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[73.MOSTRA] Intervista a Federica Di Giacomo
di Fabio Marzari   

27998-liberami_-_director_federica_di_giacomo.jpgUn tema trattato spesso nel cinema dal punto di vista della spettacolarizzazione drammatica oppure della più ‘sguaiata’ ironia. Quale tono ha voluto imprimere per raccontare una storia dei nostri giorni, ma che sembra arrivare dal buio della non conoscenza? Da antropologa, ha dovuto mediare tra l’inevitabile dose di scetticismo e il racconto documentaristico?
Il tema affrontato nel film era molto difficile e rischiava di frustrare qualsiasi possibilità di racconto, proprio perché era già inquinato in partenza da un immaginario horror oppure dal suo opposto, che sfocia inevitabilmente nella ridicolizzazione del tutto. Il lavoro di scrittura è servito esattamente a trovare la giusta distanza. Abbiamo dovuto reinventare lo sguardo, guardando l’esorcismo con altri occhi, come una chiave di accesso al disagio contemporaneo. Non eravamo quindi interessati né all’esplorazione fenomenologica dell’esistenza di Satana, né all’esorcismo, ma piuttosto a capire come potesse accadere che una situazione del genere si sostanziasse nel quotidiano, venisse metabolizzata e divenisse infine un’opzione terapeutica contro un disagio molto presente.

 

Tutti ci facevamo domande che a loro volta ne generavano altre: noi stessi, i sofferenti, i preti, che erano nel regno del dubbio, perché non è facile comprendere quali siano i limiti tra il disagio psichico e spirituale. Abbiamo trovato la giusta distanza cercando ogni volta di riposizionare lo sguardo su quello che veramente ci interessava, evitando di farci schiacciare dalla testimonianza retorica della sofferenza oppure da un punto di vista che venisse da fuori e potesse diventare troppo drammatico o grottesco. Abbiamo cercato di lasciare che gli attori facessero uscire quanto più possibile le loro storie, permettendo agli spettatori di porsi delle domande. In questo modo il film è arrivato a stratificarsi, arricchendosi e diventando sicuramente più interessante. Viviamo in un mondo in cui la domanda di esorcismo è crescente e questa stessa pratica viene utilizzata per risolvere casi di disagio dalla natura dubbia e difficilmente atalogabile.

 


Come ha voluto raccontare la figura di Padre Cataldo? Quali tratti della sua personalità ha voluto far emergere?
Padre Cataldo mi ha dato la possibilità di stravolgere l’immagine di “prete” che mi portavo dietro fin da bambina, quella di una persona noiosa e dogmatica, che non ha mai dubbi. Ha un carattere irruente e con una grandissima propensione all’accoglienza. E soprattutto ha una grande schiettezza e lucidità nel capire la natura del disturbo di chi si rivolge a lui, come quando consigliò ad una donna che temeva di essere preda del maligno per problemi di lavoro di rivolgersi ad un sindacalista più che a un esorcista! Si tratta di un personaggio con una dialettica molto forte, che non ha un’accettazione passiva del proprio ruolo, ma che invece lo anima delle proprie intuizioni. Questo aspetto del suo carattere si è rivelato molto interessante nel suo farsi personaggio cinematografico.

 

Come è entrata in contatto con lui?
Ho trovato la notizia del corso di formazione per aspiranti esorcisti e, successivamente, molto incuriosita, sono entrata in contatto con diversi preti. Ho poi saputo che a Messina non era ancora stato nominato un nuovo esorcista e venivano organizzate delle comitive per raggiungere padre Cataldo e avere il suo conforto. Credo che la sua figura e il fatto che molte persone vogliano parlare con lui la dica lunga su quelle che sono le diverse possibilità terapeutiche in Italia, in un Occidente che vive psicologia e psicoterapia come dogmi infallibili, che in realtà infallibili non sono. Vorrei che il film riuscisse a suscitare delle domande.

 

Che idea si è fatta della questione?
La mia idea è stata quella di non farmene un’idea! Cercare una risposta definitiva a certi interrogativi sarebbe piuttosto presuntuoso, da parte mia come di chiunque altro. Vorrei che il film si configurasse come un generatore di metafore, attirando l’attenzione su tutte le piccole ‘possessioni quotidiane’ che ci vedono protagonisti passivi. Senza scomodare Satana, il male è ciò che non ti permette di fare quello che vuoi o di sviluppare ciò che sei.

 

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