.jpgLa Finlandia affronta il tema dell’accoglienza dei profughi, il cui numero è cresciuto dieci volte nel 2015 mettendo a dura prova un Paese pur generoso di spazi, attraverso i progetti vincitori del concorso From Border to Home, promosso dal Museo dell’architettura finlandese in collaborazione con l’Associazione degli architetti SAFA.
Con uno sguardo che percorre Nord e Sud del Mondo, il Padiglione olandese, con la rassegna BLUE: Architecture of UN Peacekeeping Missions curata da Malkit Shoshan, affronta il tema del rapporto, mediato dagli spazi, tra missioni di pace e comunità che vivono aree di conflitto: le prime, chiuse in compound fortificati; le seconde, in condizioni di povertà e privazione. A Gao, in Mali, i tuareg – gli uomini blu – incontrano i caschi (blu) delle Nazioni Unite. “Blue” è dunque la metafora del conflitto, della contrapposizione tra civili e militari, comunità locali ed espatriati, insediamento e deserto – ma anche, qui, un tentativo di negoziazione e costruzione di uno spazio condiviso, dove il progetto può essere catalizzatore di un nuovo sviluppo –.


La questione della conflittualità sociale è centrale nel Padiglione del Venezuela, Forze urbane, dove i progetti selezionati mettono in evidenza processi partecipativi e movimenti ‘dal basso’ capaci di accompagnare dinamiche e trasformazioni di tipo spontaneo.

 

Juntos (insieme) è il tema scelto dal Brasile, attento a evidenziare traiettorie e processi, più che progetti veri e propri, e sottolineare la forza che deriva da approcci inclusivi. Sono spazi recenti, questi, per gli architetti, come dimostra Æctivators, presenza ungherese alla Biennale: processi di rigenerazione attuabili con risorse economiche quasi nulle e senza una committenza data, ma con un grande potenziale se sanno coinvolgere portatori di interesse locale.


La crisi contemporanea – urbana, di negazione dei diritti, di lavoro, produttiva, etc. – e le sue sfide sono denominatori comuni di molti contributi, dove i più dimostrano ottimismo: la Grecia invita all’unione delle forze in Challenging architecture on site of crisis; il Giappone alla riscoperta del nesso tra luoghi, persone e cose, come opportunità di un nuovo cambiamento sociale attraverso l’architettura; la Polonia a riconoscere il lavoro dell’uomo, l’opera del costruttore, la dimensione del cantiere; gli Stati Uniti, partendo da Detroit, sogno americano decaduto, suggeriscono modi possibili di ripensare al futuro nel XXI secolo.


15-biennale-di-architettura-padiglione-spagna-3.jpgIl tema del progetto (e della dimensione creativa) in condizioni dinamiche e in regime di scarsità di risorse – naturali, economiche, di spazio, di tempo, di materiali, di normative adeguate – è presente in più partecipazioni nazionali, come il Belgio, la Spagna (Leone d’Oro) o l’Uruguay. In The FAR Game: constraints sparking creativity, della Corea del Sud, la sfida è agli standard edilizi, a favore di un’occupazione di spazio spinta al massimo delle sue potenzialità. L’approccio dinamico all’abitare si esprime alla scala dell’edificio nel contributo della Gran Bretagna: nuovi dispositivi permettono di adattarsi a un cambiamento che è proprio della vita di ogni giorno, oltre che del nostro tempo.


In Reframing Back/Imperative Confrontations, a cura del Ministero della cultura egiziano, sono in scena storie di successo che, attraverso l’architettura, hanno creato i presupposti di cambiamento nel Paese, grazie a uno sforzo collettivo di progettisti locali e di organizzazioni internazionali.
La Francia, infine, propone possibili approcci e interventi – a piccola scala, partecipati, dal basso – ai problemi delle comunità locali. Lancia così un messaggio forte a questa Biennale: il vero “fronte” è l’ordinario.

di Francesca De Filippi
Professore Aggregato DAD – Dipartimento Architettura e Design, Politecnico di Torino


«Reporting From the Front | 15. Biennale Architettura»
Fino 27 novembre Giardini, Arsenale

www.labiennale.org

 

 
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