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Home arrow ARTE arrow [INTERVISTA] La chimica della bellezza. Živa Kraus racconta 'Peggy Guggenheim in Photographs'
[INTERVISTA] La chimica della bellezza. Živa Kraus racconta 'Peggy Guggenheim in Photographs'
di Redazioneweb   
peggy-guggenheim-in-un-ritratto-di-man-ray.jpgRaramente Peggy Guggenheim è stata soggetto di dipinti, sono invece numerose le immagini fotografiche che la ritraggono. Con un’attenta selezione curata da Živa Kraus, in tutto una ventina di fotografie, alcune delle quali provenienti dall’Archivio storico della Collezione veneziana, la mostra Peggy Guggenheim in Photographs in corso all’Ikona Gallery è un omaggio alla mecenate americana, figura cardine nella storia dell’arte del XX secolo. Tra i grandi nomi che immortalarono Peggy ora in mostra: Berenice Abbott, Man Ray, Roloff Beny, Gianni Berengo Gardin, Gisèle Freund, Rogi André, Hermann Landshoff, George Karger, André Kertész, Dino Jarach, Ida Kar, Nino Migliori, Stefan Moses, Robert E. Mates. Le immagini allineate alle pareti della galleria offrono uno sguardo attento e a volte indiscreto sulla vita della Collezionista americana, immagini scelte appunto perché capaci ognuna di aprire capitoli sull’arte nel Novecento e attraverso di esse scoprire ancora una volta la grandezza di questa donna, percepirne la passione e la determinazione. Andare oltre l’immagine in mostra è il viaggio che ci ha offerto Živa Kraus, artista prima, gallerista poi, in mezzo e durante Biennali e moltissime mostre in tutto il mondo, da decenni paladina della promozione della fotografia come mezzo artistico, un impegno che porta avanti attraverso Ikona Gallery in Campo di Ghetto Novo. Quando la conobbe la prima volta, nel 1966, Peggy Guggenheim era seduta nel sotterraneo di Palazzo Venier dei Leoni, fra le stanze e la grande sala con Jackson Pollock. Živa Kraus ha lavorato nel 1973 con Peggy e il suo racconto appassionato ora diventa testimonianza diretta.

 

Da queste fotografie in mostra, quale tratto emergere della figura di Peggy Guggenheim?
Credo sia sempre stata conosciuta più per la sua immagine – gli occhiali, il Palazzo, i cani –, e, anche se il Museo e la Collezione portano il suo nome, non è stata mai prestata sufficiente attenzione al fatto che tutti questi elementi sono il risultato della sua intera vita, delle sue scelte e del suo atto creativo. Anche se ha sempre vissuto circondata dalla creatività, influenzata da sorgenti intellettuali e anarchiche, sempre al seguito di persone attive, la sua scelta non si è compiuta all’inizio della sua vita. Nonostante sin dal principio abbia avuto diversi interessi e sul suo orizzonte vi fossero sempre arte, letteratura, sete di conoscenza, necessità di comprendere e di attraversare l’invisibile, la vera e propria scelta dell’arte visiva, che all’epoca si esprime nel quadro e nella scultura, avviene solo nel 1938, già quarantenne (era nata il 26 agosto del 1898). Nel momento in cui decise di aprire la sua prima galleria, Guggenheim Jeune, al n. 30 di Cork Street a Londra, attiva dal gennaio 1938 al giugno 1939, tutto ebbe inizio: ogni mostra costituì una rivoluzione e una trasformazione della scena dell’arte. Fu a Londra che elaborò il cambiamento: non desiderava più soltanto una galleria, allestire una mostra o comprare un quadro, lei voleva il museo! Da sola Peggy seguì lo stesso percorso fatto dal Museum of Modern Art e dal Museo Solomon R. Guggenheim.
549g1_freund_peggy_read_553.jpgC’è una fotografia chiave in mostra di Gisèle Freund (1908–2000) che ritrae Peggy Guggenheim a Londra nel giugno del 1939 seduta accanto ad Herbert Read, uno dei maggiori critici d’arte inglesi, nonché poeta e caporedattore del «Burlington Magazine». I due si conobbero alla Guggenheim Jeune in occasione della mostra Wassily Kandinsky (febbraio-marzo 1938), la prima personale del pittore a Londra, che Peggy allestì sei anni prima della morte dell’artista. Il dipinto alle loro spalle è Le Soleil dans son écrin di Yves Tanguy (1937, Collezione Peggy Guggenheim), acquistato da Peggy alla personale dell’artista da lei organizzata nel luglio 1938. Insieme a Read, Peggy intendeva aprire un museo a Londra; lei lo vedeva come futuro direttore. Nonostante il progetto dovette essere abbandonato a causa della guerra imminente, i suggerimenti di Read saranno determinanti per la collezione di Peggy e di conseguenza per il suo Museo a Venezia. Per questo la foto è fondamentale, perché mostra chi era Peggy Guggenheim, la sua determinazione nel perseguire il suo progetto, di cui tutti noi siamo ancora sorpresi e grati per aver donato a Venezia un Museo del Ventesimo secolo.
Ovviamente oggi la Collezione Peggy Guggenheim è ancora più forte perché ha saputo essere non solo luogo di conservazione di una fondamentale collezione, ma anche soggetto dinamicissimo sulle tracce di un’ispirazione infinita allo spirito di questa irripetibile Collezionista, continuandone l’opera guardando al futuro. Dal contenuto al contenitore: tutto funziona ed è coerente. L’immagine del Museo stesso, Palazzo Venier, un cubo bianco non-finito e assolutamente unico a Venezia, si abbina perfettamente alla spirale bianca di Frank Lloyd Wright del Museo Solomon R. Guggenheim di New York, un’architettura cosmica incredibile, due immagini iconiche che viaggiano nell’etere associate e assolutamente vicine.

Una selezione di fotografie che riassume passaggi epocali nella vita di Peggy...
Ci sono tantissimi scatti, ma penso che queste 21 fotografie che ho scelto per formare il corpus della mostra siano emblematiche; sono in grado di dire molto e di mostrare ancora di più Peggy Guggenheim come persona e come donna in azione. La fotografia è sempre la memoria e l’archeologia. La scelta naturalmente non è stata facile, perché prima di tutto le fotografie devono esistere, devi trovartele di fronte e poterle esporre; ma non è nemmeno stato difficile, perché quando una fotografia ha un impatto forte e risponde a tanti contenuti, diventa più semplice. Ho lavorato con il fondo dell’Archivio della Collezione Peggy Guggenheim e certe cose si sono scoperte solo durante il lavoro. Certe opere sono esposte per la prima volta, come la fotografia di Hermann Landshoff (1905–1986) che ritrae Peggy con un gruppo di artisti in esilio. Questa foto di gruppo è stata scattata a Hale House in Beekman Place, al 440 East 51st Street di New York, la residenza che nel 1942 Peggy Guggenheim condivide con il secondo marito Max Ernst. Hermann Landshoff scattò alcune fotografie di Peggy con vari suoi amici: Jimmy Ernst (figlio di primo letto di Max e all’epoca segretario di Peggy), John Ferren, Marcel Duchamp, Piet Mondrian, Max Ernst, Amédée Ozenfant, André Breton, Fernand Léger, Berenice Abbott, Stanley William Hayter, Leonora Carrington, Frederick Kiesler, Kurt Seligmann. I volti di profilo, le posizioni, lo sfondo, Peggy nel mezzo: il fotografo ha saputo creare una composizione con le persone come un pittore che compone un quadro di natura morta; si percepisce una complicità assoluta, un dialogo, una spirale vibrante, una forza che attraversa tutte le persone, artisti, architetti, uomini, donne e Peggy tra loro, in uguaglianza totale. In quel periodo lei, che aveva 43 anni, era impegnata ad acquisire nuove opere per la sua collezione, a pubblicare il catalogo Art of This Century (con l’aiuto di Breton, Jimmy Ernst e della moglie di Ferren, Inez) e a commissionare a Frederick Kiesler la conversione di uno spazio sulla 57th Street nella galleria/museo Art of This Century, che di lì a breve aprirà.
3_landshoff_artists_exile_1942.jpgLa seconda immagine di Landshoff fu scattata nel corso della medesima sessione fotografica della precedente, nella medesima stanza di Beekman Place, dove ritroviamo i medesimi artisti, con gli stessi abiti, questa volta affacciati alle finestre arcuate del soppalco del salone. L’interno della sua casa appare altissimo; per me è già un’immagine di una facciata di Venezia, un’immagine premonitrice. Nessuno all’epoca sapeva che sarebbe venuta a Venezia, nemmeno lei!
Sono veramente molto contenta anche di aver incluso le fotografie di Man Ray e Berenice Abbott, che ritraggono Peggy nel momento di ‘entrata’ nella sua vita, di quella che lei ha scelto venendo in Europa, a Parigi. Due immagini che dicono tutto di Peggy come donna. La foto di Man Ray (1890–1976) del 1924 è diventata il simbolo della giovinezza raffinata e dello status sociale di Peggy, che qui indossa un abito da sera intessuto d’oro di Paul Poiret e un copricapo di Vera Stravinsky. Peggy, a quel tempo sposata allo scrittore e artista Laurence Vail, è seduta, fissa l’obiettivo con complicità e intensità, dispensando un’aura mista di potere, influenza e singolarità. La foto di Berenice Abbott (1898–1991) del 1926 coglie due delle significative caratteristiche di Peggy: un certo senso di aspettativa e un sorriso franco. Era molto naturale e questo si vede nelle fotografie, che sono così potenti, così abitate dalla sua persona, perché Peggy aveva coraggio della sua autenticità.


La ricchezza di questa mostra risiede anche nell’essere legata al passato, a cento anni fa, a un’epoca che conosciamo grazie alla pittura, ai film, alla letteratura e tutte queste fotografie sono veramente ricchissime nel raccontare la molteplicità culturale di quell’età.
Personalmente è stato anche più facile lavorare a questa mostra non solo perché sono dentro la fotografia da quasi quarant’anni, ma perché sono dentro all’arte da tutta la vita, con il mio camminare, il mio guardare, il mio vivere. Quando ho deciso di fondare la Galleria nel 1979 sono andata da Parigi a New York per lavorare direttamente a contatto con gli artisti, i fotografi: non era soltanto una spinta a conoscere nuove persone, ma era l’unico modo di lavorare ed entrare in contatto con le opere vere.

Quali punti di contatto nella sua ricerca, quali vicinanze sente con Peggy Guggenheim?
Nessuna identificazione, anche se io nella mia vita ho incontrato le stesse persone che ha incontrato lei, ho parlato con loro, ho lavorato con loro, ho visto le stesse opere. Facendo questo lavoro, vivendo a Venezia come lei e avendo lavorato con lei, non mi sono mai identificata con lei, come non mi identifico nemmeno con amici e colleghi, così come non amo che altri si identifichino con me.
Il mio modo di ponderare e capire non solo ogni foto, ma anche la strada attraverso cui dare vita alla mostra, per fare uscire la sua luce, è stato quasi ‘invisibile’, difficile da spiegare. Si tratta quasi di un ‘sentire’: ho cercato solo di comprendere Peggy. In questo mi ha aiutato il fatto che sono da tutta la vita nell’arte, ma anche che sono pittrice; l’atto di creatività, questa “linea d’infinito”, la conosco.
Costruendo la mostra, sono stata molto cosciente del coraggio di Peggy Guggenheim, perché quando si prende una decisione come quella che ha preso lei, di aprire un museo, è come entrare in una specie di tunnel: bisogna continuare a inseguire la propria meta.
6_jarach_peggy_biennale_1948.jpgBisogna immaginare, comprendere questa pulsazione durata 13 anni, dal 1938 al 1951, che guida Peggy Guggenheim nel non abbandonare la sua decisione e nel continuare nel suo ritmo perfetto e in complicità con gli artisti che sostiene. Nelle fotografie si vede che è intoccabile nella sua scelta, perché essere così forte nell’azione, questo significa essere “intoccabili”, essere talmente definita dalla scelta le ha consentito di essere capace di ‘attraversare’, quasi di ‘volare’. Si trasferisce a New York e nel 1942 apre Art of This Century, dove Frederick Kiesler crea uno spazio per questa galleria/museo mai visto prima: visionario, anche se effimero. La successione con cui, in questo luogo, presenta le opere degli artisti è come un battito cardiaco, talmente forte da creare continue reazioni, domande, risposte tra gli artisti emergenti. Una programmazione che disegna una nuova forma dell’avanguardia americana. E per salvare il suo Museo, Peggy torna di nuovo in Europa e sceglie Venezia. E qui c’è un altro storico dell’arte, non più Herbert Read, ma Rodolfo Pallucchini che la invita alla Biennale di Venezia. Sembra vi sia quasi una regia celeste in questo, perché oltre al suo indiscutibile talento e alla sua rara visionarietà si è anche trovata al momento giusto nel posto giusto. In realtà tutto è conseguenza del suo coraggio di seguire questa linea dell’infinito, andando sempre avanti. La mostra della sua collezione alla Biennale del 1948 ha, per l’arte del dopoguerra, lo stesso ruolo della galleria/museo Art of This Century, arrivando a influenzare definitivamente la storia dell’arte del XX secolo. Proprio per questo vede immediatamente in Palazzo Venier dei Leoni la casa ideale per il suo Museo, dove Venezia, fra interno ed esterno, resta intatta nella sua natura, dove la magnificenza delle pietre del palazzo non ancora finito allude al Bauhaus. E così, dal 1951 ad oggi, il museo è rimasto ininterrottamente aperto al pubblico.
Tutto questo è pura azione. Ecco, io non mi sono identificata in lei, ho identificato la sua azione.

Cosa rappresenta la mostra dal punto di vista puramente fotografico.
9_mates_peggy_srgm_1969.jpgÈ vero che non solo in questa intervista, ma anche in mostra con il pubblico, si parla molto più di Peggy che dei fotografi. Ma questa mostra fin da subito era in funzione di Peggy Guggenheim e io sono radicata nella convinzione che in una mostra l’unica cosa importante sia l’opera, anche se so che è un concetto in via di estinzione. Questa è una mostra di fotografia e se queste fotografie non dovessero soddisfare realmente tutti i criteri di un ritratto, di un’impronta di vita, di un documento, non funzionerebbe, deve scorrere la vita e l’invisibile attraverso il linguaggio fotografico. L’invisibile è definito dallo scatto del fotografo nell’incontro con l’invisibile della persona fotografata. L’intensità e l’apertura di Peggy nello scatto di grandi fotografi ha definito la bellezza di queste immagini in mostra.
Sono tanti anni che organizzo esposizioni e ancora oggi personalmente realizzo solo quelle ‘inevitabili’, come per me è questa mostra. Sono felicissima e sono grata a Philip Rylands e alla Solomon R. Guggenheim Foundation che hanno voluto lavorare con me per realizzare questa mostra importantissima, che attraverso la figura di Peggy e queste immagini felici abbraccia un secolo di vita dell’arte e porta questa vita ad altri anche per il futuro. Sì, perché anche questo è fondamentale: in mostra, come nella Collezione, si vive ieri, oggi e domani.

«Peggy Guggenheim in Photographs»
Fino 27 novembre Ikona Gallery – International School of Photography
Campo di Ghetto Novo, Cannaregio 2909
www.ikonavenezia.com 

 
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