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Home arrow CINEMA arrow [73.MOSTRA] Un'ottima annata | Incontro con Alberto Barbera
[73.MOSTRA] Un'ottima annata | Incontro con Alberto Barbera
di Massimo Bran, Mariachiara Marzari   

img_1544.jpgUn'edizione con non rituali novità questa Mostra del Cinema 2016. Alberto Barbera, al suo quinto anno consecutivo di direzione e pronto per il suo secondo, quadriennale mandato senza soluzione di continuità, ci introduce nel cuore di questo festival che davvero potrebbe sorprendere su vari fronti quest'anno. Di sicuro avremo un ‘buco’ in meno, un mercato in più, decisamente in linea con le possibilità e l'identità di questo festival, un'idea progettuale complessiva in progress per ridare vivibilità, accoglienza, appartenenza maggiore a questa straordinaria, ma alquanto stanca, casa del cinema planetario. Il riposo è finito, rimettiamoci in marcia.

 

Alla fine di un mandato e alla vigilia del secondo, consecutivo, incarico quadriennale ci pare inevitabile partire da un bilancio che coinvolga tutto l’asse temporale del suo impegno curatoriale. Quale Mostra ha trovato Alberto Barbera al proprio ritorno, cinque anni fa, che Mostra ci consegna oggi, quale Mostra spera di lasciare tra quattro anni?

Al mio arrivo nel 2011 ho trovato una Mostra in ottime condizioni, con alcuni problemi che abbiamo cercato di risolvere. La prima criticità riguardava il rapporto tra Venezia e i buyers, con gli operatori commerciali che spesso preferivano andare direttamente a Toronto, dove trovavano le condizioni ideali per vendere i propri film, tra i quali pellicole che passavano comunque prima alla Mostra del Cinema, dove però i distributori si accontentavano di fare semplice promozione attraverso la stampa. A Venezia la presenza è sempre stata forte ma riguardava soprattutto attori, registi e sceneggiatori, personalità non per forza legate alla promozione commerciale del prodotto finito.

 

Un Festival, tuttavia, non può vivere privandosi della propria dimensione industriale. Il nostro primo obbiettivo è stato, quindi, invertire un trend che altrimenti avrebbe influito negativamente sugli anni a venire, compromettendo il futuro della manifestazione. Sotto questo aspetto siamo riusciti ad ottenere risultati anche migliori di quelli che ci aspettavamo, con operatori del settore che adesso considerano Venezia un’occasione importante per poter commercializzare i propri prodotti, grazie a spazi concepiti appositamente per questo scopo.

Altro obbiettivo è stato rendere la Mostra del Cinema competitiva nei confronti di rassegne commercialmente aggressive come Telluride e Toronto, festival che si sovrapponevano in parte o totalmente alle date veneziane e con cui il confronto presentava rapporti di forza in alcuni casi schiaccianti a nostro sfavore, in particolare con la rassegna canadese. Film asiatici, europei e sudamericani sono sempre venuti al Lido, mentre le pellicole statunitensi consideravano molto spesso più conveniente andare direttamente a Toronto, sia dal punto di vista economico che mediatico. Anche in questo caso ci sono voluti anni, ma i risultati si sono poi visti, al punto che quest’anno si corre il rischio di essere accusati di avere addirittura troppi film americani In Concorso e Fuori Concorso! In questa nostra attività di ricerca di opere americane negli ultimi anni siamo stati anche fortunati, visto che molti dei “nostri” film hanno poi vinto l’Oscar a febbraio, vera ossessione per gli americani e ovviamente autentica consacrazione del lavoro portato avanti durante tutto l’anno per autori, produttori, distributori. Quest’anno per la prima volta dopo tanto tempo ci sono stati offerti direttamente molti film, prima ancora che noi bussassimo alle varie porte a stelle e strisce. Poi naturalmente ci si viene incontro, valutando quali sono i film in uscita in autunno e mediando tra quello che ci viene offerto e quelle che sono le nostre richieste specifiche. Dopo averli ovviamente visti, prendo le decisioni e mi permetto di dare consigli alle case di produzione circa una loro presenza o meno a Venezia. Un ulteriore spunto di riflessione mi è arrivato dalla consapevolezza che molti Festival stessero andando oltre la dimensione di pura e semplice vetrina, per quanto ricca, prestigiosa e autorevole. Biennale College è un’iniziativa studiata per rispondere a questa esigenza di ampliamento della propria prospettiva: anche in questo caso i risultati sono andati oltre ogni più rosea aspettativa, se possibile amplificati dalla forte dose di rischio che un’iniziativa del genere 27850-dark_night_2.jpgpresentava. Finanziare la realizzazione di un film che nell’arco di 12 mesi deve partire da zero e arrivare al prodotto finito non è assolutamente cosa da poco... I risultati sono stati straordinari, con pellicole come The Fits di Anna Rose Holmer, che ha partecipato al progetto nel 2014-2015, che l’anno scorso è stata addirittura inserita nella lista dei dieci migliori film indipendenti americani dell’ultima stagione cinematografica. La credibilità e il prestigio di Biennale College sono ormai riconosciuti in tutto il mondo e ogni anno la selezione diventa più dura, data la quantità di applications che riceviamo. In questi anni aver prodotto 13 film ci riempie di orgoglio: aver fatto esordire 16 diversi registi è una cosa davvero straordinaria! Nella sezione Orizzonti quest’anno presentiamo Dark Night di Tim Sutton, Fuori Concorso al Sundance e terzo film di un ragazzo che è professionalmente nato con noi, partecipando a Biennale College 2012-2013 con Memphis. Ovviamente l’atteggiamento deve essere sempre quello di volersi continuamente migliorare: questo è lo spirito che vorrei la Biennale conservasse e che sono certo continuerà a far proprio, istituzione secolare che non ha mai fatto dell’autocompiacimento uno dei tratti distintivi della propria attività di promozione culturale. Di questi cinque anni rimane poi la soddisfazione per tutti i miglioramenti logistici che sono stati portati a termine. Sono state rinnovate praticamente tutte le sale, subito dopo la fine della Mostra di quest’anno si darà avvio alla ristrutturazione complessiva del Palazzo del Casinò, per fare in modo che la Cittadella del Cinema auspicata dal Presidente Baratta diventi realtà compiuta nel giro di due anni. Spesso si sottovaluta l’importanza del processo che ha portato la Biennale a riqualificare la propria storia attraverso le strutture migliorate o create ex novo, un processo che ha avvicinato la Fondazione ai cittadini evitando che potesse essere vista come corpo estraneo calato dall’alto e confermandola invece come promotrice di cultura attraverso iniziative, e soprattutto investimenti, fonte di orgoglio autentico per i veneziani. Quest’anno abbiamo ragionato sugli anni passati e sull’efficacia dei progetti che abbiamo portato avanti, compiendo un ulteriore salto attraverso una nuova formula pensata per il mercato con il Venice Production Bridge, operazione radicale che ovviamente va ben oltre il cambio di nome dell’iniziativa. Abbiamo confermato i servizi principali come Digital Video Library e Business Club e potenziato il Venice European Gap-Financing Market, piattaforma studiata per sostenere i produttori europei assicurando la completa copertura economica di progetti che abbiano già raggiunto almeno il 70% del finanziamento in essere, attraverso incontri one-to-one con potenziali e qualificati professionisti internazionali. Si tratta di un progetto davvero apprezzato dagli addetti ai lavori, che si sono affidati alla garanzia della nostra reputazione per potersi impegnare in progetti definiti e dal tasso qualitativo molto elevato. Lo stesso Amir Naderi, a cui quest’anno va il Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker, ha potuto attraverso questo strumento ottenere le garanzie finanziarie per Mountain, sua pellicola del 2015. Sulla base di questa esperienza abbiamo deciso di trasformare l’intero mercato in una versione allargata del Venice European Gap-Financing Market: abbiamo messo assieme un team di esperti internazionali e tra 300 progetti di film ne abbiamo selezionati 40 che proporremo a professionisti del settore durante il Venice Production Bridge, aprendo questa selezione non solo ai lungometraggi tradizionali,ma anche ai documentari e alle serie televisive, oltre che alle web series. Questo progetto è l’esempio di come si possa riflettere su ciò che si è fatto in passato, sforzandosi di capire cosa abbia funzionato più o meno bene per offrire ai fruitori della Mostra qualcosa di nuovo. Altra grande novità è ovviamente la chiusura del buco e la sezione Cinema nel Giardino, evento che “mette una pietra sopra” le polemiche di questi ultimi anni in maniera più che mai concreta e che, cosa più importante, ci permette di disporre di una sala in più, da 450 posti circa, con proiezioni gratuite o a prezzi più che popolari (biglietti a 3 € ndr) durante tutto l’arco della giornata. Sala che assieme al Presidente Baratta abbiamo deciso di dedicare al pubblico ‘generico’, non necessariamente composto da accreditati. Si tratta di un’evoluzione dell’esperimento che tanto successo ha riscosso l’anno scorso, quando di fianco al Palazzo del Casinò un folto pubblico ha partecipato ad incontri con autori quali Giuliano Montaldo, Giuseppe Tornatore, Pif, Arturo Brachetti... Questo nuovo spazio ci ha permesso di rispondere alle critiche, in parte plausibili, di chi vede nel Festival un luogo in cui a trionfare è il cinema elitario, d’autore, a volte troppo 29146-the_secret_life_of_pets.jpgautoreferenziale. Con Cinema nel Giardino avremo infatti la possibilità di portare al Festival un cinema per certi aspetti ‘medio’, esattamente quello di cui oggi si sente più la mancanza, ossia di lavori non necessariamete iper-autoriali e nemmeno solo commerciali, quel cinema, per intenderci, di cui noi italiani siamo stati nel tempo maestri assoluti, a partire dalle commedie. Allo stesso tempo in questo nuovo spazio saremo capaci di offrire al pubblico meno canonicamente cinefilo un maestro come Kim Ki-duk ma anche un film d’animazione come The Secret Life of Pets (3D), l’ultima opera di James Franco ma anche il nuovo film di Gabriele Muccino; offerte difformi che il pubblico avrà piacere di apprezzare cambiando magari opinione su autori che fino a poco prima si consideravano troppo impegnativi, o comunque non adatti ai propri gusti. Questa convivenza tra generi può riflettersi anche nelle altre sezioni, cosa che negli anni passati era risultato forse meno facile costruire. Negli anni ’80 sono stati abbattuti gli steccati tra ‘cinema alto’ e ‘cinema basso’, tra ‘cinema di genere’ e ‘cinema d’autore’. Ora è arrivato il momento di abbattere tutte le altre barriere che ancora resistono.

 

La Mostra e il cinema italiano, un rapporto mai facile in un Paese in cui fare sistema pare essere in tutti i settori più di una chimera. Qual è lo stato di salute della vostra relazione?

Il rapporto con il cinema italiano rappresenta una sorta di spina del fianco, pur con tante scusanti da dover prendere in considerazione. Il fatto è che il mercato italiano è tra quelli in maggiori difficoltà, subisce un’emorragia di spettatori preoccupante, sembra privo di idee e strategie, con un pericoloso scollamento fra produzione, distribuzione ed esercizio. In questo contesto, che si spera la nuova Legge sul Cinema possa cambiare al meglio, sono la paura e la prudenza a farla da padrone, con effetti che si riflettono ovviamente nell’ambito degli investimenti e dell’innovazione, difficili da perseguire. Film francesi, tedeschi o spagnoli fanno carte false per andare rispettivamente a Cannes, Berlino o San Sebastián, cosa che non sempre si verifica da noi. A volte, sembra quasi di assistere ad una paradossale corsa al ‘non esserci’, espressione di una certa pigrizia o di un timore comprensibile ma sbagliato, che si spinge sino al punto di non voler agevolare la partecipazione al Festival di film stranieri già acquistati da distributori italiani. A questo proposito, mi hanno amareggiato alcuni rifiuti ricevuti da film italiani ad essere compresi nella programmazione di Cinema nel Giardino, con produzioni che hanno declinato l’invito perché preoccupate di venire relegate in una sorta di dependance non adeguata alla propria dimensione…

 

Entriamo nel Festival 2016. Come è stata costruita questa selezione?

Quest’anno l’offerta è stata davvero ricca e abbiamo anche dovuto rinunciare a qualcosa, purtroppo ma necessariamente. Non abbiamo criteri rigidi se non quello della qualità. Abbiamo scelto i film che ci sembravano qualitativamente migliori, sperando che le nostre scelte possano rivelarsi azzeccate e cercando di equilibrare la selezione anche dal punto di vista geografico. Quest’anno il contesto può risultare sbilanciato verso gli Stati Uniti, come negli anni passati lo è stato magari verso la Francia o la Gran Bretagna. Il Concorso è forse la sezione più ricca, con grandi film capaci di mettere assieme la dimensione autoriale e la capacità di dialogo con il grande pubblico. Tornano grandi autori come Wenders e Kusturica, c’è il cinema più radicale di Lav Diaz, c’è un’opera prima cilena, El Cristo ciego di Christopher Murray, che ci ha molto impressionato, un esordio secondo me destinato a lasciare il segno. Ci sono poi delle scommesse, come Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, documentario di grande forza concettuale che non assomiglia a niente di quello che viene fatto con il genere documentario oggi in Italia. C’è poi la commedia leggera Piuma di Roan Johnson, una vera e propria scommessa ben scritta e ben recitata, che può stare legittimamente a fianco di film d’autore perché un buon prodotto di genere è sempre una prova autoriale di qualità. Mi pare, in definitiva, un selezione in grado di soddisfare diversi gusti. Certo, qualcuno storcerà il naso vedendo Lav Diaz vicino a Denis Villeneuve, ma perché no? Se alla base di questa scelta c’è una ricerca portata avanti con rigore e coerenza, il problema secondo me non sussiste. Orizzonti è altrettanto forte, con autori che figuravano nella selezione principale anni fa, come Rama Burshtein, Peter Brosens e Jessica Woodworth. Ci sono esordi, come nel caso del nepalese Dadyaa, e autori che non rappresentano più delle semplici promesse, penso, ad esempio, a Katell Quillévéré e al suo Réparer les vivants. Venezia Classici presenta anche quest’anno delle pellicole straordinarie, a partire da due riscoperte assolute come i Shabhaye Zayandeh - rood di Mohsen Makhmalbaf e The Ondekoza di Kato Tai: il primo è un film iraniano del 1990 che praticamente non è mai stato visto, subito bloccato dalla censura che tagliò dapprima 27 minuti del negativo su 100, per poi distruggerli proprio. Il negativo superstite è stato poi rocambolescamente trafugato dagli archivi in cui era tenuto sotto chiave permettendo così allo stesso Makhmalbaf di restaurarlo; il secondo è un documentario giapponese su un gruppo musicale che non venne mai distribuito perché la band non diede mai l’autorizzazione, un film che sorprenderà molti. C’è poi il restauro di grandi classici come Manhattan di Woody Allen, XX Secolo di Howard Hawks, per non parlare dei film italiani: quest’anno ricorre il centenario della nascita di Comencini, con il suo Tutti a casa protagonista della preapertura, e di Dino Risi, di cui vedremo 1848 e Profumo di donna; è inoltre il ventennale della morte di Marcello Mastroianni, che vedremo in Oci ciornie di Michalkov, per l’occasione con il reintegro dei 20 minuti che vennero all’epoca eliminati per la distribuzione.

 

cimino.jpegGli attesissimi omaggi a Kiarostami e Cimino. Come ha pensato di costruire questi “saluti” ai due straordinari, originali maestri?

Ho incontrato Kiarostami in un paio di occasioni quest’inverno e lui mi aveva detto di essere al lavoro su 24 Frames, 20 cortometraggi di 4 minuti e mezzo l’uno ispirati alla pittura realistica dell’Ottocento. Ne ho visto uno e sono rimasto incantato. Purtroppo è morto prima di mettere a punto tutti i dettagli della serie. Grazie al figlio, che sarà a Venezia a presentarlo, potremo vedere uno di questi piccoli gioielli, del tutto inedito. Avremo poi un suo documentario inedito di 17 minuti su immagini di scale (istantanee da lui stesso realizzate, soprattutto nel Sud dell’Italia), dal titolo Take me Home. Proietteremo poi 76 Minutes and 15 Seconds with Kiarostami, opera di montaggio appositamente realizzata per la Mostra da Seifollah Samadian, fedele amico e storico collaboratore di Abbas che ha seguito il regista per oltre 25 anni. Di Cimino vedremo invece L’Anno del Dragone. Quando Michael venne a Venezia nel 2012 per ricevere il Premio Persol presentammo in prima mondiale la versione restaurata di Heaven’s Gate, quindi stavolta ci siamo dedicati ad una delle sue pellicole forse più conosciute ma allo stesso tempo meno viste. È stato Martin Scorsese a prestarci la propria copia personale del film per poter fare la proiezione, dato che la MGM non ne possiede una (!) e l’altra esistente, conservata alla Cineteca di Losanna, è sottotitolata in francese e tedesco.

 

Sappiamo della sua frequentazione con il grande autore americano; inutile dire che ci piacerebbe ci raccontasse un suo ricordo vivo, di prima mano, su questo originalissimo e sfortunato regista.

A Cimino mi lega oltre che un’immensa stima professionale, un’amicizia che durava dal 2000 quando, ironia della sorte, fu proprio Skolimowsky (Leone d’oro alla carriera quest’anno ndr) a farci conoscere durante un festival cinematografico in Polonia. Nel 2002 con la Cineteca di Bologna facemmo venire Cimino in Italia con l’extended version di Heaven’s Gate. Ci siamo poi frequentati sia a Torino che a Los Angeles. Lo invitai a Venezia già nel 2001, quando in Sala Perla venne a presentare il primo capitolo del suo romanzo d’esordio, Big Jane, letto in sala da attori. La sua è stata una storia incredibile di ascesa e caduta. Dopo aver vinto 5 Oscar con Il cacciatore aveva avuto carta bianca dalla United Artists per Heaven’s Gate, ignorando come la casa di produzione fosse già sull’orlo del fallimento. L’insuccesso al botteghino, tra l’altro reso inevitabile da un taglio di oltre due ore della versione originale del regista, diede il colpo di grazia alla United Artists e Cimino venne utilizzato come capro espiatorio, con un terribile contraccolpo a livello professionale e mediatico. Mi raccontava di scene davvero terribili, con silenzi che calavano ad ogni suo ingresso in un luogo pubblico e amici che improvvisamente gli voltavano le spalle. Quando gli fu proposta la sceneggiatura de L’Anno del Dragone, Cimino promise a Dino De Laurentiis di finire le riprese con due settimane d’anticipo sul piano di produzione, pur trovandosi di fronte ad un copione che prevedeva ambientazioni negli Stati Uniti e in Oriente. Se ci fosse riuscito, il produttore gli avrebbe dovuto assicurare 100mila dollari in più su quanto pattuito. Quando, esattamente due settimane prima del termine previsto per la fine delle riprese, Cimino si presentò nell’ufficio di De Laurentiis a Beverly Hills alle 8 del mattino annunciandogli di aver completato il lavoro, il produttore basito non pronunciò parola: aprì il cassetto della propria scrivania, prese il libretto degli assegni e diede a Cimino quanto concordato. Era un regista con una conoscenza sconfinata del cinema; possedeva una consapevolezza davvero rara e una lucidità che si nutriva dei tanti interessi che aveva, letterari e culturali in genere. Nonostante tante persone lo incitassero a raccontare l’ingiusto accanimento ricevuto a Hollywood non disse mai niente di negativo sull’industria cinematografica, anzi, esprimeva gratitudine verso quel mondo. «Alberto, io voglio essere dimenticato», mi diceva. Contemporaneamente cercava comunque di fare film, passando il tempo a scrivere sceneggiature per sé o per gli altri. Un suo sogno sarebbe stato realizzare la versione cinematografica de La condizione umana di Andrè Malraux, progetto che non andò mai in porto per vari motivi, logistici ed economici.

 

belmondo.jpgIl doppio Leone d’oro alla carriera. Le ragioni di due scelte così diverse.

Assieme a Baratta abbiamo deciso di istituzionalizzare un’idea che più volte avevamo pensato di concretizzare e che a questo punto diventerà una tradizione da portar avanti nel tempo, ossia quella di premiare ogni anno alla carriera chi un film lo idea e lo realizza, il regista, e chi permette a un film di comunicare, di entrare in contatto diretto con il pubblico, ossia l’attore. Ci sono naturalmente decine di altre figure nodali in mezzo per la buona riuscita di un film, però, ecco, queste due figure sono un po’ la radice prima della riconoscibilità e della qualità di un’opera cinematografica. Quest’anno abbiamo deciso di premiare un attore come Belmondo, popolare per eccellenza, e un regista come Skolimowsky, dallo stile più austero, che invece non è mai riuscito ad ottenere la consacrazione che avrebbe meritato. Con questo doppio riconoscimento sarà possibile premiare due ruoli basilari dell’universo cinematografico, esponenti di entrambi i versanti dell’arte e dell’industria cinematografica, in questo caso espressione anche di due declinazioni assai diverse del fare cinema.

 

La costruzione di una Giuria di un grande festival è un po’ come comporre un delicato, composito mosaico. Qual è il suo metodo “compositivo” a riguardo?

Sam Mendes lo avrei voluto a Venezia già un paio d’anni fa, ma per vari motivi non fu possibile. Gli imprevedibili giri della vita ci hanno poi rimesso in contatto, rendendo possibile il suo impegno quest’anno, cosa che ovviamente mi ha riempito di gioia. Laurie Anderson è stata qui l’anno scorso in Concorso con Heart of a Dog; sono stato più volte a trovarla a New York e ho da subito ricevuto la sua adesione entusiasta, personalità da sempre interessata alle nuove esperienze e grande appassionata di cinema. Con Kim Rossi Stuart ci siamo conosciuti proprio a proposito del suo ultimo film, Tommaso, Fuori Concorso in Mostra, e anche da parte sua l’adesione è stata immediata e convinta a diventare Presidente per la sezione Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”. Diciamo che costruire una giuria significa tenere conto di tutte le varie anime e le varie componenti che nel loro insieme costituiscono la sfaccettata identità del cinema in quanto arte e industria. Quindi bisogna tenere sempre conto delle diverse geografie, età, linguaggi, culture, cercando di costruire una molteplicità con una chimica che potenzialmente funzioni e che sia congrua con una Mostra del Cinema del livello di Venezia. Quest’anno credo che la compagine sia molto interessante e intrigante proprio nelle sue forti diversità esperienziali e di provenienza.

 

img_1669.jpgSonia Bergamasco, una madrina davvero d’eccezione rispetto alle classiche, precedenti scelte.

La scelta di Sonia Bergamasco è certamente in controtendenza rispetto a quelle che sono state le Madrine degli ultimi anni, attrici esordienti o magari modelle prestate al cinema, sempre legate ad un universo spiccatamente glamour. Sonia è una grande attrice con alle spalle tanto teatro, capace in passato di compiere scelte rischiose. Sarà una persona capace di portare qualcosa di nuovo sul palcoscenico, una presenza spigliata che grazie al suo essere poliglotta sarà anche in grado di tradurre quello che giurati e vincitori diranno durante la cerimonia, rinunciando quindi ad interpreti. Questo è stato anche l’anno in cui il grande pubblico l’ha notata maggiormente, grazie anche alla partecipazione a Quo vado? di Checco Zalone e ai nuovi episodi de Il Commissario Montalbano.
 

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