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[73.MOSTRA] Intervista a Andrea Iervolino
di Fabio Marzari   

andreaiervolino.jpgAndrea Iervolino, italo-canadese di Cassino (Frosinone) è uno di quei personaggi che sembrano usciti direttamente dalla fantasia di uno sceneggiatore cinematografico. Se non lo avessimo incontrato davvero, forse avremmo potuto dubitare della sua natura umana! A soli 28 anni è un produttore di successo a livello mondiale (AMBI Pictures, fondata insieme a Monika Bacardi) ed ha saputo realizzare il suo sogno di bambino, dormendo 4 ore per notte e lavorando incessantemente, trasmettendo sempre un entusiasmo contagioso. A Venezia con due film fra i più attesi: The Bleeder, co-prodotto con Avi Lerner, e In Dubious Battle.

A 28 anni è già un produttore molto apprezzato. Vuol dire che è stato nutrito a biberon e sceneggiature?
Fin da bambino ho utilizzato il cinema per scappare dalla realtà, affascinato da quanto le storie potessero far vivere emozioni in grado di aprirci un mondo parallelo, affascinante e tutto da scoprire. Ho vissuto un’infanzia piuttosto difficile, i miei genitori erano molto giovani quando sono nato e anche loro arrivavano da una situazione familiare piuttosto intricata. Ora sono i migliori genitori del mondo, ma quando ero bambino la situazione non era semplice da affrontare.

 

Ho sempre cercato di essere indipendente e fare tutto da me, non potendo contare sull’aiuto di parenti o amici. Mi rifugiavo in una stanza creando i miei personaggi immaginari, con le loro storie e avventure. In un certo modo mi stavo già avvicinando a quello che sarebbe stato il mio mestiere.

Quando il passaggio dalla stanza ‘rifugio’ ai primi passi nella produzione?
Già a 15 anni decido di andare via di casa, andando a lavorare per una società che si occupava di spettacoli teatrali e imparando a conoscere alcuni aspetti della pratica di produzione e distribuzione, ovviamente diversi rispetto alle dinamiche cinematografiche, ma comunque simili. Per un ragazzino completamente a digiuno di tutto questo, già imparare cosa sia uno ‘script’ o una sceneggiatura corrisponde a frequentare un master universitario, con la differenza che qui la pratica è a portata di mano, quotidianamente. Dopo alcuni mesi sono tornato nella mia città natale, Cassino, e ho cominciato a scrivere un film che raccontava il mio territorio e la sua storia, con l’aiuto di un professore, anche lui totalmente a digiuno di scrittura cinematografica. Nel contempo ho iniziato a raccogliere fondi tra commercianti e piccoli imprenditori della mia città, e a scegliere gli attori per strada. In questa prima occasione ovviamente mi occupavo di tutto. Mi sono trovato poi ad affrontare lo scoglio relativo alla distribuzione, con gli imprenditori che avevano finanziato il film ovviamente desiderosi di vedere proiettato il risultato dei propri sforzi.

 

Come ha risolto il problema della distribuzione del primo film?
Le sale in cui cercavo di fare uscire il film si trovavano in difficoltà nel cambiare la loro programmazione per inserire un piccolo film indipendente, temendo ritorsioni da parte delle case di distribuzione nazionali. Ho cercato di contattare direttamente le case di produzione a Roma, ma senza successo, nessuno rispondeva alle mie chiamate e ai miei messaggi. Dovevo trovare un modo per uscire da questa impasse. Ed è a questo punto che mi sono inventato lo School Day: le scolaresche andavano al cinema a vedere il mio film e dedicavano 30 giorni allo studio dell’argomento del film su cui avrebbero scritto un tema. Lo studente col tema migliore sarebbe poi stato selezionato per prendere parte al prossimo film. Successivamente, grazie alla collaborazione del Provveditorato agli studi, sono riuscito ad inserire il film nel Piano d’Offerta Formativa, dando ancora più legittimità alla cosa.
 
Quali personalità hanno influito di più sulla sua formazione?
Centrale per la mia formazione è stato l’incontro con Luciano Martino, che considero un autentico secondo padre per quanto mi ha insegnato in ambito lavorativo e non solo. Un grande rapporto mi lega anche a Monika Bacardi, mia socia e migliore amica, cui mi lega un affetto fraterno. Nel 2012, quando abbiamo fondato AMBI, abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione su film in lingua inglese da distribuire su scala internazionale. In questa avventura mi ha aiutato l’essere canadese da parte di madre, quindi è stato proprio il Canada la porta d’accesso migliore per entrare nel mercato nordamericano.
Adesso abbiamo uffici in Canada, Cina, Stati Uniti, un po’ in tutta Europa. Produciamo12 film all’anno e siamo impegnati in tantissimi progetti non solo cinematografici, abbiamo un distribuzione tutta nostra e stiamo facendo remake in lingua cinese di film americani prodotti da noi. Quando possibile portiamo i nostri film in Italia o comunque facciamo in modo che ci sia un po’ d’Italia nei nostri film. Siamo orgogliosi di essere italiani.

 

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