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T Fondaco dei Tedeschi: l’Architettura e il Programma
di Paolo Lucchetta, Architetto   

_mg_3883-photograph-by-delfino-sisto-legnani-and-marco-cappelletti--dfs-group.jpgLa vicenda emblematica del Fondaco parte da lontano ed è una questione di lungo periodo. Per cogliere il senso antico delle relazioni tra il Fondaco dei Tedeschi, il commercio e la città, niente di meglio che affidarsi in via preliminare al celebre saggio di Ennio Concina, Fondaci. Architettura, arte e mercatura tra levante, Venezia ed Alemagna, la cui lettura ci porta all’essenza del senso della città ripercorrendo a tappe le architetture mercantili d'Oriente e dell'Impero bizantino, i quartieri e i fondaci veneziani tra Mediterraneo e Mar Nero, il Fondaco delle farine e Rialto, il Fondaco vecchio dei Tedeschi, il rapporto mercatura, pittura e Rinascimento con Giorgione e Tiziano, i Fondaci dei Turchi. Proprio Concina ci induce a pensare che, divenuto icona del dibattito tra conservazione e rinnovamento, il nuovo progetto del Fondaco in questi anni si è trasformato in una vicenda chiave nella storia materiale delle nostre città per le capacità di sintetizzare «l’intreccio e la sovrapposizione di ruoli e di competenze, il concorrere di saperi e opinioni diverse» coinvolti dai processi di cambiamento.

 

05_fondaco-dei-tedeschi.jpgFu proprio l’autore del progetto, Rem Koolhaas (OMA), ad innescare la vicenda, quando inizialmente enunciò la visione entro la quale «lo schema di restauro dell’edificio era una questione tanto di Architettura quanto di Programma». Un edificio che Koolhaas descrisse come un “muto testimone dell’era mercantile veneziana”, il cui ruolo diminuì con il progressivo spopolamento della città e che incorpora nelle sue trasformazioni la “segreta brutalità” di Venezia. In questa direzione lo schema del progetto di OMA si basò in un numero di invenzioni strategiche (sull'argomento si consiglia la lettura del libro Elements of Venice di Giulia Foscari e Rem Koolhaas) ed elementi di distribuzione verticale, che supportavano il nuovo programma e definivano una sequenza di spazi pubblici: ogni intervento era stato concepito come uno scavo sulla massa esistente, che liberava nuove prospettive e rivelava la vera sostanza dell’edificio ai suoi visitatori come una raccolta di autenticità.


La strategia commerciale fu inizialmente elaborata con Vittorio Radice (il guru dei grandi magazzini, da Selfridges a La Rinascente, che all’epoca era la concessionaria alla quale Benetton aveva affidato la trasformazione). Attratti da ragioni commerciali, i turisti (secondo OMA dimenticati dal calendario delle attività culturali veneziane, rivolte solo al pubblico degli intellettuali) si sarebbero trovati coinvolti nella programmazione culturale del grande magazzino, per il quale lo studio olandese aveva preparato dei “cultural masterplan”. Basati sul lavoro di curatori stagionali, questi programmi avrebbero dovuto sincronizzarsi con gli eventi della Biennale – dalla quale lo studio OMA aveva nel frattempo ricevuto l’incarico di curare l’edizione 2014 di Architettura – e avrebbero spinto a moltiplicare i visitatori dell’esposizione internazionale.


Del resto Rem Koolhaas aveva già nel 2000 enunciato la sua visione del retail nella celebre Harvard Design School. Guide to Shopping, nella quale dichiarava che «lo shopping è indiscutibilmente l’ultima forma rimasta tra le attività pubbliche». «Attraverso una serie di forme predatorie in costante crescita, lo shopping ha infiltrato, colonizzato e anche rimpiazzato quasi tutti gli aspetti della vita urbana. I centri città, le periferie, le strade, e ora gli aeroporti, le stazioni, i musei, gli ospedali, le scuole, internet, sono modellati dai meccanismi e dagli spazi dello shopping. La voracità con la quale lo shopping conquista il pubblico lo ha in effetti trasformato in uno dei principali modi – se non l’unico – dell’esperienza urbana».


_mg_5005-photograph-by-delfino-sisto-legnani-and-marco-cappelletti--dfs-group.jpgE negli stessi anni nella pubblicazione Projects for Prada, per la quale Koolhaas rappresenta da tempo l’architetto di riferimento, aveva dichiarato che «in un mondo dove tutto è shopping e shopping è tutto, cos’è il lusso? Lusso is “not shopping”; lusso è attenzione, catturare l’attenzione e, una volta avuta, restituirla al cliente; lusso è ruvidità: se tutto è liscio, l’arte diventa quello che mantiene una qualità di ruvidità; in un contesto in cui ogni metro quadro conta, l’ultimo senso del lusso è uno spazio vuoto, uno spazio non produttivo che offre contemplazione, privacy, mobilità, e lusso».


Questo programma, interrotto quando DFS subentrò come concessionario a La Rinascente, potrebbe ora rilanciarsi nella ristrutturazione in corso del KaDeWe, il più grande magazzino di Berlino, dove finalmente Ippolito Pestellini – partner di OMA e vero artefice del progetto del Fondaco – è tornato a lavorare al programma con Vittorio Radice, la cui visione risultava ben delineata nelle parole di un’intervista: «Per andare avanti dobbiamo saper guardare indietro. Un tempo, il grande magazzino era la vetrina dell’industria nascente. Oggi noi vogliamo diventare la vetrina del Made in Italy più spettacolare del mondo. Un secolo fa la gente cercava la meraviglia, il sogno, la fiaba. Voleva essere sbalordita, cercava di vivere un’esperienza unica e poi, nel caso, comprava. Ecco. Tornare da dove siamo partiti, tornare a essere dei produttori di sogni, generare curiosità, traffico, entusiasmo, magia, attrarre talenti e innovazione, fare da specchio dei cambiamenti, catalizzare l’innovazione. Solo in questo modo anche lo shopping diventerà un’esperienza innovativa e creativa».


11_fondaco_dei_tedeschi_photo_by_delfino_sisto_legnani_and_marco_cappelletti.jpgSolo per affiancare la vicenda del Fondaco ad altre questioni urbane analoghe, vale la pena di ricordare che il progetto del KaDeWe di Berlino prevede di dividere i 90 mila metri quadrati della sua superficie in quattro quadranti, per rendere lo spazio più funzionale. Ogni quadrante avrà un’entrata autonoma e sarà organizzato in modo concentrico rispetto alle scale mobili che portano ai piani superiori, che si troveranno quindi al centro di ogni quadrante. Ciascun reparto sarà rivolto a un pubblico specifico, come se l’intero edificio fosse suddiviso in quattro grandi magazzini. All’ultimo piano sarà costruita una terrazza con vista sulla città, a cui si potrà arrivare grazie a una scala mobile.


Ma tornando alla vicenda del Fondaco, nel 2014 vi fu il passaggio della Concessione da La Rinascente a DFS, ben descritta dal piccolo volume di Paola Somma Benettown. La società del gruppo LVMH decise di allestire qui a Venezia un programma dedicato ai grandi viaggiatori (‘T’ come ‘Travel’) da replicare in architetture di qualità nel mondo. A Parigi l’architettura prescelta è l’edificio iconico del XIX secolo occupato dai grandi magazzini La Samaritaine, chiuso dal 2005 dopo 40 anni di lento declino e progettato dallo studio giapponese SANAA con una controversa proposta di rifacimento delle facciate, ancora in corso di definitiva approvazione. Anche questo caso merita un breve nota: gli architetti Kazuyo Sejima and Ryue Nishizawa proposero la demolizione di parecchie strutture sul retro dell’isolato e la sostituzione delle facciate storiche con una nuova pelle trasparente descritta come un’installazione di onde di vetro acidato. Anche a Parigi il dibattito su conservazione e rinnovamento fu da subito feroce e non si è ancora arrestato.


Il progetto dell’architettura degli interni del Fondaco invece fu affidato da DFS a Jamie Fobert, Interior Designer per molti anni nello studio di David Chipperfield, il quale fin dall’inizio dichiarò di non voler fare un “pastiche in stile veneziano” e di cercare di «ricreare lo spirito di Carlo Scarpa». Jamie Fobert viene considerato un architetto dall’approccio innovativo ed ispirato con notevoli esperienze nel progettare case, negozi (tra i quali anche Selfridges) e spazi per l’arte con sensibilità per il contesto storico e per il design contemporaneo. Una pubblicazione sul suo lavoro, Working in architecture con testi introduttivi di Joseph Rykwert, racconta non solo la sua pratica architettonica, ma anche la sua capacità di incidere sui processi inerenti al progetto. Docente all’Architectural Association e all’Università di Losanna, la sua pratica ha dimostrato un consistente approccio nel risolvere le complessità dei luoghi in una architettura fatta di volumi, materiali e luce.

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Queste alcune dichiarazioni che esprimono le intenzioni e le ambizioni del programma di DFS: «È il primo grande magazzino DFS in Italia - ha spiegato Eléonore de Boysson - e vogliamo replicare l’esperienza del Danieli, da Palazzo a Hotel d’eccellenza». DFS ha promesso di diventare il custode del Fontego: «ringraziamo i veneziani d’avercelo permesso – ha precisato Philippe Schaus, presidente di DFS -– avremo prodotti italiani, internazionali e veneziani, sarà la destinazione migliore per lo shopping di lusso, un luogo pieno di vita con prodotti locali, grandi marchi ed eventi culturali». «OMA ha eseguito un lavoro incredibile – ha detto l’architetto Jamie Fobert, incaricato di allestire il grande magazzino – ha restituito una nuova vita all’immobile. La copertura del tetto è stata smontata, pulita e restaurata e ora è al suo posto, solo posizionata più in alto così da permettere di stare in piedi».«DFS non voleva pezzi di designer newyorkesi o londinesi – ha detto – e allora mi sono ispirato alla storia cittadina e al design novecentesco italiano, a Carlo Scarpa». Il pavimento originale come anche gli elementi che rimandano alla storia del Fondaco (ad esempio i giochi scavati sulla pietra dai vecchi mercanti) sono stati tutti mantenuti e recuperati; solo nell’ex sala del telegrafo, dove a terra c’era una colata di cemento, l’architetto ha introdotto una pavimentazione nuova. «Mi sono ispirato all’acqua e ai suoi movimenti per creare un mosaico che richiamasse i colori di Venezia», ha aggiunto. Il Fondaco al suo interno non avrà colori sgargianti, ma tonalità calde in sintonia con la tradizione della Serenissima.


_mg_4887-photograph-by-delfino-sisto-legnani-and-marco-cappelletti--dfs-group.jpgQuindi alla vigilia dell’apertura, dopo una storia così complessa ed articolata, per viaggiatori e residenti la grande sorpresa sarà inizialmente la scoperta delle molteplici viste verso l’esterno dell’edificio, rimasto sempre introverso e sconosciuto ai veneziani. Una passeggiata “interna” sullo spazio urbano alla quale OMA ha contribuito forse con la richiesta più rilevante lasciata al concessionario finale dell’edificio: lasciare libera la vista delle finestre, in modo da assicurare non solo lo sguardo verso fuori, ma anche la scoperta dell’attraversabilità visuale dell’edificio. Ma degne di attenzione saranno anche la serie di innovazioni (tra le più attese le aree di Personal Shopping, lo spazio eventi, le contaminazioni tra moda, design e food) che proietteranno l’edificio del Fondaco nelle rosa dei più interessanti edifici commerciali del contesto internazionale.


L’obiettivo di elevare l’offerta per il turismo d’élite all’altezza di quella culturale, già proposta dalla città attraverso le Biennali e le Fondazioni, troverà in questa esperienza un sicuro punto di riferimento. Rimane la sensazione, ma in questo la vicenda del Fondaco non c’entra, che nel commercio come nell’arte a Venezia continuino a nascere solo luoghi di rappresentazione e mai luoghi dedicati alla produzione culturale o imprenditoriale che sia. In altre capitali europee ai luoghi destinati al lusso si affiancano iniziative dedicate ai distretti urbani per imprenditori locali ed indipendenti, a favore di start-up e dell’innovazione in generale, progetti, insomma, più estesamente rivolti alle future generazioni della società civile che invece da noi rischiano di rimanere nel nostro non valorizzate, offuscate da espressioni del lusso e da mercificazioni di bassa qualità. Ma questa è un’altra storia.
 

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