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[73.MOSTRA] Intervista a Roberto Andò
di Davide Carbone   

29704-photocall_-_jury_venice_classics_roberto_and___-_foto_asac.jpgPresidente di una giovane giuria nell’ultima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e direttore didattico al Centro Sperimentale di Cinematografia, Roberto Andò rappresenta una delle personalità più significative del panorama cinematografico contemporaneo. Palermitano, classe ’59, regista, sceneggiatore e scrittore, Andò presiede la giuria composta da giovani studenti di cinema incaricata di assegnare per la quarta volta i premi Venezia Classici per il miglior film restaurato e per il miglior documentario sul cinema.

 

Cosa crede che le nuove generazioni possano aggiungere al panorama cinematografico italiano in questo momento? Cosa dovrebbero invece imparare dal passato e fare proprio?
La differenza sostanziale rispetto alla nostra generazione è la totale libertà, intesa anche come limite, dall’aspetto ideologico presente nel passato. Ideologia che poteva essere anche un modo per percepire la temperatura del mondo e captarne i problemi. Mi sembra che questo atteggiamento manchi del tutto nelle nuove generazioni, come se a mancare fosse il rumore di fondo della storia.

 

La sezione Venezia Classici mette lo spettatore a confronto con la memoria, pratica che assume un significato ancora più rilevante quando lo spettatore è giovane, ed è importante restaurare pellicole per fare in modo che lo spettatore, soprattutto giovane, possa tornare in contatto con la sacralità della sala, in un’epoca che vede immagini cinematografiche scorrere su computer e smartphone. L’altro giorno ho visto assieme ai ragazzi della giuria L’argent di Bresson, film per certi aspetti inconcepibile, che forse oggi non verrebbe nemmeno prodotto, ma capace di ‘ripulire’, togliere quella patina che spesso copre lo sguardo dello spettatore, soprattutto giovane. Liberarsi da questa patina ed entrare in una dimensione diversa è quello che i nuovi cineasti dovrebbero fare e credo che la Mostra stessa sia un invito rivolto agli spettatori in questo senso. La cifra stilistica che i giovani potrebbero aggiungere al panorama cinematografico è collegata alla freschezza del loro sguardo, libero dall’impaccio dell’ideologia e della sete di conoscenza, oggi spesso surrogata da tante altre cose. Una freschezza che nei registi emergenti ci offre esempi impossibili da mettere in relazione con il passato, profondamente interessanti. Durante la cerimonia di apertura ha ricordato la definizione di Calvino: «Classico è ciò che continua a essere contemporaneo».

 

 

Quali caratteristiche un film dovrebbe presentare oggi, per poter diventare un classico domani?
Difficile stabilirlo; probabilmente una condizione di ‘inattualità’ rispetto al proprio tempo. Un meccanismo simile per certi aspetti a quello della tragedia, che presenta elementi comuni a tutte le culture e che possiamo riconoscere anche nel cinema. È l’atteggiamento che si tiene nei confronti del linguaggio a permettere a un film di non invecchiare. Esistono autori toccati dalla grazia di riuscire a compenetrare il linguaggio nell’etica, mettendosi a disposizione di una storia proprio attraverso la discrezione del linguaggio stesso. Ricordo di essere venuto l’ultima volta a Venezia in occasione di un omaggio a Francesco Rosi: veniva proiettato Il caso Mattei, film dalla freschezza impressionante capace di affrontare il rapporto con il potere con la stessa forza di quarant’anni fa. È l’etica a rendere attuale il linguaggio, in Eschilo e in Euripide, come in Rosi.

 

Con Le confessioni ha descritto un contesto che guardava a Todo modo di Leonardo Sciascia, pur distaccandosene nella caratterizzazione dei personaggi e della trama. Quanto della letteratura di Sciascia c’è nel suo film, considerando ovviamente anche il rapporto d’amicizia instaurato con lo scrittore?
Considero Leonardo Sciascia un punto di riferimento essenziale per me, l’ho conosciuto in un’età in cui tra noi si sono sviluppate prerogative tipiche del rapporto tra allievo e maestro. Tuttavia ho trovato un po’ troppo ‘automatici’ alcuni dei  riferimenti che diversi critici hanno fatto tra il mio film e quello di Petri, che io ho amato moltissimo ma dal quale penso di differenziarmi piuttosto nettamente. In primo luogo per quello che riguarda la figura del religioso, che nella pellicola di Petri è magistralmente interpretato da Marcello Mastroianni e identificabile con quello che Sciascia definisce un “prete cattivo”, ideologo di una Chiesa arrivata alle estreme conseguenze, al suicidio. Verso la fine della propria vita Sciascia scrive un saggio intitolato Dalle parti degli infedeli in cui notava come ci fossero voluti quarant’anni perché potesse scrivere di un “prete buono”, figura che invece io ho voluto mettere al centro del mio film, affidandomi a Toni Servillo. Quello che io e Toni volevamo fare era proprio scommettere sul bene, cosa non facile di questi tempi e di cui ci siamo assunti la responsabilità nella creazione stessa del personaggio.

 

 

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